Recensione: “La montagna dell’infinito” (The Door of His Face, the Lamps of His Mouth and Other Stories, 1971) di Roger Zelazny

Antonio IppolitoLa montagna dell'infinitoPerché mai si dovrebbe scalare una montagna alta settanta chilometri, la cui vetta supera l’atmosfera del pianeta che la ospita? Forse, perché raggiungere le vette più alte è un impulso naturale per l’uomo. « La montagna dell’infinito» è uno dei racconti e romanzi brevi compresi in questa antologia, che racchiude il meglio della narrativa di Roger Zelazny, scelto da lui stesso. « Un autore », ha scritto Robert Silverberg, « che rappresenta uno dei punti fondamentali della fantascienza negli ultimi vent’anni. Le sue storie sono le uniche a presentare il dosaggio perfetto tra estrapolazione scientifica e ricca visione poetica, tra azione incalzante e immaginazione onnipervasiva ». In questo volume troverete storie di antiche civiltà marziane e nuovissime civiltà terrestri; di conflitti senza quartiere con gli elementi scatenati nell’ecologia aliena di pianeti bizzarri; di improvvise aperture sui grandi segreti dell’universo, e del loro effetto sull’animo umano. Racconti diversi nel tema e nello stile, ma legati da un tenace filo conduttore: la nuda, disperata solitudine dell’uomo di fronte alle prove cruciali. Un filo che rappresenta la traccia essenziale di una lunga ricerca stilistica e contenutistica, che ha rinnovato l’intero campo della fantascienza.

Titolo: La montagna dell’infinito (E altre storie) | Autore: Roger Zelazny | Titolo originale: The Door of His Face, the Lamps of His Mouth and Other Stories, 1971 | Antologia di racconti | Edizione italiana: Settembre/Ottobre 1979 COLLANA Futuro. Biblioteca di Fantascienza 48, Fanucci Editore | Tutte le edizioni QUI

Penso che questa raccolte, insieme a “Vetro levigato dal mare” di Delany, sia quella che ha più contribuito a rinnovare il genere fantascienza negli anni ’60. Con questo non voglio sminuire il valore assoluto di altre raccolte come quelle di Ballard (“L’area del disastro” e “I segreti di Vermilion sands” su tutte) o Lafferty (da noi pubblicata solo “Strani fatti”), o di antologie come “Dangerous visions”. Le due citate all’inizio però consacrarono due autori emergenti e che avrebbero avuto enorme influenza.

Consapevole di ciò, Fanucci la pubblicò in una degna edizione, con una significativa introduzione di De Turris e Fusco, una presentazione dell’autore stesso, e una prefazione di Theodore Sturgeon.

THDRSFHSFC0000Nell’edizione italiana, la raccolta si apre con Un pezzo da museo, racconto umoristico con tocco fantascientifico finale, dove Zelazny può utilizzare il suo amore per l’arte e la vita bohèmienne. Racconti umoristici e drammatici si alterneranno fino alla fine.

Un altro è I grandi, lenti sovrani: i re in questione sono due sauri di immensa mole e lentezza, unici superstiti del loro pianeta insieme a un robot di servizio; ma, un po’ come il sovrano del pianetino nel “Piccolo principe”, cercano sudditi.. purtroppo la vita organica va a un ritmo troppo accelerato per i loro tempi geologici!

Il breve Lucifero è un racconto elegiaco, dove un uomo torna in una futuristica metropoli abbandonata, e lavorando a lungo riesce a ridarle energia e vita per qualche decina di secondi, letteralmente “Lucifero”.

Il brillante Febbre da collezionista, dove l’autore stesso spiega di aver voluto esercitarsi a scrivere un racconto basato quasi solo su dialoghi, ci presenta un simpaticissimo alieno, davvero alieno; Il mostro e la vergine, invece, è una microstoria nello stile di Fredric Brown, un altro esperimento dell’autore per vedere quanto potesse essere breve una storia comunque significativa.

