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I Classici della SF: “Il mondo nuovo” (Brave New World, 1932) di Aldous Huxley

Fabio CartaimagesRomanzo del 1932, Il mondo nuovo è ambientato in un immaginario stato totalitario del futuro, pianificato nel nome del razionalismo produttivistico, dove tutto è sacrificabile a un malinteso mito del progresso. I cittadini di questa società non sono oppressi dalla guerra né dalle malattie e possono accedere liberamente a ogni piacere materiale. Affinché si mantenga questo equilibrio, però, gli abitanti, concepiti e prodotti industrialmente in provetta sotto il costante controllo di ingegneri genetici, durante l’infanzia vengono condizionati con la tecnologia e con le droghe e da adulti occupano ruoli sociali prestabiliti secondo il livello di nascita. In cambio del mero benessere fisico, i cittadini devono insomma rinunciare a ogni emozione, a ogni sentimento e a ogni difesa della propria individualità.

Titolo: Il Mondo Nuovo | Titolo originale: Brave New World (1932) | Autore: Aldous Huxley | Fantascienza distopica | Per tutte le edizioni clicca QUI | Per tutte le edizioni italiane clicca QUI

È la prima volta che mi cimento nella recensione di un classico della fantascienza, non uno qualsiasi ma “il” libro famigerato che incarna l’ipercritica alla società dei consumi di massa, che viviseziona, denuda e scimmiotta con l’ausilio di una capacità visionaria unica (e fortunata); quasi premonitrice.

Un “fondamentale” dell’anti-utopia, o distopia, la cui importanza lo porta ad affiancarsi senza tema di sfigurare accanto a un’opera del calibro di 1984.

Dico questo anche se molti riterranno decisamente riduttivo definire “Il Mondo Nuovo” di Huxley solo come un romanzo di fantascienza. In effetti, se si accompagna la lettura di detto romanzo alla raccolta di saggi che ne è il corollario (Ritorno a Mondo Nuovo), non si può sfuggire alla sensazione di maneggiare un insieme di contenuti decisamente più elevati rispetto alla semplice fiction. Ma noi siamo solo miseri lettori di fantascienza, né futurologi, né sociologi.

Solo lettori: giusto?

bravenewworldLa mia attenzione, dunque, è andata esclusivamente al romanzo, per quanto fossi suggestionato dall’importanza che ho scoperto aspettarmi implicita in ogni pagina, in ogni frase (in cui ho cercato disperatamente sottintesi e significati trascendentali), in ogni riferimento tecnologico, pseudo-scientifico o fantascientifico (questi ultimi da me valutati e apprezzati sempre sulla base dell’anno di scrittura, ovvero il lontano 1932). Qualche preconcetto, quindi, è inevitabile che ci sia in questa mia opinione, ma posso garantire che ho tentato di esaminare il tutto sulla scorta solo del romanzo, sic et simpliciter.

L’autore immagina il suo Stato totalitario del futuro a livello planetario, una Terra quindi senza guerre e divisioni di sorta, in un futuro che vede osannare la figura di Henry Ford al pari di un messia, tanto da avergli intitolato il nuovo calendario della nuova era di felicità e consumi infiniti. Salta subito all’occhio la vastità di quanto l’autore vuole raccontare; e subito ci prepariamo, masochisti che non siamo altro, a un’imminente e inevitabile valanga di dettagli e spiegazioni, a una vera orgia di infodump che il nostro, ci diciamo, dovrà aver disseminato un po’ dappertutto, se ha voluto veramente propinarci in sole duecento pagine il profilo di questo Mondo Nuovo.

Un mondo che capiamo da subito essere terribile.

Un edificio grigio e pesante di soli trentaquattro piani. Sopra l’entrata principale le parole: “Centro di incubazione e di condizionamento di Londra Centrale” e in uno stemma il motto dello Stato mondiale: “Comunità, Identità, Stabilità”.

Questo l’incipit: senza verbi, pesante e severo come l’epitaffio su una lapide. Il “lasciate ogni speranza” posto all’ingresso dell’inferno di Huxley.

La storia parte con uno stratagemma narrativo: una scolaresca in visita a un impianto di incubazione e condizionamento, dove la progenie dei cittadini-consumatori viene letteralmente prodotta e programmata. A questi studenti, sagaci e curiosi, ovviamente non si possono certo lesinare spiegazioni, anche sugli aspetti più banali e scontati del sistema. E vai d’infodump!

