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Science Fiction Art: KAREL THOLE (Editoriale di Giuseppe Lippi apparso in Appendice al N° 1389 di Urania del 4 Giugno 2000)

Giuseppe LippitholeIn questo nostro speciale dedicato agli artisti di fantascienza vi proponiamo l’editoriale di Giuseppe Lippi apparso in Appendice al N° 1389 del 4 Giugno 2000 con il quale viene dato l’estremo saluto da parte di Urania al grande artista Karel Thole storico copertinista della più famosa collana di fantascienza italiana:

All’una e dodici minuti, la notte del 26 marzo scorso, è morto Karel Thole. Nato il 20 aprile 1914 a Bussum, una cittadina a venti chilometri da Amsterdam, avrebbe compiuto entro pochi giorni 86 anni. Si era trasferito in Italia nel 1959 con la moglie Lise e i figli Adrienne, Annemieke, Gertie e Ernst, quest’ultimo diventato un popolare attore comico e deceduto, purtroppo, ne1 1988. Per venticinque anni Karel Thole ha disegnato le copertine di “Urania”, un sodalizio così felice da aver ispirato, nel tempo, la letteratura (il racconto di Michele Mari Le copertine di Urania, uscito nel volume Mondadori  Tu, sanguinosa infanzia e da noi ripubblicato nel n. 1322, Tutti i denti del mostro sono perfetti. Per molti anni, e per due generazioni di lettori, la frase “Copertina di Karel Thole” nel tamburino di “Urania” ha significato una conferma di gusto, di stile e molto di più. A Karel Thole è dedicato questo omaggio da parte della collana che così a lungo è stata arricchita dalla sua opera memorabile.

Spero che questo sia il ritratto di un artista, oltre che di un uomo, perché in questo momento gli uomini mi sembrano tutti uguali, mentre di Thole ce n’è stato uno solo, come pittore. Lo conoscevo personalmente da ventotto anni, però il primo impatto con lui l’ho avuto ancora prima, ne1 1964, su una copertina di “Urania”. Sento che la mia vita mentale è strettamente intrecciata alla sua opera, al suo spirito artistico, ma anche – è difficile far combaciare le due cose – alla persona che ho visto e frequentato per tutto questo tempo, e che non è certo un extraterrestre. A pensarci, neanche quelli che disegnava sullo scratchboard (il cartoncino nero) erano fantasmi immateriali. Panorami di altri mondi, rovine della mente, fughe o prospettive bizzarre, donne, mostri, erano tutti persone: maschere e abitanti di Karel Thole, “dentro il quale -mi confida il fratello Eugene -sembra quasi che convivessero due uomini”. Chiunque abitasse dietro gli occhi di Thole, si è risvegliato nella settimana che inizia il 20 marzo, spaventandolo e angosciandolo all’idea che stesse per scoppiare la Terza guerra mondiale, o peggio. La figlia Annemieke (tra le cui braccia Karel è morto) dice che non era facile calmarlo.

