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Speciale Star Trek #2: una nuova generazione di Eroi più problematici

Articolo di Omar Serafinistar-trek-the-next-generation-521b936d8d1d0C’è ancora tempo per il successo di un altro capitolo cinematografico con l’equipaggio ST:TOS, Star Trek IV. Rotta verso la Terra (Star Trek IV. The Voyage Home, 1986), che incassa centodieci milioni di dollari ed è ben accolto anche dalla critica, prima che si realizzi l’evento televisivo più atteso del decennio (almeno dai trekkers): il ritorno sui teleschermi statunitensi di una nuova serie di Star Trek, vent’anni dopo quella originale.

Il 28 settembre 1987, quindi, gli USA si fermano per assistere alla messa in onda delle due ore di Incontro a Farpoint (Encounter At Farpoint), lungo episodio pilota del nuovo telefilm ideato da Gene Roddenberry: Star Trek: The Next Generation. La prima novità è di carattere produttivo e distributivo, poiché i diritti di trasmissione della nuova serie restano in mano alla produttrice Paramount, che decide di mandarla in onda al di fuori delle programmazioni dei network, in syndication, vendendola, cioè, a 170 stazioni televisive locali che la irradiano sul 94% del territorio statunitense. «Sono contento – sbotta Roddenberry, memore del difficile rapporto di ventun anni prima con i vertici NBC – che non dipendiamo dalla rete, così non me la devo vedere con un altro stadio di censura e cose del genere. Porto ancora i segni di alcune di quelle battaglie del 1966!» (Larry Nemecek, Guida a Star Trek – The Next Generation, Fanucci, Roma 1997, p. 10). La partenza stavolta è lanciatissima e sui fondamentali mercati di Los Angeles, Dallas, Seattle, Miami e Denver il nuovo show ha nettamente la meglio su tutti i concorrenti della fascia di prime time. Da questo momento, il successo di Star Trek: The Next Generation diventa inarrestabile (al termine della stagione inaugurale, si piazza al primo posto tra le serie da un’ora più viste e al terzo assoluto dietro i quiz The Wheel Of Fortune e Jeopardy) e si prolunga per 176 episodi e sette stagioni, fino al 23 maggio 1994. Alla serie inizia a collaborare, con il ruolo di coproduttore esecutivo, il personaggio che, in tempi brevi, è destinato a raccogliere l’eredità di Gene Roddenberry come padre-padrone dell’universo di Star Trek: Rick Berman. Le musiche sono di Jerry Goldsmith (sulla base di quelle di Alexander Courage), mentre gli ottimi effetti speciali vengono affidati all’Industrial Light & Magic di George Lucas.

Gli americani e il loro Paese sono molto diversi, rispetto a vent’anni prima: il trauma del Vietnam, la crisi economica, il riflusso, il reaganismo hanno cambiato troppe cose per far si che un creatore di entertainment intelligente come Roddenberry possa riproporre la medesima ricetta di ST:TOS. Così, pur nel pieno rispetto di quella che è ormai percepita, dai fan, innanzitutto, come un’autentica filosofia di vita, Star Trek: The Next Generation (che d’ora in poi, per comodità, chiameremo ST:TNG) viaggia su binari molto diversi da quelli del prototipo con Kirk e Spock. «Star Trek ci ha ritratto – sottolinea, all’epoca, Gary Christenson sul settimanale TV Guidenella nostra temeraria gioventù, con il capitano di un’astronave capace di domare lo spazio con lo stesso vigore con cui noi rivendicavamo il futuro (…). Star Trek: The Next Generation mostra che il bambino è cresciuto, un po’ meno grezzo ma anche più soddisfatto di se stesso. E tanto meglio se c’è un tocco di grigio e qualche ruga». (Gary D. Christenson, Focus 011 Star Trek – The Next Generation, TV Guide, 23 luglio 1988, p. 40).