BRVNWWRLDC1976Tra embrioni umani allevati (coltivati?) in provette rivestite di peritonei suini – ovvero bambini concepiti nelle budella dei maiali – e nutriti con surrogato di sangue, scopriamo molte cose della storia mondiale che ha portato alla formazione dello Stato Mondiale: la guerra dei Nove Anni, i bombardamenti all’antrace (ancora di armi atomiche non se ne parlava); questa sequela di nefandezze storiche sono propinate per cercare di dare una giustificazione all’orrore biologico che ci scorre sotto gli occhi: bottiglie piene di uomini poste sul nastro della perfetta fabbrica seriale “fordiana”. Ho trovato alquanto disturbante leggere di questi nastri di allevamento, nulla di insopportabile, per carità, più che altro una sensazione simile alla visione di uno di quei programmi televisivi dove il consumatore medio scopre infine, con orrore ipocrita e perbenista, da dove provengono le sue leccornie preferite, dalle bistecche alle caramelle.

Snaturata nella sua stessa origine, la civiltà umana del Mondo Nuovo, massificata e livellatrice, consumistica al parossismo e, ahimè, americanissima tanto quanto è fanaticamente fordiana, idolatra un neo-positivismo che s’è gettato alle spalle il mero anelito al dominio della natura; poiché qui si tratta di andare oltre la biologia, definendo con il solo potere intellettuale il percorso autonomo dell’uomo rispetto all’ordine naturale delle cose, e cioè “fuori dal campo della più servile imitazione della natura per entrare in quello molto più interessante dell’invenzione umana.”

Siamo ancora all’infodump, ovvero al preambolo del romanzo: il bambino così fabbricato è poi sottoposto a un condizionamento “operoso” che, assieme a un preventivo ritocco di qualche livello fisiologico qua e là, lo definisce come da programma in un appartenente a una delle caste previste. E così, per mezzo di rafforzamenti, ovvero premi e punizioni, come dell’uso pratico delle teorie di Pavlov sul riflesso condizionato, l’uomo di massa di Huxley, generato nella frattaglie di maiale e addestrato come un cane, si avvia alla sua vita felice di lavoratore e consumatore.

“Questo è il segreto della felicità e della virtù: amare ciò che si deve amare. Ogni condizionamento mira a ciò: fare in modo che la gente ami la sua inevitabile destinazione sociale.”

BRVNWWRLDM1978Lavoratore e consumatore, quindi, poiché gli uomini, si sa, devono essere adulti al lavoro e bambini nel godimento; in tale senso non è infatti consentito sprecare il tempo e le risorse della comunità. E se l’assenza di impiego è uno spreco sociale abbastanza comprensibile (deprecato anche dalla nostra nobile Costituzione “fondata sul lavoro”), che dire dell’obbligo morale al consumo? Il consumismo ossessivo come costume sociale, ovvero tendenza spontanea, in realtà, è concretamente sfruttato da sempre dall’industria e dal commercio; è stata persino uno dei cardini della politica economica di recenti governi liberisti nostrani, se non ricordo male, che – forse troppo semplicisticamente – vi ravvisavano la spinta dal basso necessaria a una perdurante circolazione di benessere. Bah! Una curiosa teoria, basata sul bisogno continuo di frivolezze, che in effetti mi ricorda l’altrettanto assurdo cardine economico in 1984, dove l’eliminazione socialista del plusvalore economico era ottenuto con il mantenimento stavolta di una guerra continua. Sempre in saccoccia al popolo caprone…

Al di là di questo, e a differenza delle economie reali (a meno di non dar credito alla teoria della sovrastruttura ideologica marxista) nel Mondo Nuovo il consumismo è portato all’estremo per mezzo del summenzionato condizionamento.

Le primule e i paesaggi […] hanno un grave difetto: sono gratuiti. L’amore per la natura non fa lavorare le fabbriche. Si decise di abolire l’amore della natura, almeno nelle classi inferiori; di abolire l’amore della natura, ma non la tendenza ad adoperare i mezzi di trasposto.

