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Recensione: THE TERROR (The Terror, 2007) di Dan Simmons

Antonio Ippolito

Il 19 maggio 1845, l’Erebus e la Terror, due velieri agli ordini di Sir John Franklin e di Francis Crozier, salpano dall’Inghilterra alla ricerca del leggendario Passaggio a Nordovest; verranno ritrovati anni dopo intrappolati nel ghiaccio artico. Sulla base di un documentato episodio storico, Simmons racconta un’allucinante avventura: gli equipaggi delle due navi, bloccati nella morsa del freddo e sprofondati nel silenzio spezzato solo dagli scricchiolii del ghiaccio e dalle tempeste di fulmini, si ritrovano a lottare contro gli elementi, ma anche contro la disperazione e la follia. Quando, alla vigilia del terzo inverno sulla banchisa, Crozier prende il comando della spedizione, la situazione è prossima al disastro: le provviste scarseggiano e lo scorbuto miete vittime. Tra ammutinamenti, crisi ed episodi di cannibalismo, l’isolamento non sembra però la minaccia peggiore. Mentre una giovane esquimese muta, soprannominata Lady Silence, si muove indisturbata sulla Terror e svanisce per giorni, insensibile a freddo e fame, una creatura sconosciuta sembra fare la sua apparizione intorno alle navi: intelligente e malevola, si aggira tra i ghiacci e dà la caccia agli uomini dell’equipaggio, uccidendoli a uno a uno…

Titolo: The Terror | Titolo originale: The Terror, 2007 | Autore: Dan Simmons | Pagine: 790 | Traduzione: Gaetano Luigi Staffilano | Editore: Mondadori | ISBN: 9788804703556

Le spedizioni polari sono quanto di più simile alla fantascienza si possa provare su questo pianeta: paesaggi alieni e spietati, estrema lontananza dalle terre conosciute, animali sconosciuti e pericolosi, indìgeni dotati di costumi e linguaggi incomprensibili ma tecniche di sopravvivenza che appaiono magiche.. se è ancora vero oggi, a maggior ragione doveva esserlo a metà ‘800, quando, decenni prima che l’Antartide vedesse la tragica rivalità tra Amundsen e Ross e l’epica impresa di Ernest Shackleton, le potenze europee cercavano spasmodicamente nell’Artide canadese il “Passaggio a Nord-Ovest”, che, attraversandola, permettesse di collegare la costa est di Canada e USA con la costa ovest e l’Asia senza dover circumnavigare le Americhe effettuando il periplo via Capo Horn (la Union Pacific non aveva ancora realizzato il collegamento ferroviario).

Una di queste imprese fu tentata nel 1846 dalle navi Erebus e Terror, sotto la guida del comandante John Franklin, veterano delle spedizioni in Antartide dove aveva battezzato due vulcani con gli stessi nomi delle sue navi: di questa spedizione però si persero purtroppo le tracce.

Fin qui la Storia, su cui Simmons innesta la sua storia: a Simmons sembra piacere molto riprendere storie note: “Ilium” dalla guerra di Troia, “L’estate della paura” da “It”, “Drood” da Dickens.. a chi non avesse letto “Hyperion” potrebbe sembrare uno di quegli antichi poeti epici che rifacevano e trasformavano storie già note.

Ma torniamo al romanzo, che si apre nel 1848, quando le due navi sono bloccate da due anni tra l’isola del Principe di Galles e la penisola Boothia: due anni in cui la primavera non ha portato l’attesa apertura dei ghiacci, e oltre tutto la selvaggina ha scarseggiato eccezionalmente. Ci sono comunque razioni per almeno un altro anno; le navi sono l’avanguardia della tecnologia dell’epoca, possono resistere alla pressione dei ghiacci e finanche agire da rompighiaccio (finchè durerà il carbone per il motore..), per poi riprendere la navigazione a vela.. si tratta di terre poco conosciute, non si è nemmeno sicuri che le maggiori isole non siano in realtà penisole; e così, mentre una serie vertiginosa di flashback ci riassume i due anni di spedizione dai punti di vista dei principali personaggi, John Franklin invia una serie di spedizioni: chissà mai che una di queste non trovi mare aperto, dove una scialuppa potrebbe essere trainata dai marinai, per poi risalire a vela verso sud un fiume che sfocia nella baia di Hudson e arrivare infine a un avamposto commerciale candese… ma non è poi un gran problema, pensa il comandante: la sua seconda moglie, dalle ingenti risorse finanziarie e dalle ancor più imponenti aderenze politiche, a quest’ora avrà già fatto organizzare una spedizione per soccorrerli!