KT“Papà, abbiamo appena sentito il telegiornale e puoi tranquillizzarti: la guerra non c’è”. Ma lui aveva paura e gridava: negli anni passati, aveva grattato il cartoncino per esprimere certe ansie. La sua è molto spesso una pittura dell’inquietudine, del terrore, oltre che del difforme. Non ho mai dubitato che il Karel ironico, gioviale e gran conversatore fosse men che assolutamente sincero, quando dipingeva creatures. Le comprendeva, e in fondo ci viveva in mezzo. Ma è proprio dell’artista vivere tra personificazioni: una volta, nella prima casa di Via Vittadini, mi fece vedere un bel pezzo d’argenteria che era diventato la bizzarra teiera di una copertina, dove il suo contorno panciuto riproduceva il profilo di Alfred Hitchcock. Thole amava gli oggetti di gusto, in particolare gli oggetti domestici: nei suoi disegni appaiono spesso miniature, piccole statue, eleganti cornici, che esprimono un piacere e un senso dell’ambiente visto come un frammento di civiltà e del tempo. Il tempo è centrale, nella vastissima opera di Thole (che inizia in Olanda, è bene ricordarlo, vent’anni prima del suo trasferimento in Italia). In un primo momento predomina il passato, suggerito dai ricordi di lettura e di teatro e perfezionato dagli esercizi per la Scuola statale di disegno dal vero del Rijksmuseum, ad Amsterdam; sono volti, costumi, cappelli, schizzi e maschere spesso eseguiti al tratto, con la penna: “È il mezzo più economico e più facilmente riproducibile” spiegava Thole. Molto spesso questi disegni sono buffi e caricaturali, tratteggiati con mano veloce ma pieni di un gran dinamismo. Successivamente, per tavole più elaborate e nelle prime illustrazioni editoriali, ci spostiamo in ambienti che sembrano teatrali per sontuosità e bellezza, e anche per le pose aristocratiche dei personaggi: rivivono gli eroi della letteratura e della poesia in una lunga serie di azioni in bianconero. Anche quando le opere illustrate sono meno importanti, il segno di Thole rimane alto: vi sono bozzetti, in parte esibiti anche in Italia e pubblicati nei cataloghi delle mostre più recenti, in cui Thole sembra uno scenografo o un corerografo, più che un illustratore. Il lavoro di precisione, l’eleganza e l’accuratezza di ambienti e costumi, la ricostruzione degli arredamenti non sono eseguiti con l’approssimazione del divulgatore, bensì con la finezza di un interprete. Le matite sono quelle di un artista capace di estreme rifiniture, ma che già nel colpo d’occhio coglie l’espressione di un mondo e di un tempo; e i passaggi a inchiostro lasciano spazio alle sfumature dell’immaginazione pura. Questi disegni degli anni Quaranta (a volte piccoli come tessere di mosaico sono precise ricerche nel tempo in cui Thole sente che non è possibile visualizzare oggettivamente il passato: dunque bisogna infondergli nuova vita con il ritmo del disegno. Ecco dove interviene l’artista: nel rendere il senso di ciò che non ha potuto banalmente “catturare”. Thole non vuole catturare nulla, semmai ricostruire la bellezza di ciò che è perduto (o sognato, o di là da venire).

KT artThole si muove nel tempo: stili e forme ritornano, le luci danno un senso espressionista alla rappresentazione, e se il pathos cambia secondo l’epoca, il fondamentale approccio visuale rimane lo stesso, quello di un occhio moderno dal gusto classico. Il disegnatore conosce i problemi della recherche, e di questa consapevolezza si serve per stravolgere l’accademia, piegando tempo e forme alla sua fantasia. E’ un architetto visuale, un rifinitore di Olimpie che ballano al suono della sua bacchetta, ma l’apparato romantico è affinato da uno sguardo che già conosce i futuristi (da cui sarà poco attratto) e i surrealisti, che invece lo influenzeranno profondamente. La scelta di campo è spiegabile: mentre nel futurismo vi è una sordida volontà di fare piazza pulita delle forme, di fracassare il passato alla velocità del suono, in Thole vi è un gusto evoluto del bello. Egli è stato un amante del bel tempo, quello che si snoda per quattro-cinque secoli di storia del disegno, e dalla pittura di Van Dyck e Rembrandt arriva ai giorni nostri, non accademicamente ma per la forza del suo stile. Il talento per il mostruoso che, in seguito, nutrirà l’arte di Thole non è una contraddizione del bello, bensì una sua variante di segno opposto, il difforme, per il quale egli creerà una nuova grammatica artistica.

La sua vocazione è a una rappresentazione alta, quindi a una poesia. Ma si può conciliare questa esigenza con le richieste del mercato editoriale? Si può se si ha la grandezza plastica di Thole: copioso come Dore e multiforme come un Max Ernst, è con tutta probabilità il più grande disegnatore che il dopoguerra ci abbia dato. La pittura è in lui una netta conseguenza del disegno, viene ricavata grattando, con un lavoro di dis-annerimento. In origine c’è il nero dell’assenza di colore, del carboncino e della matita. Da qui nasce l’eleganza di una produzione vivissima, libera e ironica: centinaia, se non migliaia di disegni soprattutto in bianco e nero, fatti nell’arco di almeno vent’anni. E insieme ai disegni, i bozzetti, le sovraccoperte, i progetti grafici per editori tutto sommato ancora artigianali.

