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The Kubrick Lot: le fonti narrative di 2001 odissea nello spazio

Recensione di Mario Luca Morettistanley-kubricks-letter-t“Dopo diverse false partenze e una discussione lunga 12 ore, all’inizio del marzo 1964 Stanley fu d’accordo che The sentinel sarebbe stato un buon materiale per il soggetto. Ma la nostra prima idea (…) verteva attorno alla scoperta di un manufatto extraterrestre, intesa come culmine della vicenda, non come inizio. Prima di questa ci sarebbero stati una serie di avvenimenti e avventure relative all’esplorazione della Luna e dei pianeti. Per questa versione il nostro titolo privato (da non intendere come di pubblico dominio ) era Come fu conquistato il Sistema Solare. Così tornai di nuovo alla mia riserva di racconti, alla ricerca di materiale che potesse entrare in questo modello. Tornai con cinque altri titoli: Breaking strain, Out of cradle, endlessly orbiting…, Who’s there?, Into the comet, e Before Eden. Il 28 maggio 1964, vendetti il gruppo di racconti a Stanley e firmai un contratto per lavorare al progetto del film.”

Così Arthur C. Clarke rievoca le fonti narrative di 2001 odissea nello spazio nel suo libro The lost worlds of 2001, del 1972, ricordando così che The sentinel non fu l’unica. I sei racconti in questione sono apparsi in diverse antologie, ma, a quanto mi risulta, mai tutti insieme nello stesso volume.

Quindi ho immaginato una mia ideale antologia composta da questi racconti, e ho deciso di commentarli, senza cercare a tutti i costi il collegamento con il film, semmai lasciandolo emergere fra le righe. Mi sono anche permesso di dare un titolo a quest’antologia immaginaria: The Kubrick lot

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(prima pubblicazione: “10 Story Fantasy”, primavera 1951, con il titolo Sentinel of eternity)

Nel 1996 una spedizione scientifica sulla Luna, durante una normale ricognizione nel Mare Crisium, trova una piramide di un materiale simile al cristallo, avvolta da un campo di forza sferico. Il narratore è il geologo (anzi “selenologo”) Wilson, che ipotizza si tratti di un oggetto lasciato da esseri alieni milioni d’anni prima, per segnalare a eventuali, futuri abitanti intelligenti del vicino e promettente pianeta Terra, che non sono soli.

La prima parte del racconto è un atto d’amore alla Luna, non da un punto di vista romantico o idealistico, ma da un punto di vista “concreto”, vale a dire la Luna amata e ammirata non dalla Terra, ma da chi ha la fortuna di calcarne il suolo. Fermo restando che il racconto si basa sulle conoscenze dell’epoca in cui fu scritto, Clarke sa essere scienziato e poeta, e racconta la “sua” Luna con scrupolo scientifico e fascinazione lirica e visionaria. Wilson si abbandona a descrizioni paesaggistiche affascinate e affascinanti, e Clarke ci regala momenti davvero emozionanti e intensi.

La seconda parte è dedicata alle speculazioni di Wilson sulle possibili origini della piramide. Sono pagine ricche di mistero e stupore, pervase da una fede quasi religiosa nei (probabili) autori extraterrestri e nei loro scopi, volti a ricordarci che non siamo (o forse non siamo stati) soli nell’Universo.

Il finale si fa purtroppo didascalico e un po’ frettoloso. Veniamo bruscamente a sapere che Wilson racconta la vicenda 20 anni dopo, quando la piramide è stata distrutta nel tentativo di scoprirne i segreti. Wilson non perde la speranza di un incontro con quegli esseri, ma Clarke “perde la mano” rispetto alla poesia e all’incanto del resto del racconto.

Il racconto fu scritto nel 1948 e proposto a un concorso della BBC. Respinto, fu pubblicato tre anni dopo.

XPDTNTRTHG1976Breaking strain

(prima pubblicazione: “Thrilling wonder stories”, dicembre 1949, con il titolo Thirty seconds – Thirty days)

La Star Queen è un’astronave cargo formata da due sfere unite da un cilindro; la più piccola contiene i motori atomici, la più grande l’equipaggio, i comandi e il carico. In viaggio dalla Terra a Venere viene colpita da un meteorite, il che provoca un’avaria nelle riserve di ossigeno. I suoi due occupanti, l’inflessibile Grant e il più irresponsbile McNeil, hanno un’autonomia di 30 giorni, troppo pochi per raggiungere la meta o per aspettare i soccorsi. Mentre le tensioni fra i due s’acuiscono, entrambi realizzano che l’ossigeno, insufficiente per due persone, basterebbe per la sopravvivenza di una sola…

Il racconto è un gioiellino di tensione drammatica e studio psicologico. Senza mai dimenticare il rigore scientifico, Clarke combina lo studio di due caratteri opposti, ma le cui vere personalità emergono grazie alla situazione estrema in cui si trovano. Clarke costruisce una suspense sapiente, integrandola bene con il suo tipico gusto per i particolari di “vita quotidiana spaziale”. Un piccolo capolavoro, che si conclude in un finale che riesce a essere morale senza moralismi.

Who’s there?