Una delle spedizioni di esplorazione, però, ha esito ben diverso da quello atteso: ritorna con una settimana di ritardo, due corpi su una slitta, e un mistero che la insegue. Un corpo moribondo è di un anziano eschimese, ferito per sbaglio dai marinai dopo averlo incontrato lontanissimo da ogni centro abitato, e soprattutto in compagnia di una giovane donna, che non può aiutarli a capire perché.. priva di lingua. L’altro corpo è il cadavere nientemeno che del tenente Gore, guida del gruppo e ufficiale tra i più capaci e alti in grado. Il mistero è quello della creatura che l’ha ucciso: qualcosa che somiglia a un orso polare, ma evidentemente non lo è, e non solo perché molto più grande e feroce. Giovane, bello, coraggioso e umano, il tenente Gore è la perfetta vittima sacrificale (opposto è il meschino Franklin, che al povero dr. Goodsir che gli spiega che per fortuna potrà curare l’eschimese, a cui hanno sparato per sbaglio, risponde perplesso “e perché?”; e che, comodamente seduto, tiene in piedi per ore il povero marinaio Best appena tornato da una settimana di spedizione massacrante, per farsi resocontare; pronto anche a riprenderlo solo perché ha ingenuamente nominato la battaglia di Trafalgar senza avervi partecipato..). Gore verrà devotamente riportato alla nave dai suoi uomini su una slitta, pressoché sfigurato e irriconoscibile; e da quel momento la vita dei marinai diventa un incubo..

..un incubo che si trascina a lungo, ma che Simmons sa animare con mille variazioni: sia degli attacchi della bestia (l’interminabile duello notturno, acrobatico e avventuroso, tra il “mastro del ghiaccio” Blanky e il Terrore dei ghiacci è pura adrenalina), sia della vita sulla nave, immaginando persino che a Capodanno i capitani organizzino un “Carnevale sui ghiacci”, che per quanto assurdo sembra storicamente provato, sia provocando i lettori con allusioni, citazioni e vera e propria meta-letteratura, come nel caso dello stesso Carnevale.

Finché gli uomini lasciano le navi per tentare la traversata a piedi dell’Artico canadese, trascinandosi dietro le barche di salvataggio: consapevoli che anche nel migliore dei casi pochi di loro arriveranno agli avamposti sul Grande Lago degli Schiavi, si preparano a morire di scorbuto e dissenteria, sfiancati dallo sforzo di trascinare le barche sul terreno nutrendosi di razioni ridotte.

Simmons sa evitare che l’angoscia protratta, gli sforzi inumani di uomini che vivono mesi in condizioni in cui noi non reggeremmo per un giorno (ricordando in questo i diari della ritirata di Russia), il lento sfasciarsi dell’organizzazione civile, portino alla monotonia: sembra impossibile ma ci sono anche momenti di umorismo sia pure macabro, come quando Crozier legge in una messa funebre un brano dal Leviatano di Hobbes: è una sua abitudine, un po’ blasfema, ma che entusiasma sempre i marinai, convinti che la Bibbia comprenda davvero un “libro del Leviatano” (il termine in effetti è biblico e marinaro).

Nelle ultime 200 pagine il romanzo si trasforma: senza voler dire più dello stretto necessario, entreremo nel mondo, nella mente, nella mitologia degli eschimesi, con un approfondimento tanto delle loro leggende quanto del loro stile di vita, che sarebbe piaciuto a narratori-antropologi come la leGuin; alla fine contempleremo anche noi con disgusto gli oggetti di fattura europea ritrovati nel relitto della nave; sentiremo l’incredibile contrasto tra la fatica brutale e senza fine dei marinai britannici e l’agilità degli eschimesi, dovuta alle loro raffinatissime tecniche artigianali.