Le porte del volto, le braci della sua bocca: Il racconto che dà il titolo alla raccolta, vincitore del premio Nebula, è meritatamente celebre: a livello sia stilistico, sia di contenuti esprime al meglio la novità apportata da Zelazny alla fs in quella che fu chiamata “la new wave americana”. È stato detto che la storia riprende i pulp degli anni ’30, con un cinico avventuriero in cerca di ingaggio nel principale porto di Venere, come nei racconti di C.L.Moore; una Venere per nulla realistica, ma vivibile per l’uomo. È vero, e sarà così anche in altre novelle di questa raccolta; ma lo spirito è completamente diverso: qui abbiamo un protagonista hemingwayano, un uomo ossessionato dal ricordo del fallimento nella caccia alla più pericolosa preda del sistema solare; e che si trova ad avere l’occasione per riscattarsi, ma per farlo dovrà mettersi al servizio di una giovane, bella e spregiudicata ereditiera, e per di più sua ex che gli ha salvato la vita una volta: una specie di femme fatale anni ’30, apparentemente. Ma le schermaglie tra i due saranno molto più profonde di quelle di un pulp. E intanto impareremo la biologia dell’ “Ichthyformis”; vedremo la particolareggiata descrizione di un’alba su Venere (“immaginate di versare latte in un calamaio.. poi di scagliare il calamaio contro una parete..”); seguiremo i dettagli tecnici del battello costruito apposta per dare la caccia a “Ikky”, di una precisione scientifica degna del miglior Clarke. Soprattutto godremo lo stile pirotecnico di Zelazny, che alterna gergo tecnico, inglese arcaico, citazioni bibliche ironicamente svuotate di significato: complimenti al traduttore M. Rui per le soluzioni trovate!

THDRSFHSFC1987Devil Car è un racconto di avventura sfrenata e vendetta personale in una Terra ridotta a deserto postatomico, tra scorrerie di automobili autonome e ribelli e gli ultimi uomini che difendono i fortini di carburante. Ma anche l’auto del protagonista ha sentimenti..

Avventuroso è anche il bizzarro L’amore è un numero immaginario, con un protagonista che fugge da una dimensione all’altra, eterno Prometeo che vuole dare potere illimitato all’uomo, inseguito da potenze che vogliono frenare questo progresso (dovrebbe essere un embrione del ciclo di Ambra, che però non ho letto): «Hai già dimenticato il sole del Caucaso… l’avvoltoio che ti divorava il fegato, giorno dopo giorno, sotto il sole ardente?».

Il successivo Quel momento della tempesta è pure un grande racconto di avventura, ma soprattutto un racconto sulla solitudine esistenziale di chi viaggia tra pianeti, costretto ogni volta ad abbandonare nel passato amicizie ed affetti; finchè non crede di aver trovato una casa e una compagna definitiva.. L’appassionante descrizione di un comunità che si trova a lottare per la sopravvivenza contro una tempesta mostruosa si apre con la famosa riflessione:

Imparai così che l’Uomo è l’Animale Razionale, che l’Uomo è Colui che Ride, che l’Uomo è superiore alle bestie ma inferiore agli angeli, che l’Uomo è colui che si guarda guardarsi far cose che sa essere assurde (questa è di un ragazzo che seguiva Letterature Comparate), che l’Uomo è l’animale che trasmette cultura, l’Uomo è lo spirito che aspira, afferma, ama, quello che si serve di utensili, seppellisce i morti, immagina religioni, e quello che cerca di definire se stesso (quest’ultima è del mio compagno di stanza, Paul Schwartz; al momento mi sembrava abbastanza buona. Chissà che ne è di Paul?)

In ogni modo, alla maggior parte rispondo «forse» o «anche, ma…» o semplicemente «stupidaggini!» Sono ancora convinto che la mia era la migliore, perché ho avuto la possibilità di sperimentarla, a Tierra del Cygnus, Terra del Cigno…

Avevo detto: «L’uomo è la somma totale di ogni azione che ha compiuto, che desidera compiere o non compie, che desidera aver compiuto o non compiuto.» (..)

