Recensione: “RED psychedelia” (2016) di Emanuela Valentini

Fabio CartaRed PsychedeliaSui tetti di una città senza nome, tra luci al neon e insegne pubblicitarie, in un futuro che vede l’umanità vivere pressata in agglomerati urbani protetti da cupole che, di tanto in tanto, si aprono per lasciare entrare la pioggia, tentata dal fascino del Lupo e in perenne fuga dal Cacciatore, si muove Halley. Una cicatrice sul viso, un ciuffo coperto dal cappuccio rosso scuro della felpa, short, anfibi e l’immancabile zainetto pieno di gioia sintetica: la Special Red, droga di ultima generazione, l’illusione perfetta dei desideri più intimi di chi l’assume. Un’organizzazione criminale sui generis, un manipolo di personaggi psicotici tra i quali spiccano un poliziotto ossessionato dalla giovane pusher, un affascinante killer zoomorfo e la celeberrima Nonnina. Il capovolgimento di un classico antichissimo sull’antitesi tra bene e male. Emanuela Valentini impugna e riveste di tinte fluo la fiaba di Cappuccetto Rosso.

Titolo: Red psychedelia | Autore: Emanuela Valentini  | Editore: Delos Books | Collana Convoy | ISBN-10: 8865305975 | ISBN-13: 978-8865305973 | Data di pubblicazione: 15 marzo 2016 | Pagine: 200 | Genere: Cyberpunk

Emanuela Valentini, finalista al premio Urania 2015, già vincitrice quest’anno del premio Robot, eclettica narratrice di fantascienza, steampunk e weird, in “Red Psychedelia” la vediamo impegnata in un classico cyberpunk.

Lo si capisce subito dagli elementi dell’ambientazione iper-urbana: una megalopoli schiacciata sotto una cupola meteorologica che controlla le precipitazioni, circondata quasi dal “nulla” divorante di Ende ovvero un ambiente sconosciuto, ritenuto ostile. Questa è la Sin-City di Valentini, un carnaio di anime perse, cemento e pioggia lurida dai contorni netti, tipici della città-stato futuribile in puro stile anime (Akira, Appleseed) oppure alla Dredd (sia fumetto che film).

Quasi un’allegoria urbana, molto semplice, ove nessun impegno è messo in cervellotiche ipotesi hard-sci-fi o anche in polemiche pseudo-politiche in chiave cyber-sociale. Non c’è nessuna singolarità, nessuna alienazione tecnologica, nessuna esasperazione del presente socio-economico-tecnologico-culturale in un futuro prossimo. Vero è che questa semplificazione genera particolari a mio avviso discutibili, come l’uso del denaro contante, le giacche, le cravatte e altri stereotipi tecnologici e di costumi obsoleti che non rendono grazia alla voluta ambientazione cyberpunk. Ma l’uomo coniglio, presunto innesto bio-tecnologico reso senza alcuna spiegazione come la cosa più normale della terra, è semplicemente fantastico!

Non siamo nei megaplessi dello sprawl visionario di Gibson, ma anche qui abbiamo la dovuta quantità di pioggia, smog, notte, cupole, neon, neon e ancora neon. Dopo Blade Runner nulla che ambisca all’etichetta di cyberpunk può farlo senza neon a profusione. A costo di essere tacciato per eretico, mi domando: perché mai nemmeno un LED?

Il libro di cui vi parlo è la raccolta cartacea di una serie completa di ebook, comprendente cinque romanzi brevi già editi sempre dalla Delos Store (La sindrome di Cappuccetto Rosso; bAng bunny; La longa manus di Nonnina; Il sogno del Lupo; Re(d)wind) e che in questo caso ne costituiscono i capitoli, come episodi di una serie televisiva o di una collana fumettistica.

L’idea, a mio avviso, era proprio quella di realizzare proprio questo, ovvero un fumetto, da leggere velocemente puntata dopo puntata. L’obiettivo è stato centrato, decisamente. Non mi capitava di leggere in questa maniera, con questo particolare godimento da diverso tempo. Una fruizione rapida, rapidissima.

Personaggi che sono macchie colorate, prevedibili e rassicuranti, anche quando sono violenti oltre ogni misura, come innocui pupazzi di cartapesta in un tunnel degli orrori (formidabile la figura del sadico coniglio umanoide palestrato: esagerato, ironico e assurdamente simpatico).

A leggere di Vecchia Road e degli altri ci si aspetterebbe di non poter sviluppare alcun legame con essi, tanta è la velocità della lettura. Invece ci si appassiona, perché sono loro a trasudare passione. Dalle loro mancanze di personaggi sgorga più umanità che in tanti altri ritratti narrativi. Come nel caso di Carroll con i suoi folli abitanti del Paese delle Meraviglie, c’è più di quanto si legge. Questa è letteratura, un’inconsapevole, forse involontaria, eppure magnifica letteratura.

Una letteratura diluita tra colori e violenza; perché c’è tanta violenza, nella città di Halley la spacciatrice.

Una violenza a tratti ridicolmente eccessiva, che è in sé la denuncia non contro un male della società umana, ma contro la società umana nella sua interezza. Una denuncia contro un mondo le cui contraddizioni possono essere messe in luce solo dagli antieroi folli delle favole, con le loro azioni grottesche, coi loro idealismi da quattro soldi, i loro codici da boy-scout subito violati, i piagnistei patetici, intimisti, indefiniti e inconcludenti.