Simmons scrive con largo respiro: il romanzo dura 900 pagine, ha un’ambientazione claustrofobica, perché anche se in mezzo a distese sconfinate di ghiaccio, i marinai sono di fatto confinati sulle loro navi, dove dispongono a malapena dello spazio vitale; l’azione inizialmente è ben poca.. eppure la narrazione è trascinante: a un capitolo in presa diretta ne alterna un altro di flashback, usando sia la terza persona sia estratti di diario, come quelli del medico di bordo Goodsir dall’ingenuo entusiasmo (un nome, un programma: “brav’uomo”..); passando da un abile “show, don’t tell” dove ci guida alla valutazione dei personaggi attraverso la descrizione visiva di atteggiamenti e frasi anche di altri (Crozier, il concreto e sofferto capitano della Terror; Franklin, l’ambizioso e bigotto comandante dell’intera spedizione, la cui presunzione si rivelerà fatale; del resto non ha nemmeno capito che la seconda moglie lo ha sposato a sua volta per ambizione, e amando un altro non fa fatica a vederlo partire per una spedizione di anni..) alternati a brevi squarci introspettivi, per lo più del capitano Crozier (non comandante: anche questa sottile differenza conta, in questo mondo dove le formalità sono rigorose anche in mezzo alla catastrofe), senz’altro il personaggio centrale di questo romanzo peraltro corale e ricco di personaggi ben sviluppati; per esempio, il brano in cui Crozier percorre i ponti della nave come se stesse attraversando i vari livelli del suo spirito.

Ognuno delle decine e decine di capitoli è precisamente etichettato con nome del protagonista, coordinate geografiche e data: procedimento non nuovo ma raramente così pignolo, utile comunque sia a guidare il lettore, che si ritroverà spesso a consultare le mappe allegate, sia a contribuire all’atmosfera marinaresca, sia a giocarci su nei capitoli finali, quando il loro protagonista si troverà a vivere a trascorrere del non-tempo in un non-luogo e soprattutto a non essere più la stessa persona di prima..

Simmons, come si è detto, prende il suo tempo per costruire una rete di simboli, e avvicinarsi con movimento a spirale verso il presente: solo a pag. 200 avremo una prima idea di come si manifesti la creatura, e di come è stato l’incontro dei marinai con la misteriosa coppia di eschimesi; e solo dopo qualche altro centinaio di pagine si romperà la stasi sulle navi, e gli uomini supersiti le abbandoneranno per cercare salvezza. Ma la ricchezza della narrazione la rende tutt’altro che statica: ci fa scoprire via via la vita di una nave nei minimi dettagli tecnologici e una galleria dei suoi occupanti.

Il capitano Crozier tormentato dall’alcolismo, dal suo passato, il suo amore illusorio e peduto, gli incubi, se sono incubi, che lo perseguitano fin dall’infanzia;

Il comandante Franklin, dall’ambizione smisuratamente superiore alle capacità: oltre che bigotto e razzista, sessuofobo: ha sposato la prima moglie già malata, la seconda lo ha sposato per la posizione ed è contenta di vederlo partire subito per qualche anno, figli non ne ha e le poche aborigene che incontra nei suoi anni di spedizione le considera creature demoniache (sebbene altri suoi compagni di viaggio gli dimostrino con i fatti che non lo sono..), al punto di considerarle tutte, compresa l’eschimese, manifestazioni di un unico “succubus” che lo perseguiterebbe.. (da notare che il cadavere dell’eschimese viene poco cristianamente eliminato più o meno come un rifiuto pericoloso, mentre quello del capitano Gore riceve una cerimonia solenne, con tutti gli uomini che rinunciano a coperture pesanti per esibire l’alta uniforme durante un’interminabile funzione religiosa sul ghiaccio: non sarebbe costato nulla, dopo la cerimonia, usare per l’eschimese lo stesso sontuoso scavo nel ghiaccio usato per seppellire l’ufficiale);

