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Recensione: “Legami di sangue” (Kindred, 1979) di Octavia E.Butler

Antonio IppolitoLegami di sangueLa scrittrice nera Dana e suo marito Kevin, bianco, sono una coppia “alternativa” che vive in America, negli anni Settanta, con notevole fiducia nel proprio anticonformismo. Ma un giorno queste convinzioni, questa maturità politica e personale vengono messe alla prova da un fatto straordinario: Dana scompare sotto gli occhi del marito e viene risucchiata nel passato (per l’esattezza ai primi dell’Ottocento) nei pressi di una piantagione del Sud. La schiavitù non è stata ancora abolita; i matrimoni misti sono semplicemente impossibili; l’uomo nero non ha neppure dignità di uomo. Ma il destino di Dana è più fantastico di quanto non si pensi. Le sue vicende – e, poco dopo, quelle del marito Kevin – si intrecciano con le sorti della famiglia Weylin, proprietaria della piantagione. Ne esce una vicenda sospesa fra due mondi, due civiltà e due tempi, in cui si dipana un terribile filo rosso di violenza ma dove serpeggia una non comune tenacia e volontà di ribellione. Questo romanzo è una delle opere più mature della Butler oltre che un’attentissima ricostruzione di un periodo, di un’epoca storica che forse non è mai del tutto tramontata.

Titolo: Legami di sangue | Titolo originale: Kindred, 1979 | Autrice: Octavia E.Butler | Per tutte le edizioni del romanzo clicca QUI | Per le edizioni italiane clicca QUI

Il viaggio del tempo è vecchio quanto la fantascienza moderna, dal momento che è stato immaginato da HG Wells: quindi non vecchissimo come il volo spaziale, che ha precedenti in Gilgamesh e nella Bibbia, però abbastanza vecchio. E a dire il vero un po’ stucchevole, perché mentre qualche viaggio nello spazio abbiamo iniziato a farlo, nessuno ha la più pallida idea di come si potrebbe tornare indietro nel tempo di soli 5’ per evitare di rompere un vaso prezioso, o avanti nel tempo per raccogliere informazioni che permettano di compiere le più avide speculazioni (che è quasi il più antico utilizzo dei viaggi nel tempo: già negli anni Quaranta il film “Accadde domani di René Clair),

Cover by  Deborah GyanEppure la Butler ha saputo creare un genere di viaggio nel tempo nuovo, e allo stesso tempo gettare luce su un periodo storico che credevamo di conoscere già bene. Come noto, la Butler è donna e afroamericana; questo romanzo è del ’79, uscito quindi pochissimi anni dopo “The female man” di Joanna Russ. Siamo in un periodo di esplosive rivendicazioni sociali, sia da parte delle donne in generale sia da parte delle persone di colore: e questo è senz’altro un forte motivo di interesse del romanzo, appartenente a un genere come la fantascienza, tradizionalmente (almeno fino agli anni ’70 appunto) maschile e bianco. Sul fronte delle differenze razziali, Samuel Delany aveva già dato le sue opere più significative, ma spesso più interessate ad aspetti poetici, linguistici, e psicologici che a quelli razziali in senso stretto; su quello di rapporti tra i sessi, il terreno era stato aperto dai lavori della LeGuin, poi da quelli più militanti della Russ, di Pamela Sargent, di Alice Sheldon ancora nota con il suo pseudonimo maschile.

“Kindred” romanzo riunisce con forza questi temi. La protagonista narrante è Edana, una giovane di colore che vive nella progredita California, e ha sposato un bianco, Kevin, entrambi sfidando (ma senza troppa fatica) i pregiudizi delle rispettive famiglie; lui è già riuscito a diventare scrittore a tempo pieno, lei ci prova, collezionando nel frattempo lavoretti per sbarcare il lunario.

A un certo punto però la sua vita è sconvolta: si ritrova in una zona d’America che non conosce, vicino a un fiume dove un bambino sta affogando. Lo salva grazie al fatto che sa nuotare e praticare un pronto soccorso: la madre del bambino però, vedendo “una negra” “baciare suo figlio Rufus” (mentre gli pratica la respirazione bocca a bocca), anziché ringraziarla le dà contro. Lentamente Dana (come preferisce essere chiamata) si rende conto di essere stata trascinata nel tempo e nello spazio: per la precisione nel Maryland (stato schiavista, ma confinante con la non schiavista Pennsylvania) nel 1815.

