Introduzioni Cosmo Oro: “Distruggete le macchine” (Player Piano, 1952) di Kurt Vonnegut

Sandro PergamenoImmagineRomanzo tradotto in Italia con diversi titoli: La società della camicia stregata (1966 Science Fiction Book Club 5 III serie [32], Casa Editrice La Tribuna), Distruggete le macchine (1979 Cosmo Serie Oro. Classici della Narrativa di Fantascienza 36, Editrice Nord) e Piano Meccanico (1992 Prosa e Poesia del Novecento 51, SE | 1994 IN Catastrofi di universale follia Classics, Interno Giallo/Mondadori | 2000 Urania 1393, Arnoldo Mondadori Editore | 2004 I Narratori, Giangiacomo Feltrinelli Editore)

Introduzione di Sandro Pergameno al volume DISTRUGGETE LE MACCHINE di Kurt Vonnegut  COSMO – CLASSICI DELLA FANTASCIENZA – Volume n. 36 (Febbraio 1979)

La satira amara di Kurt Vonnegut jr.

Esiste una categoria di scrittori che, pur appartenendo al «mainstream», di tanto in tanto si tolgono il capriccio di scrivere qualcosa ai confini o dentro i confini della letteratura fantascientifica. La critica ufficiale tende a far rientrare Kurt Vonnegut in questa casistica.
Leslie Fiedler, attento critico letterario americano che spesso si è interessato della fantascienza come fenomeno sociologico e culturale (ricordiamo un suo recente saggio sull’opera eli Philip José Farmer in cui faceva un’interessantissima valutazione della tematica sessuale e pornografica farmeriana), ha asserito che Vonnegut è uno di quegli scrittori, come Golding, Burgess, William Burroughs, John Barth, che, pur non appartenendo al mondo della science fiction si sono serviti con una certa libertà dei suoi strumenti.

A nostro avviso invece (e come noi la pensa anche un critico come Carlo Pagetti, accurato studioso dell’opus vonneguttiano), Kurt Vonnegut è a tutti gli effetti uno scrittore di fantascienza. Vonnegut, per riprendere appunto le parole di Pagetti, è un vero scrittore di sf non soltanto per la percentuale delle opere fantascientifiche su tutta la sua produzione letteraria (quasi tutti i suoi romanzi sono opere di fantascienza, di vera fantascienza, e non soltanto ai confini del genere, e anche quei pochi che non lo sono, si ricollegano agli altri in vari sensi e maniere), ma soprattutto perché egli accetta pienamente la mitologia tecnologica, avveniristica, spaziale-planetaria propria di questa letteratura, anche se poi si serve di questi miti per condurre un discorso pungentemente critico nei confronti della società americana. D’altronde lo stesso Brian Aldiss considera Le sirene di Titano (di prossima pubblicazione anch’esso su Cosmo Oro) uno dei pochissimi esempi di «hard» science fiction, cioè di science fiction purissima, che si conoscano, e Kingsley Amis ha inserito, non a caso, questo Player piano tra i dieci migliori romanzi di fantascienza che siano mai stati scritti.

