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La fantascienza degli anni ’60 e il rinnovamento culturale (Quarta parte) – Fantascienza e psichedelia

Andrea MinaPrima parte dell’articolo qui | Seconda parte dell’articolo qui | Terza parte dell’articolo qui

Drugs Themes in Science FictionFin dagli esordi della fantascienza, le droghe sono state usate come espediente narrativo. Esse danno voce in via diretta all’immaginazione: spesso diventano mezzo di espressione di idee a proposito dell’ordine sociale, dei fenomeni religiosi e tecnologici di cui è intrisa la realtà; in questo modo permettono di indagare l’idea stessa di realtà, insieme con le aspirazioni e le paure dell’uomo.

Il saggio di Robert Silverberg (Saggio scaricabile cliccando QUI)

Tra 1974 e 1975 il National Institute on Drug Abuse pubblica dieci studi sociologici sull’abuso di droga in America. Lo scopo dell’ente sanitario è di fornire una serie di compendi aggiornatissimi sull’uso delle droghe, e viene chiarito nell’introduzione che “ogni argomento è stato scelto perché rappresenta una questione scottante rispetto agli interessi attuali della comunità di ricerca”.[1] E’ sorprendente per il lettore di oggi trovare insieme ad argomenti “ortodossi” sul tema degli stupefacenti (es: ‘Droga e impiego’, ‘Droga e gravidanza’, ‘Droga e dipendenza’), il saggio ‘Droga e fantascienza’. Altrettanto curioso è che a scrivere il saggio sia chiamato Robert Silverberg: noto specialista della fantascienza, e non certamente degli aspetti sociologici dell’abuso di stupefacenti. Ma per il fatto che questo saggio esprime la preoccupazione che la sf incoraggi l’uso di droghe presso i giovani, esso è alquanto significativo per la nostra ricerca.

Sulla copertina del volume figura una versione di ‘The Ancient of the Days‘ di William Blake. Proprio a un verso di Blake Aldous Huxley aveva ispirato il titolo di un suo studio sugli effetti delle sostanze psicotrope, il quale costituisce uno dei punti di riferimento per Silverberg: The Doors of Perception. Dal momento che l’uso di droghe, anche con il benestare della fantascienza, si è diffuso a livello capillare nella nazione, sono necessari studi approfonditi sulle sue implicazioni e sulle sue cause, per poterlo riportare sotto controllo.

Secondo Silverberg, un libro di fantascienza contiene “più spesso una riflessione sulle tendenze sociali del presente che una predizione delle correnti del futuro. L’incremento dell’uso di droghe è rispecchiato fedelmente dall’incremento di questi temi nella fantascienza”[2], la quale, ad essere onesti, “generalmente segue l’opinione pubblica, invece di guidarla”[3]. Tuttavia, argomenta Silverberg, se è vero che un singolo libro rappresenta solamente la descrizione di tendenze già in atto, è altrettanto vero che una corrente più vasta (in questo caso la new wave) può essere usata come strumento sociologico in grado di far luce sul mondo che ci aspetta. Non perché gli scrittori di fantascienza siano in grado di predire il futuro, bensì per una ragione molto più “banale”: la sf è la letteratura preferita dei giovani di cultura e intelligenza sopra la media, i quali saranno classe dirigente negli anni a venire, ed esprime la loro visione del mondo.[4] Ecco qual è il significato della ricerca di Silverberg: comprendendo i motivi del fascino esercitato sui giovani congiuntamente dalla psichedelia e dalla fantascienza, è possibile ottenere una visione abbastanza perspicua del futuro prossimo.

Robert Silverberg

Il saggio contiene una breve introduzione (intitolata ‘Overview of Drug Themes in Science Fiction‘) in cui Silverberg espone il nucleo teorico e gli assunti della sua ricerca; segue una lunga lista di circa 75 opere di fantascienza, pubblicate tra 1929 e 1973, in cui la droga rappresenta un costituente narrativo importante. L’analisi mette in luce che nel cosiddetto “periodo contemporaneo” della sf (ovvero quello che Silverberg considera successivo al ’65), si sono verificati due mutamenti nella trattazione delle droghe:

· Esse sono trattate quasi sempre come veicoli per ampliare la mente e le facoltà psichiche (sulla falsariga dell’LSD, e qui sono comprese anche droghe che annullano le differenze tra spazio e tempo), oppure per accentuare le sensazioni (sulla falsariga della marijuana). Molti scrittori descrivono le proprie esperienze personali con gli stupefacenti, oppure li assumono durante lo stesso processo creativo (a imitazione dei beat).