[…]

Noi condizioniamo le masse a odiare la campagna. […] Ma contemporaneamente le condizioniamo ad amare ogni genere di sport all’aria aperta. Nello stesso tempo facciamo sì che tutti gli sport all’aria aperta rendano necessario l’uso di apparati complicati. In questo modo si consumano articoli manufatti e si adoperano i mezzi di trasporto.

Solo io ho letto in quest’ultimo passaggio un’inquietante premonizione dell’odierna mania del fitness? Là dove ci si reca con la macchina in palestra per salire su una bicicletta finta e pedalare per rimanere fermi? Ah! Diavolo di un Huxley…

BRVNWWRLDB1977Questa è la prigionia del Mondo Nuovo, coronata dall’uso istituzionalizzato della droga di stato, il soma, adattissimo per ripristinare la civica passività bovina qualora la placida obbedienza fosse messa in discussione da deviazioni psicologiche, dubbi, stati d’ansia o nei rari casi di traumi personali.

Rari casi, questi ultimi, per l’appunto; poiché uno degli istituti sociali abrogati, tra gli affetti personali, le affinità esclusive, i legami parentali, è proprio la famiglia. I rapporti tra uomini e donne sono improntati alla massima promiscuità, tanto che la monogamia tra partner è vista come un atto profondamente immorale. Nulla di particolarmente scandaloso o esecrabile da parte nostra, abitanti del XXI secolo, ma che dire di Huxley il moralista del ‘32? È chiaro come nelle sue parole si celi una diffidenza contro la liberalizzazione dei costumi sessuali femminili, tipica dell’inizio del XX secolo, a cui l’autore, in uno dei suoi saggi, riconduce chiaramente l’aumento dei divorzi e lo sfacelo del tessuto basilare della società. Colpa della donna, dunque, persino nel totalitario Mondo Nuovo, dove la responsabilità di nulla è imputabile al singolo, nemmeno i suoi gusti personali; eppure la donna è “pneumatica”, non l’uomo. E la donna, civettuola e superficiale, sorride compiaciuta all’istituzione della molestia sessuale sul luogo del lavoro.

C’è da restare perplessi, al di là di ogni ragionevole comprensione del contesto storico-sociale che fa da sfondo alla redazione del romanzo.

La famiglia, dunque, cassata dalle orde delle donne pneumatiche e dal volere di Ford/Freud, come Giano nume bifronte del Nuovo Mondo, nel suo ruolo stavolta non di portatore di benessere materiale, ma di grande emancipazione psicologica dalle passioni.

Tutti inquadrati dalla nascita in caste lavorative, senza famiglia, nelle classi inferiori persino allevati volutamente in “grappoli” genetici di gemelli, per esaltarne l’uniformità e la prevedibilità, nella città della massificazione programmata “uno vale uno” (sic). E sebbene questa finta eguaglianza, che maschera l’oligarchia eugenetica delle élite, sia apparentemente felice e volta al mantenimento della felicità, essa è e rimane senza uno straccio di vera libertà, per quanto il potere del regime preferisca non esprimersi mai con atti coercitivi.

LMLLRDSMND1971Questo il quadro ambientale. All’inizio, come in “Flatlandia”, pensavo che il Mondo Nuovo si esaurisse in questa panoramica, sembrava quindi un mero esercizio intellettuale, un gioco al futurismo, un racconto che, paradossalmente, poteva fare a meno della trama, seguendo magari la crescita e l’educazione degli embrioni nella fabbrica. Poi però… c’è un deciso cambio di registro; e l’infodump cessa bruscamente (anche se nel prosieguo della vicenda del selvaggio riaffiorano scene che sono palesemente degli stratagemmi narrativi, pensati per poter tratteggiare altri aspetti sistemici della società; ad es. la morte di Linda, chiaro pretesto per l’illustrazione del condizionamento infantile all’idea della morte).

Dalle spiegazioni fini a se stesse si passa quindi alla storia (finalmente); e Huxley lo fa in una maniera quantomeno singolare, ovvero utilizzando una sequela di attimi frammisti, alternando anche diverse volte in una pagina diverse focalizzazioni: dal Governatore/Direttore che spiega ai bambini avidi di conoscenza a quella delle ragazze che si preparano a uscire la sera.