PLRPNQTDWL1969Forse il discorso si fa un pochettino più complesso nel caso di Ghiaccio-nove e di Mattatoio-5, due romanzi che rimangono effettivamente ai margini del genere fantascientifico, pur adoperando l’uno (Ghiaccio-nove) come disegno di base la tipica «super arma destinata stavolta a congelare la Terra intera e i suoi abitanti, e l’altro il viaggio nel tempo, uno degli strumenti più classici ed usuali della sf moderna.
Inoltre è ben nota l’attitudine generalizzata della critica americana a considerare (soprattutto all’epoca in cui vennero scritte le prime opere di Vonnegut, che sono poi le sue più importanti, e cioè negli anni cinquanta-sessanta) la sf una letteratura per sottosviluppati mentali o per minorenni, e a voler annettere subito nelle fila del «mainstream» qualsiasi autore, come Vonnegut e Bradbury ad esempio, in grado di produrre opere di notevole livello letterario. È stato così che, fin dall’uscita di Player piano (il primo e forse ancora il migliore tra i romanzi di Vonnegut), il suo stile sofisticatissimo sotto l’apparente semplicità cristallina, la ricchezza sterminata delle sue idee e delle sue invenzioni narrative hanno fatto si che l’introduzione dell’autore nell’élite letteraria americana fosse del tutto automatica, nonostante Kurt Vonnegut provenisse da una chiara educazione fantascientifica e fosse un appassionato di sf. D’altronde basta pensare a un brano di God bless you, Mr. Rosewater, una delle poche opere appunto in cui manca l’elemento fantascientifico, ma il cui protagonista, l’ubriaco Eliot Rosewater, pompiere volontario, presidente di una Fondazione favolosamente ricca, e pieno di un amore sviscerato per l’umanità che cerca di esternare in tutte le forme possibili fino alle più assurde e grottesche, è un grande appassionato di fantascienza. Quando Eliot Rosewater, in uno dei suoi frequenti stati di ubriachezza, interrompe una conversazione tra un gruppo di scrittori di sf, e dice loro: «Vi amo, figli di puttana. Siete tutto quello che leggo ancora. Siete gli unici che parlano dei cambiamenti veramente terribili che stanno avvenendo, gli unici abbastanza folli da sapere che la vita è un viaggio spaziale, non uno breve, ma uno lungo, che durerà miliardi d’anni. Siete gli unici con sufficiente coraggio per preoccuparsi del futuro, che si accorgono veramente di quello che le macchine ci stanno facendo, di quello che ci sta facendo la guerra, di quali tremende incomprensioni, errori, incidenti e catastrofi ci sta causando. Siete gli unici abbastanza folli da agonizzare sul tempo e sulle distanze illimitate, sui misteri che non muoiono mai, sul fatto che stiamo determinando proprio adesso se il viaggio spaziale del prossimo miliardo d’anni sarà un Paradiso o un Inferno», ebbene, quando Eliot Rosewater pronuncia queste parole, è Vonnegut che parla e che professa i suoi più intimi sentimenti. Quello che poi dice la critica ufficiale e le stesse affermazioni dell’autore di non considerarsi uno scrittore di fantascienza non contano, o almeno noi la pensiamo cosi: Vonnegut è e rimane uno dei più grandi autori di sf moderna.
Che poi, una volta diventato uno scrittore affermato e lodato da tutti (lo stesso Graham Greene lo ha definito uno dei migliori scrittori americani contemporanei) egli abbia trovato più conveniente rimanere al di fuori del ghetto della sf nel comodo «mainstream», più prodigo di offerte di denaro, se non di gloria, è un altro discorso.

PLRPNXBNXB1974Parlando delle sue opere, in particolare dei suoi romanzi, possiamo riprendere il discorso fatto da vari studiosi di quest’autore, indicando in essi una componente comune ed essenziale: un disegno vasto e apocalittico che si sviluppa a partire dalle Sirene di Titano, attraverso Ghiaccio-nove per finire con la visione di distruzione totale, morale e fattuale, di Mattatoio-5. Le sirene di Titano pone le basi di questo disegno, tracciando il «background», lo sfondo e il perimetro cosmico entro cui si svolgono le successive opere dell’autore: è qui che Vonnegut tratta per la prima volta del pianeta Tralfamaldore (che giocherà poi un ruolo predominante in Mattatoio-5) La storia di Malachi Constant (il protagonista di The Sirens of Titan) e del robot tralfamaldoriano Salo, perfettissimo e ciecamente devoto alla sua missione, che alla fine si rivelerà di un’abissale stupidità, sono narrate in una prosa spumeggiante e limpida, ma è il finale amaro e beffardo, grottesco e sarcastico che lascia trasparire il punto di vista di Vonnegut sull’umanità. Essa altri non è che un’invenzione, un mezzo usato da una razza estremamente superiore a noi per uno scopo banalissimo e ridicolo. L’uomo non è dunque il signore dell’universo ma una misera creatura, quasi un oggetto senza valore, manufatto per fini stupidi e ben poco «elevati» in tutti i sensi. È questo il concetto che Vonnegut ripete anche in Mattatoio-5 e in Ghiaccio-no-ve, dove l’autore esprime la sua filosofia impregnata del suo pessimismo integrale tramite le citazioni del libro di Bokonon, «Vivi di foma, che ti fanno forte, e gentile e sano e felice…» Foma, come spiega in nota l’autore non vuol dire altro che «innocue falsità»: per Vonnegut l’uomo moderno può scegliere solo tra diversi tipi di inganno, in quanto la falsità è la sostanza di cui è composta l’esistenza. L’unica possibilità che egli ha è quella di denunciare sarcasticamente lo squallore morale del mondo. Ed è questo che egli fa appunto in tutte le sue opere, anche in Player piano che, per altri versi, si distacca dalla successiva produzione.

Player piano, che in apparenza potrebbe sembrare meno pessimista è più concreto, più vicino alla realtà quotidiana degli altri romanzi, rivela invece la stessa atroce ironia, la stessa satira che soltanto apparentemente è farsesca; in realtà si tratta di un dramma carico di umori acri e tragici. È la storia di Paul Proteus, giovane dirigente d’industria di una società utopistica, in cui tutti possono godere di un notevole benessere, in cui i cittadini godono in egual misura di tutti i moderni lussi e comfort; ma essi sono stati privati della molla vitale che li fa andare avanti, cioè l’amor proprio, la sensazione di sentirsi utili al mondo, di fare qualcosa di valido, di necessario.