Tierra del Cygnus, Terra del Cigno, bel nome.

Bel posto, anche, per un po’…

Fu lì che vidi le definizioni dell’Uomo, a una a una, venir cancellate dalla grossa lavagna, finché rimase soltanto la mia.

A questo punto vale la pena di sottolineare un aspetto della narrativa di Zelazny: il superomismo. Se dovessi fare un paragone, direi che è l’Hemingway o forse il D’Annunzio della fantascienza: Hemingway per l’ossessiva necessità dei suoi personaggi di mettersi alla prova contro pericoli enormi per sentirsi vivi; D’Annunzio per i suoi raffinati gusti artistici; anche se non manca un tocco di sentimentalismo decadente alla Fitzgerald, con la necessità di riconquistare la donna da tempo perduta, o più spesso si tratta di conquistare quella appena scoperta. Anche un po’ irritanti i suoi superdotati protagonisti, per chi come me ama i cani bastonati di Delany..

THDRSFHSFC1974Segue una delle brillanti “short-stories” di vario genere, la paradossale Divina follia: sul tema del tempo che si muove all’indietro, già trattato da Leiber, Ballard e Dick, ma con meno fatalismo.

Si torna a volare molto alto con Le chiavi di Dicembre: magnifico racconto sul “terraforming”, operato da un gruppo di umani a loro volta geneticamente modificati per lavorare su un pianeta lontano, poi distrutto da una nova, e che quindi hanno bisogno di un pianeta su misura per sé. Per vincoli economici la trasformazione durerà millenni, durante i quali i futuri coloni veglieranno a turno; i protagonisti, nei loro periodici risvegli, hanno così modo di vedere come la vita sul pianeta riesca ad adattarsi, oppure venga distrutta, dalla trasformazione accelerata da loro imposta. E qui entra l’ultimo e più importante tema: che fare se una delle specie animali, sottoposta a evoluzione forzata, riesce a raggiungere in tempi brevi l’intelligenza? Continuare l’attività di trasformazione che potrebbe spazzarli via, perché alla fine non abbastanza adattabili? E se cominciano a venerarti come una divinità? Il tema di una responsabilità morale proporzionale al proprio potere è anche qui fortemente sentito da Zelazny.

La montagna dell’infinito è a mio parere una delle 5 eccellenze assolute della raccolta: pochi dilemmi esistenziali ma tanta fantascienza avventurosa e world-building, un tocco di soprannaturale e di romanticismo lo rendono un esemplare unico di alpinismo extraplanetario!

Sorprendente L’uomo che amò la Faioli, crepuscolare e struggente racconto di un uomo che ha scelto di vivere come guardiano di un cimitero cosmico, in grado di passare dalla vita a una specie di morte per evitare la morte definitiva (è uno degli ultimi umani a morire di vecchiaia o malattia), e viceversa: gli si avvicina una Faioli, creatura aliena il cui compito è colmare di piacere l’ultimo mese di vita degli uomini, perché abbandonino la vita senza rimpianto.

Un dialogo fra i due amanti ci dà un altro spunto per un autoritratto di Zelazny:

«Che cosa ti anima, John Auden? Tu non sei come gli uomini che vivono e muoiono, ma prendi la vita quasi come una delle Faioli, spremendone tutto ciò che puoi e seguendola con un ritmo che parla di un senso del tempo quale nessun uomo dovrebbe conoscere. Che cosa sei?»

«Io sono uno che sa,» disse lui. «Sono uno che sa che i giorni dell’uomo sono numerati, uno che brama di disporne quando sente che si approssimano alla fine.»

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Conclude la raccolta il brevissimo e intenso Corrida, dove un uomo è rapito dalla sua New Yorlk per essere costretto a combattere un nemico strapotente.