cover by Laurence SchwingerIl suo status di straniera misteriosa, che ha salvato il figlio del padrone della locale piantagione, che “si veste come un uomo” (Dana non rinuncerà mai ai jeans), inizialmente le evitano il triste destino delle altre schiave: ma non durerà. Presto Dana si renderà conto di essere intrappolata in un incomprensibile meccanismo, per cui ogni volta che Rufus sarà in pericolo di vita (e succederà spesso, visto il di lui caratteraccio, non privo di pulsioni autodistruttive) lei sarà trascinata nel passato a salvarlo; per poi essere “liberata” e poter tornare nel suo tempo solo quando sarà lei a trovarsi in angoscia mortale. I “viaggi” possono durare giorni come anni; ognuno la porta in un momento successivo della vita di Rufus; anche Kevin, se in quel momento era a contatto con lei. Di viaggio in viaggio, una rete di relazioni morbose si intreccia tra Dana, Kevin, Rufus, la sua schiava “favorita” Alice e il padre di lui; per Dana mantenere il proprio status di schiava “privilegiata”, e quando possibile utilizzarlo a favore delle sue compagne di sventura, diventa sempre più difficile; più di una volta viene frustata per punizione fino a perdere i sensi e portarne cicatrici (eppure si tratta ancora di un trattamento “privilegiato”), magari solo perché ha cercato di insegnare a un bambino schiavo a leggere.

Il romanzo ci svela il lato femminile della schiavitù: le strategie di sottomissione e rinuncia, le violenze fisiche e psicologiche, ipocritamente nascoste da film come “Via col vento”.

L’abilità della Butler è di saper costruire personaggi comunque sfumati, non banalmente brutali o viceversa idealizzati; al punto che quello che potrebbe sembrare il “cattivo” del romanzo è comunque legato alla protagonista da rapporti di parentela (“Kindred”, appunto) impossibili da spezzare del tutto.

Da apprezzare anche la dettagliata ricostruzione di ambienti, fatti, leggi.

Le debolezze del romanzo sono due: una, che probabilmente non dovremmo considerarlo fantascienza, dato che illustra il passato storico; la seconda, lo stile piuttosto piatto, con una narrazione affidata in gran parte a dialoghi che ho trovato spesso di uno psicologismo esasperato, a volte quasi da Harmony; ma è forse un problema mio di gusti e sensibilità, oppure dovuto alla traduzione, di cui dirò tra poco.

51Lebeg5XyLL’edizione del romanzo è decisamente buona sotto l’aspetto della saggistica: per chi come me è cresciuto con i nudi Urania degli anni ’70, dove l’unico momento di riflessione era la quarta di copertina, è eccezionale poter leggere in appendice un “Dossier Octavia Butler” con una precisa introduzione di Giuseppe Lippi, un dettagliato saggio di Robert Crossley sulle questioni razziali nella fantascienza, e un commento di Nicoletta Vallorani sulle protagoniste della Butler.

Peccato però che la traduzione sia generalmente piatta e in più costellata da una serie di svarioni: da una donna, privata dei figli, che era “impazzita con tutti” (sarà stata “mad at everybody”, irosa?), a uno “straniero” che parla perfettamente inglese (è uno “stranger”, uno sconosciuto), a Rufus che dopo una caduta si ritrova la faccia “tutta blu e nera” (“black and blue”, piena di lividi); dopo che Alice è stata trovata impiccata, un’altra schiava commenta “è divertente: stava per andare a vivere con il suo uomo” (divertente? sarà “it’s funny”, che qui sarebbe “è strano”); c’è anche qualche congiuntivo che diventa condizionale: “Mi chiesi se nei cinque anni persi [in cui non si erano visti], avrebbe scritto qualcosa, o meglio se sarebbe riuscito a pubblicare qualcosa..” (la traduttrice conosce la grammatica, ma ha probabilmente perso il filo della trama); anche se la perla per me è quando “leggono un verso delle Ecclesiaste”.

Antonio Ippolito

Octavia ButlerL’AUTRICE

Octavia Estelle Butler (Pasadena, 22 giugno 1947 – Washington, 24 febbraio 2006) è stata un’autrice di fantascienza statunitense e una delle poche scrittrici afroamericane ad aver avuto successo in questo campo. Ha vinto sia il Premio Hugo che il Premio Nebula e nel 1995 è diventata la prima (e fino al 2003 unica) scrittrice di fantascienza a ricevere il Premio MacArthur. Orfana di padre, ebbe un’infanzia difficile e povera. Frequentò la scuola con difficoltà a causa della dislessia di cui soffriva e del carattere timido e sognatore. Tali esperienze negative si rifletteranno nelle atmosfere malinconiche delle sue storie e nei suoi personaggi. Lei stessa si definì “confortevolmente asociale, un’eremita nel centro di Seattle, pessimista, femminista, uno strano miscuglio di pigrizia e ambizione, di perplessità e sicurezza”.Octavia Butler fece il suo esordio in campo letterario nel 1971 con Crossover, un racconto pubblicato nell’antologia Clarion senza troppo successo. Il vero successo giunse con la serie dei Patternisti (Patternmasters), cinque romanzi pubblicati fra il 1976 e il 1984. Degna di nota è, inoltre, la sua produzione di narrativa breve, concentrata soprattutto fra il 1984 e il 1987. La Butler ha scritto pochi racconti, ma tutti hanno riscosso grande successo tanto da fruttarle i maggiori premi letterari.