41temmVrDCLL’universalità di uno scrittore dipende dalla profondità con cui egli sonda la condizione umana, e nell’opera ciò si traduce in una carica simbolica più o meno ricca. E appunto il modulo narrativo di Kurt Vonnegut è eminentemente simbolico. Non per nulla il protagonista si chiama Paul Proteus, nome che allude chiaramente alla trasformazione che egli subirà nel corso della vicenda da credente e fedele sostenitore dell’establishment a rivoluzionario dapprima tormentato e poi pienamente convinto. Non sta a noi fornire le chiavi di lettura che, numerose, si celano nella trama di Player Piano; lasciamo al lettore questo piacere stuzzicante. Citiamo solo come esempio l’episodio di apertura, in cui il giovane tecnocrate trova una gatta in un capannone industriale totalmente automatizzato e privo di ogni presenza umana; egli tenta di coccolarla, ma il rumore terrificante provocato dall’arrivo di uno spaventoso congegno meccanico scorrevole terrorizza il povero esserino che tenta di sfuggire al mostro metallico lanciandosi verso il recinto che lo separa dall’esterno, un recinto elettrificato su cui rimarrà folgorato.

Ed è questo un simbolo anche del destino di Paul, che tenterà una rivolta vana contro una società dell’automatismo governata da tecnocrati, da ingegneri e dirigenti industriali, che si tramandano il potere come nelle antiche caste medioevali. Soltanto i pochi eletti, i pochi appartenenti alla nuova aristocrazia, a questa casta onnipotente possono accedere al potere, ed i giovani «cadetti», i futuri successori degli odierni dirigenti devono dimostrare più che le loro capacità (ormai il passaggio dinastico e clientelare è divenuto automatico), di possedere lo spirito «aziendale», una cieca fiducia nel sistema, e nessun dubbio, pur minimo, viene accettato. Nessun mezzo viene trascurato per inculcare nei futuri padroni del paese lo spirito aziendale: ritiri annuali, i «Meadows», (e qui Vonnegut dimostra una straordinaria maestria narrativa) che hanno lo scopo di accendere lo spirito di corpo con gare ginniche dal sapore vagamente nazifascista; «sacre rappresentazioni» vagamente blasfeme, opere teatrali rappresentate dinanzi ai nuovi gerarchi in cui l’uomo medio, «John Averageman», l’anima in bilico tra il peccato e la salvezza, viene conteso dalle forze del bene (incarnate dal Giovane Ingegnere) e da quelle del male (rappresentate qui dal demoniaco Radicale) di fronte a un Giudice Supremo di sapore lontanamente Cristiano nella sua bonarietà e apparente equità. In contrasto con questa casta di aristocratici chiusi nelle loro cittadelle corazzate, in autentici ghetti vivono i cittadini medi comuni, non qualificati per svolgere le più alte funzioni direttive, che, pur di sottrarsi al grigiore di un’esistenza vuota e inutile, si irreggimentano o nell’esercito o nel corpo di bonifica stradale, dedito al rattoppo delle carreggiate e alla loro pulizia, un’attività più simbolica che reale, mentre le macchine vanno sostituendo sempre più l’uomo anche nei lavori di tipo intellettuale.

u1393Comunque le macchine sono solo il bersaglio apparente di Vonnegut; in realtà, come si vede nelle scene del recupero dei macchinari dopo la breve rivoluzione, egli le considera strumenti perfetti in se stessi e di indubbio valore e utilità. La violenta protesta dell’autore è diretta in realtà contro la burocrazia tecnocratica, una vera e propria dittatura di classe, che detiene il potere manovrandolo in nome di un’etica ipocrita e utilitaristica, magnificando le ricchezze materiali che le macchine producono incessantemente senza minimamente preoccuparsi della degradazione morale, dello svilimento intellettuale dei cittadini medi.
Si tratta di un romanzo che Vonnegut scrisse per ribellarsi a un’esistenza grigia e senza avvenire di dipendente di un colossale monopolio industriale (la General Electrics), votandosi alla carriera di scrittore professionista. È dunque un’opera autobiografica, che riecheggia appunto come dicevamo prima, la filosofia pessimistica alla base del suo pensiero.
Oggi, che sono passati quasi trenta anni dall’epoca in cui venne scritto Player piano, l’indirizzo commerciale ed economico dell’America, e in genere del mondo occidentale, è leggermente mutato e l’opera potrebbe ad alcuni sembrare meno attuale; la critica del consumismo e del suo tipico «american way of life» non è più una novità, ma nel 1952, questo romanzo fece veramente scalpore, e merita, più che giustamente, di essere paragonato ad un altro classico della sf dell’epoca incentrato sulla satira politico-economica, e cioè I mercanti dello spazio di Pohl e Kornbluth, che era un attacco violento contro i «mass media» e la pubblicità come potere alternativo e sostitutivo di quello politico (mentre in Player piano è il potere tecnologico, la classe tecnocratica a prendere il posto dei politici).