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Già da una semplice analisi dei personaggi principali, balzano all’occhio evidenti differenze tra i due show. Innanzitutto, qui la struttura si fa molto più corale e i protagonisti salgono dal trio più o meno allargato di ST:TOS a otto-nove: il capitano Jean-Luc Picard (Patrick Stewart), il comandante William Thomas Riker (Jonathan Frakes), l’androide tenente comandante Data (Brent Spiner), la dottoressa Beverly Crasher (Cates McFadden) e suo figlio Wesley (Wil Wheaton), la consigliera betazoide Deanna Troi (Marina Sirtis), il tenente comandante Geordi La Forge (LeVar Burton), il tenente klingon Worf (Michael Dorn), il tenente Natasha Yar (Denise Crosby). La presenza femminile è molto spiccata, con tre elementi, di cui due come Crusher e Troi davvero importanti (Tasha Yar, invece, muore ben presto: ed è il primo personaggio ricorrente della saga a subire tale destino); il giovane Wesley Crusher incarna il classico adolescente americano sveglissimo e decisamente più a suo agio con le nuove tecnologie, rispetto agli adulti; il nemico di ieri, l’impero Klingon, è presente addirittura sul ponte di comando federale con un suo esponente, Worf; La Forge che, tra l’altro, è afroamericano, rappresenta, poi, un’altra minoranza che, nel corso degli anni 80, fa sentire con sempre più forza la propria voce sui mass media, quella dei portatori di handicap: infatti, è cieco e può vedere soltanto attraverso uno speciale visore elettronico.

 capitano Jean-Luc PicardPoi c’è Data, che incarna “l’occhio alieno” della nuova serie, come prima di lui aveva fatto Spock: anche lui, come il vulcaniano, non prova emozioni, ma, proprio come un novello Pinocchio, persegue il desiderio di diventare umano e, allo scopo, spesso imita goffamente i comportamenti dei compagni; a lui sono affidati i commenti usuali sulla stranezza del genere umano e dei modi di essere (magari, con la divertita complicità del klingon Worf).

È il capitano Jean-Luc Picard, però, che fa capire meglio degli altri come il tempo sia passato: le differenze con Kirk sono tante ed evidentissime, dall’aspetto fisico, Picard è più maturo, calvo e dall’espressione solitamente corrucciata e quasi arcigna, al carattere, incline alla riflessione più che all’azione, coraggioso ma prima di tutto saggio perché forgiato da precedenti esperienze che s’indovinano sofferte.

William T. RikerParticolare non trascurabile, poi, è quello della nazionalità del “nuovo” capitano: non più tipico yankee kennediano ma problematico europeo (francese) colto, dalla personalità sfaccettata e dai molteplici interessi (tra l’altro, è un appassionato lettore di Shakespeare, con evidente riferimento-omaggio alla prestigiosa carriera teatrale dell’interprete Patrick Stewart; anche questa diversissima da quella più televisiva di William Shather).

A Kirk si avvicina molto di più il personaggio di William T. Riker: i due, infatti, hanno in comune, oltre all’iniziale del secondo nome, il physique du róle da uomini d’azione, il fascino brillante, la sfrontatezza e un forte appeal sull’altro sesso. Fondamentale e indicativo, però, è il fatto che Riker non sia il capitano della nave, come a dire che tempi nuovi e più complessi – gli anni 80 e, ancor di più, i 90 richiedono maggiore sottigliezza e diplomazia nell’esercizio della delicata arte del comando.

Le avventure di ST:TNG sono ambientate un’ottantina d’anni nel futuro rispetto a quelle di ST:TOS. La Federazione ha stipulato un trattato di pace con l’impero Klingon ed esplorato porzioni maggiori di galassia (dal 4% si è arrivati al 19%). La tecnologia è notevolmente migliorata, rendendo la vita ancora più confortevole: anche le navi della Flotta Stellare, dunque, sono più spaziose e meno marziali, con ampie zone dedicate alle famiglie e ai civili. È il caso pure della nuova USS Enterprise NCC1701-D di classe Galaxy, la nave stellare capitanata da Jean-Luc Picard, dotata di uno spazio interno otto volte superiore rispetto a quella di Kirk, per permettere agevolmente il trasporto di un elevato numero di persone. Tra i nuovi ambienti dell’astronave spicca la zona bar del Ten-Forward, gestita dalla saggia ultracentenaria Guinan (interpretata da Whoopi Goldberg), unica superstite della razza el-auriana; e, soprattutto, l’holodeck, cioè il ponte ologrammi, capace di riprodurre un’infinità di ambienti e situazioni differenti per scopi ricreativi (l’idea e la fantasiosa tecnologia sono identiche a quelle della celebre Danger Room, la Stanza del pericolo utilizzata dagli X-Men nei loro albi a fumetti: gli scopi, però, sono profondamente diversi, dato che il congegno fumettistico serve per simulare gli ambienti in cui si svolgono i duri allenamenti dei mutanti più famosi del mondo) e che, spesso, acquisti vita propria fino a mettere in guai seri l’equipaggio (il culmine arriva con il terzultimo episodio, Una nuova vita – Emergence –, nel quale l’Enterprise stessa acquista una sua rudimentale forma di intelligenza): proprio l’holodeck, soprattutto grazie all’utilizzo che ne fa Data, permette anche il pieno dispiegarsi dell’aspetto citazionista postmoderno di ST:TNG, sulla scia di ST:TOS; esemplificativi, da questo punto di vista, sono episodi transgender come il western di Per un pugno di Data (A fistful of Datas) e il noir de Il grande addio (The big goodbye).