Infine ci vengono presentati i personaggi, tutti ovviamente sfregiati già nel nome o cognome dal marchio infame dell’eterodossia e dell’anticonformismo: Marx, Lenina, Trotsky, tutti destinati prima o poi all’isolamento o alla condanna a condurre la società rinunciando scientemente al perseguimento della propria, autonoma visione di felicità; non ci sono solo nomi, per così dire, “politici”, ma anche quelli di scienziati e fisici, come Helmholtz.

In realtà ho trovato una certa eccessiva disinvoltura in Huxley nel saltare da un POV all’altro, passando troppo repentinamente tra personaggi principali e altri decisamente minori, se non marginali, usando e abusando pronomi difficilmente riconducibili ai soggetti e, soprattutto, gli odiosi pensieri virgolettati, come le nuvolette a batuffoli dei fumetti, che vorrebbero spiegare gli stati d’animo ma finiscono solo col confondere.

Dalle torri di cemento e cristallo, sempre altissime e sempre splendenti di illuminazione artificiale, dai cieli pieni di convertiplani VTOL ante litteram, si passa alla Riserva, ovvero l’unico punto del pianeta (il Messico) ritenuto indegno dalla civilizzazione, dove si tollera l’esistenza di uomini e donne vivipari.

51Mr2SgP6aLQui si comincia a delineare il dubbio posto al lettore, ovvero l’alternativa se ritenere migliori i selvaggi o i civilizzati. I selvaggi “freebirth”, nati liberamente fuori dalle provette, sono quanto di peggio possa venir prodotto dalle fobie dell’inconscio WASP americano, ovvero dei meticci tra indiani e “pedros” latini, scuri di carnagione, puzzolenti, brutti, che indulgono ogni giorno a barbari riti in bilico tra l’animismo e il truculento culto di un Gesù trasfigurato (ovviamente cattolico, non protestante). Tuttavia lo sciamano della Riserva ha le risposte a tutto, mentre la scienza/tecnica offerta dall’ottenebrata civiltà di massa non può; ma il prezzo per la verità del “buon selvaggio” è un corollario barbarico fatto di violenza e intolleranza, razzismo, fame, malattie, vecchiaia, ignoranza. Come lettori moderni (o anche post-moderni) e quindi altamente tolleranti e cosmopoliti, noi non giudichiamo come Huxley e i suoi contemporanei; tuttavia come antropologi navigati esaminiamo, tacitamente disprezzando. Eppure, d’altro canto, proprio non riusciamo a identificarci nel Mondo Nuovo. Di certo non rimpiangiamo lo “stato di natura” della riserva; e rimaniamo terzi al dilemma fin troppo netto propostoci dall’autore. Ciò che ci rimette è l’immedesimazione con i personaggi, tutti egualmente alieni, distanti, odiosi.

Prendiamo Marx: eterodosso emarginato, per colpa dell’autonomia intellettiva degli Alfa unita a un errore di dosaggio fisiologico nella sua provetta; appena può questo eroe-antieroe sguazza bassamente nei vantaggi del sistema, sempre critico ma al contempo avvinto alla sua brama di affermazione e di potere. Non c’è empatia o simpatia con lui come con nessun personaggio; Marx di vendica solo sui deboli, geloso e meschino, nella sua infelicità non c’è nulla di poetico, ma solo malignità e bassezza; e francamente vien da dire che se la merita tutta.

Il vero EROE – tenetevi forte – ovvero quello che si sacrifica per il bene degli altri, grandioso in pensieri e azioni è invece il Governatore, il villain, il mastermind, il tiranno. Egli, con criterio e responsabilità, compie il suo dovere pur rimpiangendo una vita diversa, infelice. O, meglio, diversamente felice.

È questo genere d’idee […] che può far perdere la fede nella felicità come bene sovrano e far credere, viceversa, che la meta è comunque altrove, in qualche punto al di fuori della presente sfera umana; che il fine della vita non è il mantenimento del benessere, ma qualche intensificazione e raffinamento della coscienza, qualche accrescimento del sapere.

[…]

“Come sarebbe bello se non si dovesse pensare alla felicità!”

0586044345.02.LZZZZZZZNon vorrei, però, aver fin qui provocato equivoci etnocentrici di qualsiasi specie. Huxley, per quanto residente lungamente negli USA, non è americano, ma inglese. E lo si capisce bene dal libro. Come? Nel deserto umano della nuova civiltà, qual è l’unica opera letteraria in grado di salvare la cultura dell’umanità e l’anima stesso del mondo? Shakespeare, ovviamente.