Karel Thole - Planet Plane, 1975Quando, alla fine degli anni Cinquanta, Thole si trasferisce in Italia ed esegue le prime copertine per Rizzoli (illustra Guareschi, Campanile e altri “classici” italiani), i tempi sono maturi per una nuova evoluzione. Il mercato ha nuove esigenze, i processi di stampa in quadricromia si sono diffusi e commercializzati, il colore diventa un elemento preponderante. Per giustificarlo, Thole inventa uno stile che gli si addica, citando dai maestri dell’astratto a quelli del surrealismo (Dalì, per esempio, uno dei suoi più affidabili referenti) con risultati personalissimi. Il grande disegnatore plastico altera le forme, le rende “molli” e dilatate, unisce la fantasia pittorica a quella puramente grafica; spunta così, in tutta la sua forza, la seconda anima tholiana: il visionario assoluto. Due anime, quella del disegno “vero” e dell’esercizio surreale, nient’affatto in contrasto, che però si completano a vicenda: alla base di ogni pittore originale, probabilmente, vi è un disegnatore di genio.  Date queste premesse, quando ne11959-1960 Anita Klinz, allora direttore artistico della Mondadori, gli affida per esperimento le copertine di “Urania”, sa di rivolgersi a un uomo dal bagaglio visuale ricchissimo e di formazione prettamente europea. Non c’è nulla, in lui, della sensualità da grande magazzino dei maestri illustratori americani nè il loro compiacimento realistico, ma neppure la stilizzazione del manifesti d’inizio secolo. Thole potrà anche lui dipingere manifesti, però come Toulouse-Lautrec o come Dudovich. Come un successore, cioè, del grandi pittori (del Novecento prima, poi dei classici), che ne assorbe le conquiste per intregrarle nel suo particolare universo grafico. La sua è una scelta alla quale non verrà mai meno, e nella storia dell’illustrazione, non solo Italiana, probabilmente non ne esiste l’uguale. La quantità di materiale richiesto dagli editori Italiani, tedeschi, Inglesi, americani e spagnoli è tale che Thole dovrà raggiungere per forza dei compromessi. Mai con la sua arte, però: semmai, qualche volta, con se stesso. Tuttavia regge il diluvio di tavole che gli commissionano per quarant’anni: lo fa così bene e con tanto stile da diventare famoso a livello internazionale solo dopo i1 1960. Ottenere tutto questo richiede sacrifici, innanzi tutto in termini di fatica ed “esaurimento” personale, ma anche in termini di confronto con un’industria editoriale ormai vorace e massificata, ben diversa da quella per cui aveva lavorato in Olanda nel decenni precedenti.

SCALO FRA LE STELLELe copertine di “Urania”, che rappresentano il campionario più vasto e anche più vario della sua opera recente (venticinque anni di creazioni, dal 1960 a1 1986) si segnalano rispetto all’altro corpus fondamentale – quelle per l’editore di fantascienza Heyne Verlag di Monaco -per una maggiore alternanza di stili e per una totale libertà rispetto ai testi illustrati. È l’alternanza di stili il vero pregio delle copertine di “Urania” negli anni dal 1960 al ’70, il suo periodo d’oro, e tuttora lascia stupiti per inventiva e capacità di rinnovamento, nonostante l’urgenza ripetitiva del lavoro (una nuova tavola ogni sette giorni, poi ogni quattordici). Se si guardano le copertine eseguite per un altro editore tedesco degli anni Settanta, Pabel, ci si accorge della necessità -per Thole -di uniformarsi a standard ancora più corrivi: fascicoli dal formato quadernone, venduti per pochi spiccioli e con l’intento di offrire al pubblico delle edicole un’immagine feuilleton dell’orrore, con grassi mostri debordantl dalla pagina e ogni sorta di amenità truculente, al confronto delle quali le copertine horror di “Urania”, tutt’altro che infrequenti in quel periodo, sembrano opere d’avanguardia. Ma Thole risolve il problema da par suo. Non essendogli possibile abbassarsi, introduce l’elemento dell’esagerazione consapevole, una straordinaria ironia plastica a base di rospi e topi divoratori che costituisce il suo opus orrifico più cospicuo, una specie di Gargantua et Pantagruel del Grand-Guignol che non deve nulla alle mode imperanti del momento, figurative o cinematografiche. Nelle tavole horror per la Pabel (collezioni “Vampyr-Roman” e “Grusel-Roman”, Karel Thole inventa un mondo grottesco e delirante: divinità aliene alla Lovecraft ma obese e con grosse mammelle, giganteschi obelischi di lardo, lamie ed empuse che fanno l’amore, vampiri in frac da operetta, statue che si animano lungo scaloni immensi, la celebre visione in campo medio di una carrozzina sbrindellata e zeppa di topi. Non è esattamente Bosch e neppure Durer, anche se di entrambi vi è traccia; non è la Hammer ne il gotico americano: è una corte dei miracoli europea, come quelle che prosperavano durante il Terrore, all’ombra della ghigliottina.