USS Enterprise NCC1701-D

Altro personaggio capace di produrre improvvise variazioni ambientali è il semidivino di Q (che ha il volto di John De Lancie), misterioso alieno dall’antica saggezza e dalle bizze spesso incomprensibili, appartenente alla razza del Q-Continuum (una sorta di Olimpo galattico): il bizzarro carattere accompagna il viaggio dell’Enterprise di Picard fin dall’episodio pilota, Incontro a Farpoint, quando costringe l’equipaggio a rivivere le violenze disseminate lungo la storia del genere umano, prima di dare il via a un grottesco processo nei confronti di un’umanità da lui ritenuta indegna e immatura; Picard, però, dimostrerà che gli umani hanno imparato molto dagli sbagli del loro passato e che, quindi, sono degni di continuare a esistere. Col procedere della serie, gli interventi di Q diventano sempre più giocosi e quasi fumettistici, anche se mettono regolarmente l’Enterprise in situazioni senza speranza, veri e propri test che creano competizione continua tra lui e Picard: è proprio Q, però, a tirar fuori dal pericolo i suoi “amici” della Flotta Stellare, con interventi degni del deus ex machina della tragedia greca. Insomma, Q incarna il Destino proponendone, però, la rappresentazione perfetta per l’età postmoderna: all’insegna, cioè, della commistione tra tragico e comico.

John De LancieÈ proprio un infantile scatto d’ira di Q a scagliare l’Enterprise in un settore lontano e sconosciuto dello spazio (quello denominato J25), dove s’imbatte per la prima volta in coloro che diventeranno i villains principali del telefilm, nonché le creature più sinistre e temibili (e interessanti) prodotte dalla fantascienza per immagini degli ultimi quindici anni: i Borg. Prima dell’episodio in questione, Chi è Q? (Q Who?), le basi per il loro ingresso nella serie vengono create già al termine della stagione inaugurale, in La zona neutrale (The Neutral Zone), puntata che mostra il primo contatto tra Federazione e Impero Romulano dopo 53 anni di silenzio: l’occasione è offerta dalla misteriosa distruzione di alcuni avamposti creati da entrambe le civiltà nella zona neutrale istituita col trattato di pace che chiuse, nel passato del Trek Universe, le Guerre Romulane. Responsabili dell’attacco, ma si capirà soltanto in seguito, sono proprio i Borg. Questa razza rappresenta tutto ciò che si oppone, in lirica di principio e sostanzialmente, alla filosofia trekkiana e, nella finzione dello show, a quella della Federazione: i Borg sono creature tecnorganiche in continuo movimento lungo la galassia, col solo scopo di assimilare le conoscenze delle civiltà che incontrano nel corso dei loro per poi distruggerle completamente. Il fine, quindi, è lo stesso dell’Enterprise, l’accrescimento della conoscenza, ma il rovesciamento di segno è evidentissimo: i Borg, infatti, non tollerano l’alterità, ma l’annullano dopo averne sfruttato fino in fondo le peculiarità. Essi stessi, inoltre, sono privi di ogni forma d’individualità e uniti, attraverso una coscienza collettiva, in un unico organismo che, quindi, in battaglia riesce ad agire come l’esercito perfetto; è difficilissimo combatterli, poi, perché sono in grado di assimilare qualsiasi nuova conoscenza con cui vengono in contatto: perciò, una tecnica d’attacco può andare a buon fine soltanto la prima volta.

L’impossibilità di un dialogo tra loro e l’Enterprise è dovuta alle caratteristiche strutturali stesse dei Borg, che uniscono all’avanzatissimo livello tecnologico tipico delle forme di vita superiori una totale mancanza di motivazioni che non siano quelle elementari d’assimilazione e autoconservazione proprie degli organismi primitivi. «I Borg – secondo Franco La Polla – sono fini a se stessi. Essi non hanno nessun progetto politico di potere, né alcuna idea (e tantomeno obiettivo) di colonialismo (…). Sono davvero un’invenzione straordinaria, nel senso che danno corpo a una episteme di non facile figurazione, quella dì una tecnologia onnivora che è riuscita a fondarsi come entità sulla base di un principio inconcepibile per lo spirito e la cultura americani: la negazione dell’individualità (…). E non a caso il mezzo più efficace per contrastarli si rivelerà l’immissione di un senso d’individualità in uno di loro» (Franco La Polla, Star Trek. Foto di gruppo con astronave, cit., pp. 121-122.).