· Della droga ora dominano le presentazioni in chiave positiva, mentre nella maggior parte delle opere di sf classica si era cauti a esaltarne gli effetti, o la si collegava decisamente al decadimento fisico-morale.

Insieme a Silverberg, è bene che ci domandiamo: che cosa lega il fascino esercitato sui giovani dalla droga, a quello esercitato dalla fantascienza? L’autore individua due ragioni:

· Il Desiderio di evadere dalla realtà traumatica degli anni ’60 (ovvero da quella che chiama “dislocazione sociale”[5]).

· Ragione principale: rifiuto di ciò che è convenzionale tanto in ambito morale quanto in ambito estetico; fascino per il bizzarro e il mostruoso.

Philip DickHunger for transcendence

Oltre a queste due ragioni, tuttavia, ne può essere individuata almeno un’altra: la sensazione, di certo familiare per ogni lettore di fantascienza, che chiameremo “hunger for transcendence” prendendo a prestito il termine dal Cambridge Companion to Science Fiction.[6] Una certa fame di trascendenza è presente nel messaggio di drop-out di Tim Leary, se lo si vuole intendere come qualcosa di più di una semplice istigazione a evadere dalla società per darsi all’ozio. L’idea è che l’uscita individuale dal mondo sia necessaria per l’affermazione e la liberazione dell’uomo, e che le sostanze psicotrope possano favorirla (e in questa ottica vanno lette anche le tensioni religiose, il misticismo, lo sguardo rivolto all’Oriente dei membri dei movimenti controcuturali). Ma la fame di trascendenza è anche ciò che infiamma l’appassionato di fantascienza e ciò che accalca il pubblico al cinema per seguire Stanley Kubrick nella sua odissea trascendentale. La fantascienza di questi anni, o per lo meno una sua buona parte, è psichedelica nel senso etimologico del termine: quello di ampliamento e rischiaramento della mente, o meglio dello “spazio interiore”.

La psicotropia, nell’ottica di Leary, dovrebbe favorire il superamento dei confini della mente e l’esplorazione dei mondi spirituali, il che naturalmente ricorda il progetto ballardiano di scandaglio delle profondità dello spazio interiore; profondità che vanno portate alla luce: “vorrei trovare più idee psicoletterarie, più concetti meta-biologici e metachimici, sistemi crono-biologici personali, spazio-tempi e psicologie sintetici, quei semimondi remoti e cupi che scorgiamo nei dipinti degli schizofrenici, una completa poe­sia speculativa, fantasia della scienza”.[7] Il manifesto di Ballard, insomma, anticipa ciò che sta per avere inizio in tutto il mondo occidentale: la lotta per affermare l’individuo come entità culturale, la ricerca di uno stile e di una forma espressiva che si adattino all’interiorità. E proprio per questo, alla soglia della controcultura, egli scrive: “credo fermamente che solo la fantascienza sia equipaggiata per diventare la letteratura di domani”.[8]

The Butterfly Kid - Chester AndersonEllison concorda con Ballard. Cioè riconosce le somiglianze tra l’esperienza lisergica e l’indagine psicologica messa in atto dall’autore di sf. Nell’introduzione a Faith of Our Fathers di Philip K. Dick (presente in Dangerous Visions) racconta di aver domandato all’autore di scrivere il racconto sotto effetto di LSD. Il motivo è che oltre a quello esteriore (o forse ancora di più), “anche il reame interiore è reale. E in una storia di fantascienza viene proiettato ciò che ciascuno ha visto nella propria personale esperienza interiore”. In questo caso si tratta di Dio, o della personificazione mostruosa del potere. Dick è noto come lo scrittore che più di tutti problematizza la sottile linea di confine tra realtà e immaginazione, tuttavia non è il solo: l’espediente narrativo di “reami interiori”, o trip, che assumono realtà tangibile anche nel mondo esteriore viene ripreso più volte nella speculative-fiction di questi anni. Un chiaro esempio è il romanzo The Butterfly Kid del ’67 di Chester Anderson (uno dei pochi scrittori realmente inseriti nell’ambiente controculturale d’avanguardia) in cui viene descritto un frizzante e allucinato Greenwich Village alle prese con una nuova droga i cui trip hanno esistenza fisica, e non solo mentale. In questo e numerosi altri casi si nota che lo “spazio interiore” evocato a inizio decennio da Ballard ha progressivamente assunto un grado ontologico paritetico, se non addirittura superiore a quello “esteriore”.