Kurt Vonnegut jr. è nato a Indianapolis, nell’Indiana, l’11 novembre 1922. Suo padre, Kurt Vonnegut era un architetto molto noto in quella città, ed anche il nonno, Bernhard Vonnegut, era stato architetto. Sua madre, Edith Sophia Lieber, era figlia d’un uomo che aveva fatto molti quattrini con una distilleria fino a che gli alcolici non vennero proibiti. Kurt Vonnegut jr. era il più giovane di tre figli; nacque quando i suoi genitori si avvicinavano alla quarantina e vivevano il loro periodo migliore. Kurt appartiene alla terza generazione dei Vonnegut nati in America. Il maggiore dei tre fratelli, Bernard, è oggi un fisico piuttosto noto, che lavora nella Società Little, a Cambridge, nel Massachusetts, e che si è fatto notare con una ricerca sulla fisica delle nubi, mentre la sorella Alice era una scultrice molto dotata. La sua morte per un’inguaribile malattia e quella quasi contemporanea del marito in un incidente ferroviario lasciò senza famiglia i loro quattro figli maschi.

PLRPNSRGJV1992Kurt e la moglie, Jane Marie Cox, ne adottarono allora tre, pur avendone già altri tre loro. La famiglia Vonnegut perse quasi tutto il suo grande patrimonio finanziario nella grave crisi economica del 1929. Kurt studiò nelle scuole pubbliche di Indianapolis. Suo fratello Bernard fu mandato al celebre MIT (Massachusetts Institute of Technology) e ottenne, a prezzo di grossi sacrifici, brillanti risultati. Fu deciso che anche Kurt, una volta raggiunta l’età giusta, sarebbe diventato uno scienziato. Nel 1940 fu mandato alla Cornell University, a Ithaca, con l’ordine di laurearsi in chimica. Kurt non protestò; era convinto che fosse la strada giusta e un ordine sensato. Per più di due anni studiò alacremente, ma prese sempre brutti voti. L’unica cosa moderatamente promettente che riuscì a fare in quei due anni fu diventare direttore del quotidiano degli studenti, il Cornell Daily Sun, indice della sua vocazione di scrittore. Si sentì molto sollevato quando fu chiamato alle armi.

La guerra, in fanteria, fu un’esperienza molto dura. Fatto prigioniero dai tedeschi, venne mandato a lavorare a Dresda e la vide distruggere (in seguito racconterà quest’esperienza allucinante nella sua opera forse più sofferta, Mattatoio-5) Tornò a Indianapolis dopo la guerra e sposò la ragazza di cui era innamorato fin dall’infanzia. I novelli sposi andarono ad abitare in un microscopico appartamento alla periferia del ghetto negro di Chicago. Kurt studiò antropologia, all’Università di Chicago, per tre anni, e, nel contempo, lavorò come cronista in un quotidiano. Poi si stancò e accettò un posto nell’ufficio pubblicitario del Laboratorio di Ricerche della General Electric Company a Schenectady, nello stato di New York. Ci rimase tre anni, odiando a morte quel lavoro; cominciò a scrivere e a vendere racconti alle riviste che pagavano meglio. Metà di quei racconti erano stupide storie d’amore (lo dice lui stesso), l’altra metà erano sf. Lasciò la General Electric e scrisse Player piano, una chiara satira di quella società; si trasferì nella tranquilla cittadina marina di Cape Cod, in una casa immensa. Ha pubblicato un centinaio di racconti, di cui solo una dozzina di fantascienza. Ha scritto molti testi che sono stati rappresentati alla televisione, nei teatri estivi o nel Greenwich Village, il quartiere bohemien di New York. Il suo soglio era di diventare campione olimpionico di sci, ma, come afferma egli stesso «sa appena infilarsi gli sci ai piedi». A Cape Cod ha fatto anche il rappresentante di automobili e l’insegnante di letteratura. Ma per guadagnare quattrini sufficienti a mantenere la sua numerosa famiglia si è accorto di dover scrivere in continuazione. Oggi viene considerato uno dei maggiori scrittori americani esistenti, e i suoi romanzi e le sue antologie di racconti vengono ristampati in continuazione.

Sandro Pergameno

vonne-mdL’AUTORE

Kurt Vonnegut Jr. (Indianapolis, 11 novembre 1922 – New York, 10 aprile 2007) è stato uno scrittore e saggista statunitense. Dopo le prime opere di genere fantascientifico, la sua produzione letteraria si è andata caratterizzando per una originale mescolanza di elementi fantastici, satira politica, sociale e di costume, humor nero ed espressione di valori umanisti.

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