STORIE DI FANTAMOREPer “Urania” gli stili che si alternano sono diversi. C’è horror anche lì, cupo e con forti dominanti nere dovute alla carta di quel colore (però è un horror più cerebrale, addirittura intellettuale, con le sue geometrie non-euclidee e i grappoli di occhi imbanditi su sfondi alieni; c’è la space opera, che a sua volta conta diversi sottogeneri visuali; c’è il bizzarro puro, in genere risolto con la citazione di un capolavoro pittorico del passato; c’è il dramma dell’ignoto, una specie di urlo senza voce di cui Thole è maestro; e c’è la Comedy, sofisticata naturalmente, con elementi presi un po’ dalla pop-art e un po’ da Mary Quant, ma riassorbiti alla poetica dello “strano” che è la chiave di Thole. Cos’è strano? L’atto di cogliere, senza stupore, qualcosa che è preciso e familiare, civilizzato e gentile, che però sottintende l’ignoto. Con il termine di Freud, potremmo dire che il mondo di Thole sia Unheimlich: perturbante. Un signore anziano tiene un bambino nudo per mano e lo porta alla ghigliottina (dipinto originale da Le primavere del mostro). Una ragazza Color bianco-gesso balla, in minigonna, su un pianoforte (Ed egli maledisse lo scandalo). Un’altra ragazza si appoggia a un pianoforte molle (tavola per la Heyne); una terza (con gonna sotto il ginocchio all’epoca della prima edizione, in minigonna per la ristampa) aspetta davanti a un rettangolo nero -una porta? – dentro una galleria iridescente (Tutti i colori del buio). Attraverso le figure femminili il bello e il perturbante si combinano nuovamente. Le donne di Thole non sono perseguitate come nella venerabile tradizione dei pulp: anzi, emancipate e sofisticate, sono esse stesse l’enigma di molte tavole. Se un mostro le occhieggia, si sente che non ha speranza (Storie di fantamore).

Se le ghermisce, è un’ameba cieca e asessuata (Dalle fogne di Chicago), un’abominazione chiusa a piaceri più raffinati (L ‘uomo liquido). Le figure femminili di Thole, sexy ma algide, sono una variante moderna della belle dame sans merci: non dark ladies, quella parte negata e perciò espulsa dal cuore maschile, ma figlie dell’inquietudine, Anime da cui è impossibile prendere le distanze e la cui rappresentazione culmina nella testa reclinata della Madre Terra su un oceano di sangue, una delle più celebri raffigurazioni archetipe di Karel Thole.

Armi di IsherNello spazio queste ragazze giocano il ruolo di una presenza ironica e civile: a volte portano la tuta e il casco, a volte si denudano e vanno in giro con gonnellini esotici fatti di liste metalliche (Oltre l’orizzonte). I loro corpi sinuosi e freddi, da cerbiatte o da ombre, sottolineano la malinconica sterilità dell’ambiente: astronavi di forma ovale, incubatrici cosmiche dove il calore della vita è un fattore astratto. Thole non è molto interessato alla rappresentazione della tecnologia, tuttavia ne sente il fascino, poiché è l’ambiente a interessarlo, la natura degli spazi finiti ma illimitati in cui la macchina predomina sull’uomo.

Lo scenografo che è in Thole riprende il sopravvento: caverne d’acciaio, precipizi di metallo, saloni a perdita d’occhio in cui un elemento trascurabile, a volte quasi banale, ricorda paradossalmente un’altra vita, un altro tempo (l’uomo in bombetta nelle Armi di Isher e l’opulenta signora alla Aubrey Berardsley sullo sfondo del Libro delle metamorfosi rappresentano un contrasto culturale con l’ambiente; per inciso, è un effetto paragonabile allo shock creato da Stanley Kubrick quando fa atterrare la sua “bolla” spaziale nel salone rococò di 2001, una sequenza che costituisce, io credo, il migliore omaggio indiretto reso a Thole dal cinema). Fuori dei grandi uteri freddi, lo spazio.