Ballard “rifiutava la finzione lineare e stava scrivendo ‘condensed novels‘, [perciò] si è imbattuto nella visione di un mondo senza tempo e senza dimensioni, lacerato dall’angoscia, disseccato dalla conoscenza, e illustrativo del detto di William Burroughs, ‘Uno psicotico è un tizio che ha appena scoperto ciò che sta succedendo'”.[9] Ciò che sta succedendo – come sanno bene i postmoderni ma anche lo psicotico per eccellenza Philip K. Dick – è che il rapporto classico dell’uomo con la storia è in crisi e va ripensato. E quali strumenti migliori di quelli offerti dalla fantascienza, per problematizzare il rapporto tra l’individuo, il passato e il futuro?

E’ possibile interpretare almeno parte della new wave fantascientifica come un tentativo di indagare le implicazioni onto-psicologiche del mutamento del rapporto dell’individuo con le proprie coordinate spazio temporali. Pur semplificando, si può sostenere che la fantascienza classica esprime, con la sua narrazione lineare, una visione classica e diacronica della storia (“la pirotecnica ruota panoramica” criticata da Ballard, ovvero la descrizione di mondi futuri radicalmente differenti dal nostro che possiamo visitare con la curiosità distaccata del turista). Al contrario, alcuni autori della new wave si trovano a dover fare i conti con l’assurdità del mondo annunciata dagli scrittori postmoderni. Se è in crisi il nostro rapporto con la storia, anche il rapporto con il futuro entra in crisi dal punto di vista epistemologico. Ciò significa che, se il mondo è assurdo e privo di leggi, non ha senso tentare di dire qualcosa sull’avvenire; ovvero che molti autori appartenenti alla new wave e alla speculative fiction perdono interesse nei confronti del futuro, ma intendono addentrarsi a fondo nell’assurdità del presente.

ValisLa nuova frontiera da esplorare è la “trascendenza”, il terreno della scomparsa delle distinzioni spazio-temporali, il terreno che descrivono i viaggiatori lisergici. Ma è anche il tema che più affascina gli scrittori di questi anni, i quali lo portano sulla pagina come luogo senza tempo (lo spazio interiore di Ballard, che diventa l’estrema introflessione del protagonista di ‘Carcinoma Angles’ di Norman Spinrad), oppure come smembramento, dipanatura, trasformazione del tempo nella sua dimensione sincronica. Questa, per citare solo alcuni esempi illustri, è la visione del mondo espressa da Pynchon in V e da Vonnegut in Mattatoio n. 5, ma anche da Frank Herbert in Dune. Sarà Philip Dick in un libro scritto tra il 1974 e il 1981, ma ambientato una decina d’anni prima, a esporre a chiare lettere l’aspirazione di un’intera generazione alla trascendenza sotto forma di trasformazione del tempo interiore in spazio, e la frustrazione di tale desiderio.

Nel primo libro della Trilogia di Valis Dick cita più volte il Parsifal di Wagner, di cui lo affascina in particolar modo una frase altisonante del primo atto: “You see, my son, here time turns into space“, “il tempo si tramuta in spazio”. Il protagonista di questo libro, il Phil scrittore di fantascienza, è lo stesso Dick ed è alle prese con l’instabilità mentale del proprio alter ego Horselover Fat. L’intreccio narrativo, similmente ai capolavori dei postmoderni, è un pastiche spazio-temporale funzionale all’esplorazione tanto della personalità dell’autore, quanto del mondo che lo circonda e dell’entità VALIS, la quale è divina e terrena al tempo stesso (tanto terrena da aver rivelato lo scandalo Watergate per mettere fine al governo tirannico di Nixon, tanto divina da avere dato inizio a un nuovo destino per l’umanità intera). VALIS esiste proprio in quel luogo dove il tempo si è tramutato in spazio, dunque non esiste se non sotto forma di allucinazione.


[1] R. Silverberg, Drug Themes is SF, p. III.

[2] Ivi, p. VI.

[3] Ivi, p. 4.

[4] Ibidem. Per il fatto che i lettori di fantascienza appartengono a quella parte di popolazione che è più dedica alla sperimentazione con le droghe (ovvero i giovani), “vale la pena di esaminare la sf per la sua comprensione […] di ciò in cui consisterà l’uso di droghe in futuro”. A fine paragrafo aggiunge: “La sf è tanto una guida di dove siamo quanto una visione di dove stiamo andando. Una letteratura così popolare tra i giovani, richiedente una passione così intensa e devota, può avere un valore significativo nel rivelare il sentiero che la società contemporanea ha intrapreso e intraprenderà negli anni che ci aspettano”.

[5] Ivi, p. V.

[6] Cambridge Companion to SF,p. 51.

[7] J. Ballard, “Which Way to Inner Space?”

[8] Ibidem.

[9] A Trillion Year Spree, p. 378.