Ma Franklin non è il peggio: l’incarnazione del Male, e non per metafora, è il “mastro calafato” Cornelius Hirst, mestatore nel torbido, già noto come predatore sessuale verso i ragazzini imbarcati sulle navi, ora in coppia quasi simbiotica con il gigante idiota Magnus Manson, suo braccio destro in ogni crimine: il suo odio implacabile per John Irving, giovane ufficiale colpevole solo di averlo colto in un atto omosessuale senza poi denunciarlo (cosa che avrrebbe comportato la fucilazione), comporterà non solo un delitto di ferocia diabolica, ma scatenerà un assurdo massacro che distrugge in boccio l’amicizia tra marinai ed eschimesi, che Irving aveva solidamente piantato e avrebbe potuto portare alla salvezza: e nessuno lo saprà (Crozier lo interroga spietatamente, ha tutti gli indizi in mano: ma non riesce a trovare la prova per fucilarlo).

I personaggi non sono tutti così infami: proprio Irving è anche protagonista di uno strano idillio con la misteriosa eschimese: è lui a scoprire il suo nascondiglio nella prua della nave, lui a seguire il tunnel che lei sfrutta per uscire di nascosto dalla nave, lui ad assistere alla “comunione” con la bestia dei ghiacci; lui, infine, a scoprire l’igloo che lei si è costruita, e a raggiungerla dietro ordine di Crozier per tentare di convincerla ad aiutarli a procurarsi carne fresca; realizzando invece un insolito, muto scambio di doni. E quando il cadavere macellato di lui verrà esposto per l’ultima volta ai compagni marinai, “Lady Silence”, sparita da giorni da “Campo Terrore”, ricomparirà misteriosamente per restituirgli il suo dono, come ultimo omaggio. Solo Crozier assisterà a questo scambio: e tra lui e la donna passerà uno sguardo d’intesa, non privo di conseguenze. Forse i suoi incubi ricorrenti sono in realtà la “seconda vista” di cui gli parlava una ribelle nonna irlandese.. e chissà se è per questa seconda vista, o per un motivo ancora più profondo, che durante una visita al “tumulo di Ross” dove lasciare un messaggio per i futuri, eventuali soccorritori, che, nel difendersi da quella che appare essere la creatura, rifiuta di spararle nel muso?

Dan Simmons

Proprio commovente invece un’altra coppia omosessuale, quella formata da John Bridgens e il più giovane Harry Peglar: quasi un ideale platonico di coppia unita dall’amore per la cultura e il sapere, dove il più anziano istruisce il più giovane, inizialmente analfabeta (è un altro esempio di meta-letteratura: Peglar, dopo aver convissuto anni con una donna analfabeta come lui, ha scoperto la cultura e l’omosessualità dal “marinaio più colto della flotta”, a bordo di un certo brigantino Beagle in viaggio di esplorazione di 5 anni intorno al mondo, al comando di un certo capitano FitzRoy.. ma il più famoso passeggero di quel brigantino inizialmente non viene nemmeno nominato: Simmons gioca con il lettore).

Il romanzo è rigorosamente storico fin dove la Storia ci informa; ma è rigorosamente metafisico nelle sue linee di fondo. Come nella nostra vita reale, i fatti ammettono un’interpretazione soprannaturale, ma a rigore possono essere spiegati anche dalla sola ragione materiale.

Il richiamo a Melville è dichiarato fin dall’inizio, con una doverosa citazione da Moby Dick: c’è un Male insito nel mondo, che perseguita i giusti e gli ingiusti, ma ha una sua logica anche se oscura all’uomo (potente la scena in cui la Bestia fa volare la testa di un Marine fino alla carcassa di un orsacchiotto che il Marine aveva macellato perché facesse da esca).

Il romanzo aggiunge però che c’è un Male peggiore, possibile solo all’Uomo, o forse solo a un uomo posseduto da Qualcos’Altro, come comunque solo l’Uomo può essere: è il caso di Hickey, come dimostra il suo allucinante incontro finale con la Bestia.

Antonio Ippolito