La cosmonave dei ventiquattroA volte dipinto realisticamente in nero, più spesso virato in azzurro e addirittura in verde, è spaventosamente deserto o gravido di pianeti geometrici, pesanti. In Thole lo spazio è una dimensione plastica ma astratta in cui si affrontano masse e forme minerali (mondi, asteroldi, sfere) e metalliche (astronavi, strutture, oggetti volanti). In alcune belle tavole degli anni Sessanta (La cosmonave dei ventiquattro, La spedizione della quinta flotta) le astronavi sono eleganti oggetti di design, più degne di Kubrick che di von Braun. E a volte un pianeta divorato dalla speculazione edilizia domina tutta la tavola, coi suoi mostruosi grappoli di grattacieli che affondano le radici nel cuore del mondo (la prima edizione di Cronache della galassia). Siamo in uno spazio civilizzato, non da ultima frontiera. Un universo sovraffollato con architetture degne di Brasilia, che succhiano la vita alla terra..

Per reagire al senso di claustrofobia che viene dal metallo e dal cemento (terrestre o alieno poco importa), di tanto in tanto Thole si sbizzarrisce in lussureggianti, contorti, esotici paesaggi alieni. In alcuni non è possibile distinguere I’artifatto dal panorama (Le case di Iszm), in altri il panorama è così agghiacciante che sarebbe meglio non averlo distinto affatto (Il sesto palazzo). In altri ancora I’habitat è umano, il luogo dev’essere la Terra perché si distinguono particolari di ville georgiane e magioni gotiche americane, ma l’Altrove si è mescolato inestricabilmente a quelle architetture, trasportando i misteri dei pianeti esterni in mezzo a noi. Parlo della nera, difforme città New-Englander che campeggia in una delle più belle tavole a sviluppo orizzontale di Thole: I mostri all’angolo della strada de11966, il cui originale sembra
sia andato perduto.

Pursuit of the ZodiacsGli abitanti di questi paesaggi cosmici (ambienti mai bucolici e incontaminati, bensì sempre espressione di una cultura, e spesso di una cultura perversa) non sono semplici mostri come quelli che occhieggiavano dalle copertine Pabel. Possono essere mostruosi, incidentalmente, però sono un’altra cosa. Si tratta di nostri dissimili, come recitava il titolo di un vecchio numero di “Urania”, gente il cui corpo e la cui mente non sono una caricatura di quelli umani ma un allontanamento da essi, una branca laterale e inaudita rispetto a ciò che siamo abituati a considerare norma. Thole mostra una pazienza da anatomista e botanico del Settecento nell’inventare variazioni, alberi genealogici disumani, teorie evoluzionistiche parallele. “Interplanetario” significa per lui extra-terrestre, estraneo e non solo straniero. Gli innumerevoli frutti di queste ibridazioni dovranno qualcosa a Bosch, di nuovo, e a Goya, ma in definitiva sono esseri troppo diversi per poter indulgere in paragoni. Chitinosi e mucillaginosi, con le antenne o le scaglie, ameboidi o peduncolati, hanno tutti in comune un tratto distintivo: la consapevolezza, l’intelligenza e una cultura. Gli extraterrestri di Thole non sono semplicemente mostri ma creatures, inumani nel senso in cui noi, a nostra volta, dobbiamo sembrarlo loro. Assolutamente non-antropomorfe, queste creature sono portatrici di loro pensieri, loro visioni del mondo e persino loro arti e religioni. C’è da impazzire a guardarle… C’è da restare di sasso a fissare i loro occhi torpidl e al contempo intelligenti, come quelli del colosso che aspetta i marines sul bordo dello Stagno di Matlin. In realtà, le creature di Thole sono un’altra tessera, per noi la più inquietante, di un universo affollato e colto, tuttavia non per questo meno agghiacciante. (E chissà quale di loro è nato dalla trasfigurazione di un’altra ideale teiera: un oggetto, cioè, che rappresenti il gusto di casa Thole).