(prima pubblicazione: “New Worlds”, novembre 1958)

Nel 1985 una stazione spaziale orbitante a 20.000 miglia sopra la Terra apprende di un oggetto fluttuante poche miglia lontano da loro. Probabilmente è un satellite americano andato smarrito una ventina di anni prima, comunque va recuperato. Il direttore della stazione è il più qualificato per farlo e esce per la missione. Solo nello spazio, sente dei suoni spaventosi, amplificati dal silenzio cosmico. Ma nello spazio non ci possono essere suoni, quindi la fonte di quei suoni minacciosi può trovarsi in un solo posto: l’interno della sua tuta…

u1039Who’s there? è lungo solo 1800 parole. Eppure Clarke riesce a riunire una grande varietà di emozioni e tematiche. La descrizione della vita nella stazione è puntuale e suggestiva, il sense of wonder nella descrizione dello spazio non manca, e a questo s’aggiunge una seconda parte che sfocia nell’horror (genere insolito per l’autore) con grande efficacia, e il carattere del protagonista risalta senza banalità. Alcune descrizioni spiccano per originalità anche nello sfruttatissimo genere della space opera: la cupola-osservatorio della stazione, la tuta spaziale dotata come una mini-astronave personale, il macabro ricordo del cadavere fluttuante nello spazio (a sua volta un mini-satellite).

Out of cradle, endlessly orbiting…

(prima pubblicazione: “Dude”, marzo 1959)

Il 31 dicembre 1999 un esperto cosmonauta sovietico rilascia un’intervista, e la comincia precisando che il 21° secolo non comincerà l’indomani, bensì nel 2001. Quindi rievoca le sue esperienze scientifiche, da giovanissimo genio informatico a giovane astronauta… e il suo ricordo più bello: nel 1977, coordinatore capo del porogetto Ares. Scopo del progetto raggiungere Marte partendo dalla base sulla Luna, prima colonia umana extraterrestre. Il countdown per la partenza delle tre navi della missione (Alpha, Beta e Gamma) è già cominciato, ma viene interrotto. Nella ciurma internazionale si fanno le ipotesi più varie per spiegare l’interruzione. La tensione cresce… Alla fine si sa il motivo dell’interruzione viene rivelato. Prima di partire l’equipaggio deve vedere un bambino appena nato sulla colonia lunare, il primo nato al di fuori del pianeta Terra: la vera nascita dell’era spaziale.

Il titolo si ispira a una frase dello scienziato russo Kostantin Cholkovsky: “La Terra è la culla della mente – ma non puoi vivere nella culla per sempre.”

Cholkovsky fu uno di epadri dell’astronautica, e uno dei miti di Clarke, che prese spunto da un suo progetto – l’ascensore spaziale – per costruire uno dei suoi romanzi più belli, Le fontane del Paradiso (“Fountains of Paradise”, 1979).

ucl17Il racconto miscela l’ironia con l’emozione dei ricordi di gioventù, in una prosa in prima persona, ma sempre briosa e inventiva, e sia pure in poche pagine azzecca alcuni bozzetti riusciti fra gli astronauti della missione. E in un genere basato di solito sulla visività, Clarke ricorre all’espediente di dare la chiave di volta emotiva ad alcuni suoni. Nel finale Clarke non riesce a evitare la retorica, ma l’idealismo romantico con cui descrive i suoi sogni di esplorazione spaziale riesce ammaliante ancor oggi.

Into the comet

(prima pubblicazione: “Fantasy & Science Fiction”, ottobre 1960)

George Takeo Pickett è un giornalista annesso all’astronave Challenger, che segue e analizza la cometa Randall. Non è ben accetto dal resto dell’equipaggio (anche perchè è un peso in più), ma lui vive comunque quest’esperienza come la sua grande occaisone. Ma una malfunzione del computer di bordo fa sì che la Challenger perda i contatti con la Terra, restando intrappolata nelle scariche elettriche della cometa. Bisogna ricalcolare la direzione del viaggio, ma come fare? George ha l’idea di ricorrere alla più vecchia macchina calcolatrice del mondo: il pallottoliere…

Il racconto non è tra i migliori dello scrittore. Clarke riesce sempre a creare una gustosa galleri di personaggi, ma il colpo di genio di George esaurisce subito la sua carica e non è difficile prevedere il finale, anzi.

Before Eden

(prima pubblicazione: “Amazing stories”, giugno 1961)

Garfield e Hutchins sono due scienziati in missione su Venere. Qui vedono una enorme “onda” vegetale che avanza verso di loro. È un gigantesco organismo monocellulare? È un “prato” di licheni dalla rapidissima autoriproduzione? Comunque la sua avanzata è deviata dal calore emanato dalle loro tute spaziali, e questo sembra mettere al sicuro i due uomini. Prima di tornare sulla Terra raccolgono alcuni campioni lasciati sulle rocce, l’unica prova di vita extraterrestre. Ma prima di andarsene abbandonano i loro escrementi…

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La descrizione del paesaggio venusiano è degna del miglior Clarke. Ancora una volta lo scrittore stupisce il lettore con una forza immaginifica davvero poetica e affascinante. Il crepuscolo di Venere, la luce della sua aurora, e poi l’avanzata della massa di licheni sono momenti indelebili, come pure lo stupore dei protagonisti di fronte alla vita che vedono crescere, forse, l’alba della vita su un pianeta di verso dalla Terra: sono tutti momenti degni di uno scrittore dall’inventiva pari alla sua padronanza stilistica. Il finale, beffardo, insolitamente amaro per Clarke, è però indebolito da una certa frettolosità didascalica, un po’ come quello di The sentinel.

Mario Luca Moretti