The Best Of Both WorldsCiò avviene in un bell’episodio della quinta stagione, Io, Borg (I, Borg), imperniato sul ritrovamento di un membro di questa razza da parte dell’equipaggio dell’Enterprise: gli uomini di Picard che, in precedenza (tra terza e quarta stagione: L’attacco dei Borg – The Best Of Both Worlds – in due parti), era stato a sua volta assimilato e ribattezzato Locutus, riescono a separarlo dalla coscienza collettiva e, pian piano, a immettergli barlumi d’individualismo, incoraggiandolo a riferirsi a se stesso col pronome “io” invece che col “noi”. In perfetto spirito trekkie, poi, i membri della Flotta Stellare evitano d’inserire in Hugh (hanno chiamato così il giovane Borg, perché in inglese la pronuncia è simile a “you”), un chip che saboterebbe la coscienza collettiva della razza di parassiti tecnorganici: il loro ospite, infatti, ha ora una propria soggettività che ne fa una persona degna d’affetto e rispetto. «Dopo questa storia – sottolinea Jeri Taylor, responsabile della rifinitura dello script – non si possono più trattare i Borg allo stesso modo» (Larry Nemecek, Guida a Star Trek – The Next Generation, cit., p. 211.): quando tutti pensano che sia normale, quasi dovuto, odiarli, dunque, ST:TNG rimette in discussione, per l’ennesima volta, i pregiudizi di protagonisti e spettatori.

Proprio dal punto di vista dell’approccio etico-filosofico, comunque, la seconda serie riesce a spingersi ancora più in là rispetto a ST:TOS, rivelandosi ben più problematica e, così, adattissima alla maggiore complessità della società circostante e alla sempre più evidente perdita di certezze ontologiche tipica della fine degli anni 80 e, soprattutto, dell’inizio dei 90. Assieme ai Borg, lo stesso personaggio di Data, senz’altro il più amato dagli spettatori, sa fornire spunti infiniti, soprattutto col suo desiderio fortissimo di diventare umano e provare emozioni. Nell’intenso episodio La misura di un uomo (The Measure Of A Man, in onda nel febbraio 1989), per esempio, l’androide deve affrontare una prova durissima, quando un cinico esperto di cibernetica della Flotta Stellare, Tom Maddox, ne mette in discussione addirittura i diritti come essere senziente, per smontarlo, studiarlo e replicarlo in serie come mero schiavo meccanico. Nel corso di un serrato processo, il capitano Picard difende davanti alla corte suprema della Federazione il diritto di Data a venir considerato alla stregua di un essere vivente: e la vittoria dà il crismi dell’ufficialità a una situazione di cui nessuno, sull’Enterprise e davanti al teleschermo, aveva mai dubitato. Data è davvero un personaggio modernissimo, per come arricchisce di ulteriore umanità i già tormentati profili dei replicanti “bladerunneriani”, in un decennio del cinema statunitense che si sofferma con insistenza su temi affini come l’incerta percezione del corpo e dell’identità propri e altrui, l’insorgere kinghiano delle macchine senzienti, l’interfaccia inestricabile tra biologico e tecnologico, il rapporto dicotomico tra corpo e mente. A cavallo tra i decenni 80 e 90, insomma, diventa più che mai importante interrogarsi su quella che è, davvero, “la misura di un uomo”.

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Altri problemi di carattere etico sono quelli derivanti dal rispetto della cosiddetta Prima Direttiva, cioè il precetto secondo il quale l’Enterprise non deve mai interferire con lo sviluppo, gli usi e le tradizioni delle civiltà incontrate nel corso dei suoi viaggi d’esplorazione galattica. Il soggetto meno sicuro e più frammentato, rispetto a quello degli anni 60, fa sì che le decisioni da prendere siano molto più sofferte di quelle affrontate da Kirk. L’universo di ST:TNG, come gli USA e il mondo reale, è diventato ben più complesso e articolato: non esiste più il “muro-contro-muro” che ha caratterizzato quasi tutto il secondo dopoguerra (nella serie l’impero Klingon è diventato un alleato) e la caduta del muro di Berlino ha dato inizio davvero a un mondo nuovo, anche dal punto di vista geopolitico, con il panorama internazionale (galattico) affollato da tante civiltà diverse che spesso riescono a convivere soltanto grazie a sottili mediazioni diplomatiche. In un simile contesto sociale e politico, il rispetto della Prima Direttiva fa nascere ogni volta enormi problemi morali e, allo stesso tempo, rappresenta, nella percezione dei telespettatori, una continua messa alla prova e persino una ridefinizione dei valori fondanti della società americana stessa, a partire da quello chiaramente colonialista della “Frontiera”: adesso ciò che conta è l’arricchimento interiore che arriva da un confronto non superficiale con “l’Altro”. E più costui è diverso e costringe a prendere decisioni difficili e sofferte, più provocherà una crescita che, in definitiva, servirà poi come autentico elemento di contatto e vicinanza.