Psychedelic JungleSi chiude così il cerchio, proprio come in un cerchio di Thole: il cosmo extraterreno ci riporta a oggetti e forme più familiari, addirittura squisite, ma contigue all’abisso dell’immaginazione che abbiamo appena evocato. Nelle molte copertine gialle o romantiche, e nelle illustrazioni per la narrativa generale, Karel Thole ha ripreso, in un certo senso, il discorso iniziato con gli splendidi disegni olandesi degli anni quaranta e Cinquanta. Nei gialli (la lunga serie di Agatha Christie per gli “Oscar”, per esempio) tornano i colori cupi, mentre resta memorabile la serie da lui realizzata in bianco-nero per il mensile “Fantomas”, e colorata mediante la sovrapposizione di lucidi solo quando il disegno era già finito. Queste tavole, che in spirito derivano dai collage della “Settimana di bontà” di Max Ernst, rappresentano un riuscito omaggio ai maestri dell’incisione ottocentesca, però con una crudeltà e un’inquietudine visuale tutte moderne che ne fanno, ancora una volta, un caso unico nel panorama degli anni Sessanta. Nelle copertine non di genere, ma ispirate alla narrativa del Novecento, il colore gioca un ruolo determinante e si unisce alla precisione del disegno per creare effetti di luce che nei casi più raffinati richiamano i maestri fiamminghi: sono questi modelli classici, opportunamente ricreati, gli esempi cui si ispirano i ritratti letterari di Thole. La sua produzione si diversifica; può capitare che la copertina di un romanzo di Somerset Maugham richiami ancora l’orrore del fantastico (Il mago, su cui si vede “una bella ragazza in balia di un mostro”), o che un’altra, magari per lo stesso autore, sia risolta nella più elegante e desiderabile delle moderne signore col fedora. Gran parte del piacere che procura il guardare l’arte di Thole consiste nel riconoscere gli oggetti, familiari, squisiti e Unheimlich, che il suo estro ricrea sotto i nostri occhi, per il gusto di farceli desiderare e poi appagarci.

Giuseppe Lippi

tholeL’ARTISTA

Carolus Adrianus Maria Thole, noto come Karel Thole (Bussum, 20 aprile 1914 – Cannobio, 26 marzo 2000), è stato un disegnatore e illustratore olandese. Frequenta la Scuola Statale di Disegno del Rijksmuseum di Amsterdam. Inizia la sua carriera di illustratore muovendosi nell’ambiente pubblicitario ed editoriale, ma anche disegnando per vetrate e pitture murali. Dagli inizi degli anni quaranta, è attivo nell’ambito editoriale, illustrando libri e riviste. Nel 1958 si trasferisce in Italia, a Milano, con moglie e quattro figli. Collabora inizialmente con la casa editrice Rizzoli, per poi passare, nel 1960 alla Arnoldo Mondadori Editore.

« L’eclettismo tecnico di Thole ha dello stupefacente: nei sessant’anni di lavoro pieno che ha consacrato all’illustrazione editoriale, eccolo svariare dalla matita al carboncino, dai neri di china ai grigi di gomma arabica, da qualche incisione su lastra alle acrobazie dello scraper board (la difficile tecnica di graffiar via segni bianchi da cartoncini preventivamente ricoperti di una patina nera: un metodo in cui pochi possono permettersi di eccellere), per finire con la più tarda policromia delle tempere italiane.

Nel 1959 sostituisce Kurt Caesar nella realizzazione delle copertine de I romanzi di Urania, collana Mondadori nata quasi un decennio prima, e tuttora esistente sotto il nome Urania. Questa sua produzione lo colloca come uno dei più originali artisti visionari di fantascienza.

Per Mondadori nel 1963 realizza anche le illustrazioni scraper-board per le copertine del ciclo di Fantomas, che mostrano tutte le potenzialità che Thole va scoprendo nella carta nera:

« .. una porta aperta su qualcosa che, dietro quella porta, è al buio completo: può essere uno spazio di due metri per due, ma può anche essere uno spazio infinito… (Karel Thole) »

Le illustrazioni per Fantomas, originariamente in bianco nero, verranno colorate in sede di stampa. Nel 1976, per l’editore Quadragono di Conegliano Veneto, disegna Le primavere del mostro. grandi tavole dal fascino misterioso dedicate ai mostri del cinema. Negli anni ottanta alcuni problemi alla vista lo costringono ad abbandonare la sua abituale mole di lavoro. Continua comunque la sua opera. L’ultimo numero di Urania con una sua copertina è del 1998 (numero 1330, Picatrix la scala per l’inferno di Valerio Evangelisti). Durante la sua carriera collabora con la Ace Books e la Daw Books di New York, The New English Library di Londra, la IBM di Milano, la Wilhelm Heyne di Monaco di Baviera. Per il suo stile pittorico gotico, metafisico e onirico, viene paragonato al compatriota Hieronymus Bosch. Espone in personali e collettive in tutta Europa. Nel 2008 i disegni delle copertine di Thole (insieme a quelle di Ferenc Pinter e Carlo Jacono) furono esposte a Lucca nella grande mostra Copertinando.  Nel 1994, la Galleria Nuages di Milano ristampa i Racconti di Edgar Allan Poe e ne espone le relative undici illustrazioni realizzate dall’artista olandese. Uno dei figli era l’attore comico e cabarettista Ernst Thole, attivo in Italia tra gli anni settanta e ottanta.