“Perché non fa leggere loro Otello, piuttosto?”

“Gliel’ho detto, è vecchio. D’altra parte non lo capirebbero.”

[…]

“Ebbene, allora qualche cosa che somigli a Otello e che essi possano capire.”

“È quello che tutti noi abbiamo desiderato di scrivere.”

Questo brano l’ho citato però per una altro motivo; perché è un passo che mi ha molto colpito non per la centralità dell’opera di Shakespeare, che qui per carità nessuno vuole sminuire, ma perché delinea in maniera vaga il dovere di ogni autore, anche il più bieco propagandista commerciale, a proporre sempre i temi dei grandi classici alle masse ignoranti, tradotti secondo i loro gusti contingenti e le loro capacità di comprensione; e questo affinché l’arte non vada mai dispersa. Non è forse così che funziona oggigiorno l’industria della fiction? Interpretazioni, citazioni, scopiazzature e rimasticature. Tutto pur di indorare la pillola culturale a chi di cultura non ne vuole proprio sapere. Una nobile missione, invero. Una missione difficilissima! L’alternativa è presto detta:

“Abbiamo sacrificato la grande arte. Ora abbiamo i film odorosi e l’organo profumato.”

“Ma non significano nulla.”

“Hanno un senso loro proprio. Rappresentano una quantità di sensazioni gradevoli per il pubblico.”

[…]

“Infatti è idiota. Scrivere quando non si ha nulla da dire…”

“Precisamente. Ma ciò richiede la massima abilità. Si fabbricano le macchine col minimo assoluto di acciaio, e le opere d’arte praticamente con nient’altro che la sensazione pura.”

LMLLRDSMND1985Amen. Una vera pietra tombale sulla produzione artistica commerciale, che segue pedissequamente i gusti diffusi della clientela, lenendo magari le ansie superficiali e i dubbi ingenui del volgo ignorante, assecondandone i sogni e le manie, consolandone i vizi e le basse pulsioni. Il tutto senza dire veramente nulla.

Seguendo le vicende di John, selvaggio riportato come Tarzan alla civiltà, giungiamo poi a una nuova alternativa, ovvero quella tra il consumo ossessivo (con la soddisfazione programmata di ogni desiderio) e la visione sociale delineata proprio da John.

Sì proprio da lui, un selvaggio semianalfabeta nato nella tribù, civilizzato solo per mezzo dell’ottusità materna, transfuga suo malgrado dal Mondo Nuovo, per mezzo di un manuale tecnico e un’antologia proprio di Shakespeare; ebbene costui è in grado di filosofeggiare in maniera alquanto pedante sulla castità, la continenza e la contrizione dovuta a Dio come un teologo medievale.

Da questo nuovo dubbio al finale il passo è breve, fin troppo breve.

Si sarebbe potuto infatti discutere della formazione dei valori sociali moderni sorti proprio dall’ascetica medievale (c.d vita contemplativa) alla ricerca di quello che è andato perduto nella civiltà occidentale (e umana in genere) dall’illuminismo a oggi, dal periodo dei lumi e della ragione che proprio dall’oscurantismo di tali pratiche si è liberato nell’arco dell’intero Evo Moderno.

E invece si buttano alle ortiche cinque secoli di “vita attiva” (dal Rinascimento e dall’Umanesimo in poi) in una rapidissima apologia indiretta di quella che alla fine è una reazione isterica del selvaggio.

C’è di tutto nella conclusione de “Il Mondo Nuovo”: mortificazione della carne, romitaggio, flagellazione e altre assurdità che dovrebbero confermare la giustezza della penitenza sfrenata contro il consumismo altrettanto smodato, spinto sino ai limiti estremi dell’igiene e delle leggi economiche.

L’esperimento rivoltoso di John il selvaggio è però troppo breve e intenso, non ha nessun spessore o utilità narrativa (come invece avviene all’evoluzione controculturale del protagonista di “Straniero in Terra Straniera” di Heinlein). La posizione di John, invece, da abbrivio rivoluzionario si riduce solo a uno stupido capriccio.

Uno stupido capriccio suicida.