Ho lasciato però da parte Una Rosa per l’Ecclesiaste: l’ho lasciato per ultimo, anche se fu uno dei primi pubblicati e anche in questa raccolta è in apertura. Questa novella assomma tutti i temi principali di Zelazny, con un’intensità, un “voltaggio” unici: la mitologia indiana, le arti marziali, l’amore per la poesia.. anche il superomismo raggiunge i suoi vertici in un protagonista tanto odioso e poco credibile quanto affascinante: poeta precoce, genio poliglotta, maestro di aikido.. un autoritratto? Così come lo stile: talmente carico di citazioni e parafrasi poetiche da rischiare continuamente di scivolare dal suggestivo al pretenzioso; qui parafrasa l’Ode al vento dell’Ovest di Shelley, lì confronta diverse tipologie di sacerdotesse indù, là ancora cita il sessuologo Havelock Ellis.. (spesso mi torna in mente una frase dall’introduzione di Sturgeon:

“..persino un forgiatore di parole così destro come Zelazny può dimenticarsi ogni tanto che una tale creazione può distrarre il lettore dal suo avanzare da qui a lì, e che il suo mobilio dovrebbe esser posto fuori dalle zone di transito. Se sbatto lo stinco contro un tavolino da caffè, m’interessa poco che sia il manufatto più squisitamente costruito dall’epoca del Re Sole. Specialmente se è stato proprio l’autore a infilarmi in un vicolo cieco.

E c’è poi la questione delle citazioni esotiche, l’inserimento di uno di quei termini filosofici tedeschi assolutamente precisi e pertanto intraducibili, o una citazione dalla mitologia classica (..)

C’è una linea sottile, e vaga, tra il far seguire all’utilizzo di un’intrusione esotica la sua definizione, che può risultare dannatamente offensivo per il lettore che la comprenda, e il gettargli qualcosa di scabroso e difficile da reggere, senza preavviso o chiarimenti successivi.”).

DTRNSNSGSC1980Ma l’equilibrio è sempre mantenuto, e questa è una delle più belle storie mai scritte su Marte. C’è naturalmente un antico popolo, decadente e morente; c’è la sua antichissima cultura, che il nostro linguista saprà penetrare fino a ricostruirne la storia e le lingue sacra e comune; c’è una danzatrice che incarna la selvaggia bellezza di quel mondo rosso e desertico, e contro ogni aspettativa si abbandona all’amore per lui contro ogni tabù del suo popolo.. o almeno così sembra. C’è una speranza nata contro ogni speranza, c’è una rosa (su Marte!) e c’è l’Ecclesiaste: un libro della Bibbia dove non si nomina Dio né alcuna speranza, eppure è canonico da millenni, forse per mettere alla prova la fede, per suscitarla per reazione? C’è un manifesto dell’autore:

“È davvero vanità; è orgoglio! È l’hybris del razionalismo che attacca sempre il profeta, il mistico, il dio. È la nostra blasfemia che ci ha reso grandi, che ci sorreggerà, e che gli dèi segretamente ammirano in noi. Tutti i nomi veramente sacri di Dio sono cose blasfeme da pronunciare!»

(e non a casa alla fine di questo racconto c’è la prima bestemmia che abbia letto stampata. Il concetto di “hybris” invece, ovvero la “tracotanza” dell’Ulisse di Dante che vuole superare i limiti imposti dalla divinità alla condizione umana, me l’aveva già spiegato Asimov in un suo racconto).

Antonio Ippolito

zelaznyL’AUTORE

Roger Joseph Zelazny (Euclid, 13 maggio 1937 – Santa Fe, 14 giugno 1995) è stato uno scrittore, autore di fantascienza e di fantasy statunitense. Ha vinto il premio Nebula per tre volte ed il premio Hugo sei volte, di cui due per i romanzi Signore della luce (Lord of Light, 1968) e Io, l’immortale (This Immortal, 1966).

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