Justice

C’è un episodio in particolare, Il giudizio (Justice), che mette Picard di fronte a una difficilissima scelta: restare coerente con i propri principi, oppure salvare la vita del giovane Wesley Crusher che, su un pianeta che punisce tutti i crimini con la pena di morte, rischia d’essere giustiziato per aver calpestato inavvertitamente una pianta? Dopo un lungo travaglio interiore, molto diverso da quelli di Kirk, il tormentato capitano capisce che «non ci può essere giustizia fino a quando le leggi sono assolute. La vita stessa – conclude, riferendosi sia alle norme del popolo alieno che alla Prima Direttiva – è un esercizio pieno di eccezioni». È all’insegna dell’inadeguatezza di precetti troppo rigidi, dunque, che il relativismo culturale di ST:TNG si manifesta nelle situazioni più spinose: quando la sottile arte della negoziazione interpersonale e interculturale s’affianca (e, quache rara volta, si sostituisce), nel concreto, al principio teorico della Prima Direttiva.

I cambiamenti della società statunitense, pienamente multietnica, proprio come l’equipaggio della nuova Enterprise che, però, ne rappresenta un campione-esempio assolutamente privo di conflitti, si riflettono in ST:TNG anche per quanto riguarda il nuovo modo di guardare alla sessualità. Così, se nel 1968 aveva destato scandalo il bacio interrazziale tra Kirk e Uhura, nella seconda serie l’androide Data fa sesso con la bionda e mascolina Tasha Yar già nel primo episodio, Contaminazione (The Naked Now); più avanti, poi, in L’ospite (The Host) e Il diritto di essere (The Outcast) vengono affrontati in modo esplicito, ma non del tutto soddisfacente, temi connessi all’omosessualità, attraverso le vicissitudini di parassiti alieni che occupano, di volta in volta, corpi differenti: in Star Trek: Deep Space Nine (id., 1993) si andrà oltre, ma qui è l’importante che il ghiaccio sia stato rotto. D’altra parte, una serie attenta alle minoranze emergenti, com’è ST:TNG, non poteva che dare piena voce, seppure in modo contraddittorio, anche alle esigenze di un “terzo sesso” sempre più numeroso e influente nella società americana del periodo.

Star Trek V - The Final FrontierNel corso delle sette stagioni in cui s’articola ST:TNG altri eventi caratterizzano l’universo di Star Trek: in due nuovi film per il grande schermo, Star Trek V: l’ultima frontiera (Star Trek V – The Final Frontier, 1989) e Star Trek VI: rotta verso l’ignoto (Star Trek VI – The Undiscovered Country, 1991), torna in scena il cast di ST:TOS; il 24/10/1991, a 70 anni, muore Gene Roddenberry, il “Grande uccello della galassia” creatore del “Trek Universe”; già dalla terza stagione di ST:TNG, Rick Berman occupa un ruolo sempre più importante e centrale; nel corso delle annate entrano nel gruppo di lavoro alcuni sceneggiatori-produttori, Michael Piller, Jeri Taylor, Brannon Braga, Ronald D. Moore, destinati a lasciare un segno indelebile nella storia di Star Trek, all’inizio del 1993 inizia ad andare in onda la terza serie televisiva Star Trek: Deep Space Nine e, per due stagioni, i teleschermi americani ospitano una doppia razione di avventure trekkie. Il 23 maggio 1994, poi, con l’episodio leri, oggi, domani (All Good Things…), ST:TNG termina la propria corsa in modo trionfale, ottenendo il miglior indice d’ascolto di tutti i tempi per una serie trasmessa in syndacation. A novembre, quindi, il cast completo di ST:TNG incontra sullo grande schermo quello di ST:TOS, per il pissaggio di consegne ufficiale anche al cinema: il film si intitola Generazioni (Star Trek: Generations) e si conclude con il doppio shock della morte di James T. Kirk e dell’esplosione della USS Enterprise NCC1701-D i (la sceneggiatura del film è di Brannon Braga, che probabilmente è l’autore più odiato dai fan della serie: il suo marchio di fabbrica, infatti, è di far esplodere le Enterprise. E il botto di Generazioni non rappresenta un caso isolato).

Omar Serafini

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