“Insomma, lei reclama il diritto di essere infelice.”

“Ebbene sì, io reclamo il diritto d’essere infelice.”

Come no, pendendo da una forca: imbecille.

Ops… ho dimenticato lo spoiler alert.

BRVNWWRLDN1947Ma, in fondo, non esistono spoiler in un classico; tutti si suppone conoscano il classico, e chi non lo ha letto si comporta come se ne conoscesse da sempre ogni singolo brano, ogni implicito significato. Poiché il valore dell’opera immortale non si basa sui colpi di scena o sulle articolazioni della trama, ma proprio sui significati profondi della narrazione. In questo quadro di alto valore, il misero, meschino spoiler non ha senso, non trovate? Quindi posso anticiparvi tutto, qui. E l’ho fatto, ah!

P.S: “DELIRIO A POSTERIORI DA SUCCESSO”: da quanto letto in “Ritorno a Mondo Nuovo” Huxley appare senza ombra di dubbio un pallone gonfiato che si riempie la bocca di imminenza di quello da lui casualmente profetizzato, quasi augurandosi un precipitare della situazione socio-economica mondiale affinché la realtà dell’esperienza storica possa dargli ulteriormente ragione. Dà per certo l’ipnopedia e lo stravolgimento della società umana per mezzo dell’energia nucleare, povero presuntuoso. Ha ovviamente fallito. Ma che ne poteva sapere lui della nascente sensibilità ecologica che avrebbe fatto tirare il freno all’incontrollato sviluppo industriale e nucleare? Che ne poteva sapere, Huxley, della castrazione del centralismo politico a favore di quello finanziario-economico, tipico della globalizzazione, ovvero il fenomeno socio-culturale nonché economico trans-nazionale sorto dalle ceneri della Guerra Fredda, quando tutti ci si lamentava della definitiva fine delle storia, quando era solo la fine delle ideologie (nazionali, nazionaliste, comuniste, liberali, liberiste etc?). Chi poteva immaginare la società post-moderna? Sono certo che si sarebbe mangiato il fegato, il nostro tronfio Huxley, se solo avesse potuto vedere coi suoi occhi scomparire le ciminiere, non più distintivi di progresso ma simboli di avvelenamento ecologico, oppure diffondersi le energie alternative, la delocalizzazione della produzione, e tante altre cose. Siamo sopravvissuti alla iattura di Huxley, evviva!

Nel “Ritorno a Mondo Nuovo” Huxley dice delle bestialità atroci quando parla di eugenetica, una presunzione ideologica che, giocando su dilemmi e aporie, sfocia in una sottaciuta voglia di controllo – la sua! lui che è evidentemente un aspirante dittatore platonico, cultore impenitente dell’oligarchia delle élite di Pareto che tanto depreca a parole, come peraltro della teoria dell’egemonia di Gramsci, che critica una forma di egemonia solo per gettare i semi di quella nuova, ipocritamente più progressista e acculturata, che la segue.

È un peccato, perché solo quando l’idea del futuro di Huxley, per puro caso e solo in alcuni punti confermata dall’esperienza storica, diviene la convinzione di un qualche super-potere di divinazione dell’autore, si finisce col confondere il gioco intellettuale della fantascienza, sempre piacevole e stimolante, col rigore degli studi di futurologia, che dell’obiettività scientifica hanno il crisma.

Fabio Carta

HuxleyL’AUTORE

Aldous Leonard Huxley (Godalming, 26 luglio 1894 – Los Angeles, 22 novembre 1963) è stato uno scrittore britannico. Famoso per i suoi romanzi, alcuni dei quali, come Il mondo nuovo e L’isola appartengono al genere della narrativa distopica, ha inoltre pubblicato saggi, racconti brevi, poesie e racconti di viaggio. Oltre alla laurea in Lettere, conseguì a Oxford, nel 1917, quella in Scienze Biologiche. Huxley era unumanista e pacifista, ma è stato anche interessato a temi spirituali come la parapsicologia e il misticismo filosofico. Era noto anche per sostenere e fare uso di allucinogeni. È uno dei più eminenti membri della famosa famiglia Huxley. A partire dalla fine della sua vita Huxley è stato considerato, in alcuni circoli accademici, un leader del pensiero moderno e un intellettuale del più alto rango. (Wikipedia)