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Recensione: “Dove stiamo volando” (1972) di Vittorio Curtoni

Antonio Ippolitos-l1600Dopo la guerra atomica i mutanti nati dalle radiazioni vengono chiusi in ghetti appositamente costruiti, per non contaminare l’orgogliosa società dei normali. Charles, il protagonista narratore dell’opera, si trova costretto ad abbandonare la propria casa, affrontando un problematico viaggio verso il ghetto di Nuova Parigi. La sua disperata ansia di trovare una risposta esistenziale si trasforma in una successione d’incontri, che gli offrono di volta in volta soluzioni parziali; ma solo nel ghetto si compirà il suo destino, la redenzione dalla piaga che gli segna la carne, la presenza d’un vero amore, lo scontro finale con la violenza del sistema.

Titolo: Dove stiamo volando | Autore: Vittorio Curtoni | Anno di pubblicazione: 1972 | Casa editrice: La Tribuna | Collana: Galassia

Finalmente una bancarella mi dà l’occasione di leggere nell’edizione originale Galassia uno dei romanzi più noti della fantascienza italiana degli anni ’70! Tempi difficili, in cui gli scrittori nazionali pubblicati erano ancora mosche bianche (inesistenti su Urania, meno su Galassia): eppure, a differenza dei loro colleghi più anziani come Malaguti e la Rambelli, che avevano scritto space opera, ma anche degli autori che avevano scritto su Futuro e interplanet, questi scrittori affrontavano le tematiche stilistiche e politiche più aggiornate. Curtoni per primo, come direttore di Galassia insieme a Gianni Montanari e poi di Robot, portò in Italia una enorme quantità di testi anche fin troppo sperimentali, rendendo definitivamente maggiorenne la nostra fantascienza proprio negli anni in cui Urania decadeva, smettendo di proporre novità di rilievo come aveva fatto negli anni ’60.

Oltre a vari racconti, il ventitreenne (!) Curtoni pubblicò su Galassia questo romanzo, l’unico suo. È un romanzo significativo e toccante, ottimo esempio dei pregi ma anche dei difetti della fantascienza italiana di allora. Il tema è quello, molto sentito ai tempi, della sopravvivenza dopo una guerra atomica, incentrato però sulle condizioni di vita dei mutanti, emarginati dai “normali”. Il protagonista Charles viene congedato dal padre, che lo invia al ghetto dei mutanti, dove potrà vivere meglio; insieme a Ivo, un minuscolo compagno. Il viaggio in camion durerà qualche giorno, e comporterà incontri significativi: un villaggio dove umani e mutanti convivono; una megalopoli dove un vecchio si spegne, assistito da un cane; e finalmente il ghetto.

Non bisogna naturalmente pensare a un romanzo avventuroso o sociologico. Innanzitutto la trama, attraverso i mutanti, è anche una metafora, di drammatica attualità in quegli anni, dell’ipotesi rivoluzionaria e della possibilità della lotta armata per raggiungerla: meglio un pugno di rivoluzionari, un’avanguardia popolare, o un’insurrezione generale?

Curtoni introduce anche il tema modernissimo dell’identità sessuale, e del problema della diversità: Charles è un mutante, ma soffre due volte perché nemmeno i mutanti lo riconoscono come tale. La sua condizione infatti si vede solo se si spoglia: non ha organi sessuali, e non è nemmeno sicuro del suo genere (il testo alterna maschile e femminile nell’indicarlo). Solo il mutante Pierre, innamorato di lui/lei, gli farà capire che il suo è un animo femminile! Delany era stato appena pubblicato in Italia.. L’amore, ma anche la sessualità fra i due vengono analizzati a fondo: se pensiamo che in quegli anni le copie di “Ultimo tango a Parigi” venivano sequestrate e bruciate perché trattavano gli stessi temi, ci rendiamo conto dell’innovazione portata da Curtoni.

A questo punto Charles decide di affrontare l’operazione che lo renderà completamente donna: ma si mormora di una nuova rivolta generale dei mutanti, che non sarà soffocata nel sangue come la precedente.. i due amanti hanno il dovere di partecipare, o possono sentirsi moralmente autorizzati a preoccuparsi del proprio “privato”, come si diceva allora?

La loro scelta non sarà facile, ma in ogni caso saranno travolti dal precipitare degli eventi.

Quali sono, a questo punto, le pecche del libro?

Anche se breve, la sua struttura è elaborata: ma è simpatico che ogni capitolo sia intitolato come un film di Bergman (Alle soglie della vita, il silenzio, L’ora del lupo..) e introdotto dal testo di una canzone (immagino di cantautori americani dell’epoca: i nomi non mi dicono molto); così come i giochi grafici fatti con gli a capo e la scrittura che spesso ricorre all’accumulo sono simpatici segni che ci riportano alla New wave.

Il problema è piuttosto che come tanta narrativa italiana il romanzo è molto intimista, anche quando ciò non aggiunge significato; e involuto, al punto che a volte è difficile seguire i fatti. Quando ogni singolo paragrafo è elaborato, sofferto e ricco di metafore, si rischia di perdere di vista i momenti in cui compaiono davvero i simboli più incisivi, come le maschere delle donne del villaggio.

La trama c’è, ma è sempre vista come riflesso interiore: le scene finali della rivolta dei mutanti avrebbero potuto ricordare quelle della manifestazione generale su Urras nei “Reietti dell’altro pianeta”, e hanno una loro potenza, ma è sempre tutto estremamente soggettivo.

Aggiungiamo il pessimismo plumbeo tipico di quegli anni in cui si erano viste schiacciate utopie; e devo ammettere che il significato del “sacrificio” finale, cruento e autolesionista come nel bergmaniano “Sussurri e grida”, non mi è chiarissimo: anche se è evidente che il marxista Curtoni ricorre a simboli cristiani, penso per più facile comprensione.

“Un po’ mi davano fastidio, quei suoi discorsi: perché anch’io ero come Cristian, e potevo benissimo capirlo. Per me la realtà è solo un velo provvisorio che ci nasconde l’aspetto segreto dell’universo: e allora prendiamo una spada e strappiamo tutte le false cortine. Colpo dopo colpo, dovesse costarci l’eternità, arriveremo a scoprire quello che sta sotto. Qualcosa ci sarà, anche se non ne abbiamo la minima idea, anche se i giorni sembrano spaventosi e inutili. E sarà un velocissimo istante di luce insopportabile, quando giungeremo al fondo di tutte le verità: i nostri occhi saranno abbagliati dallo splendore dell’idea finale, potremo morire col sorriso sulle labbra.”

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Il romanzo, uscito come Galassia 174, fu ripubblicato in un Bigalassia insieme a niente meno che Ubik; fu poi incluso, con un capitolo soppresso nelle edizioni precedenti, in Urania Collezione 109, un volume che comprendeva anche racconti e uno scritto autobiografico che voleva essere un omaggio ai quarant’anni del romanzo, purtroppo fu pubblicato quando Curtoni si era spento da un mese.

Antonio Ippolito