E se questi sono quelli che devono redimere la megalopoli… figuriamoci. Non c’è speranza, dunque, e quindi vale la pena di distruggere tutto in un’orgia di violenza gratuita, sciocca, pretestuosa. Pornografia eversiva e anarchica, quasi senza senso. Come la battaglia continua tra Halley e il Cacciatore, che si capisce esser parte di un antagonismo bonario e ripetitivo, ciclico e innocuo: avete presente lo struzzo Beep Beep e Will Coyote, oppure Tom&Jerry? Botte da orbi, ferite sadiche, strepiti e lacrime, ma tutto, alla fine, ritorna sempre come prima.

C’è del tradizionalismo narrativo, quindi, in Red Psychedelia, anche se magari certi ruoli “moralisti” vengono strappati come per dispetto allo stereotipo, trasformando – chissà forse in chiave neo-ambientalista vegan – il lupo cattivo in un ambiguo ma passabile boyfriend psicopatico, e il cacciatore in un sanguinario giustizialista. Intenzionale o meno questo sovvertimento contribuisce a dare un’ulteriore accento allucinante alla storia. Non c’è requie per Halley, se non nella mescalina naturale e nella fragola vera che fanno della droga “bio” l’unico piacere della giornata. Sono i tempi che cambiano, presumo.

“Le avrebbe raccontato una favola, invece. La favola di Cappuccetto Rosso che passeggiava nel bosco e raccoglieva gelatine rosse dai cespugli in fiore, in compagnia di un grosso lupo grigio che la proteggeva dal Cacciatore, una disonesta creatura armata che disseminava il bosco di morte.”

Il ritmo forsennato degli inseguimenti continui ci portano a esplorare l’interezza dell’anonima città in lungo e in largo, dalle fogne dei covi alla skyline sui tetti. Avanti e indietro, sempre, a ogni pagina, in maniera frenetica.

Red Psychedelia è un cartoon cyber-pulp che vacilla spesso verso quella che alcuni potrebbero interpretare come un’irritante apologia della malavita, usando peraltro i peggiori cliché retorici tra i più tristi e stupidi. Annunci, minacce, tane, ritrovi, riunioni e conclavi oscuri, segni segreti, il tutto però intercalato da fantastiche sparatorie da videogioco, piene di fioccanti nuvole di sangue da cui ci si aspetta possa sgorgare lo “score” del colpo andato a segno. Bum… Headshot!

Fondamentale è per l’autrice l’uso di una punteggiatura rapida, sparata a brevi raffiche, e di termini asciutti, puntuali, una prosa mai ridondante. Esternazioni, precisazioni, battute televisive di un discorso diretto sempre urlato, che però ha una sua utilità nel creare proprio quel ritmo sincopato, la martellante tachicardia della città, indice di uno stile che trascende l’ovvietà.

Onore all’autrice, che ha voluto giocare a raccontare una favola classica “violentandola” con gli strumenti della narrativa più underground che si possa immaginare.

E pagina dopo pagina, inseguimento dopo inseguimento, sparatorie e scazzottate e torture pulp, siamo al rewind finale, come ogni buona serie, prima dell’epilogo surreale, che disorienta, che conclude lasciando più di una porta aperta, più di un interrogativo senza risposta.

Intendiamoci, non voglio le risposte a tutto, non sono quel tipo di lettore.

Ok, si potrebbe obiettare, ma se si confeziona la storia come un fumetto/serie certe cose andrebbero spiegate. A meno che tutto il narrato prima dell’epilogo non sia che un’assurda, poetica metafora al fulmicotone, una parabola post-moderna per spiegare, illustrare e infine comprendere il “messaggio”, il sottinteso, il senso di tanta miseria umana, pur e a maggior ragione se presentata nelle vesti di fiaba snaturata.

C’è forse una morale, in Red Psychedelia, magari contro la droga? No, assolutamente.

Per quanto la nostra “eroina” sia una spacciatrice (e passatemi il gioco di parole) devo ammettere di aver subito, da bigotto perbenista quale sono, l’inquieto rapporto della narrazione con la droga, che tratta decisamente in maniera troppo superficiale. Banalizzata, illustrata raramente come un dramma (la droga è sorbita alla stregua di una caramella) solo sporadicamente la protagonista si interroga sugli aspetti morali (o immorali) della sua condotta di vita. Di più, poiché nel contesto generale non viene illustrato nessun dolore o miseria, nessun malessere collettivo, non si rende conto di quale vuoto esistenziale debba riempire la Red, la droga-caramella che realizza i sogni di tutti. Troppa fragola, e basta. Anche a voler “indulgere” all’abuso narrativo dei narcotici, non si capisce dove si voglia andare a parare oltre allo stereotipo di vaghe, troppo vaghe colpe “sociali” che gravano sulla città e sul sistema, cause prime della piaga della droga in sé. Con buona pace di chi la droga la produce e la vende.

Ma ciò non pare turbare mai Halley: lui è una spacciatrice tosta, senza coscienza, dura e affilata. Letale. Ma ne siamo certi?

In ultima analisi mi è apparsa spesso solo come una ragazzina viziata, che prende tutti di petto, anche gli energumeni, sapendo di poterlo fare solo in quanto privilegiata, perché… “raccomandata”. Halley, come personaggio primo del metaromanzo che è la sua vita, pare infatti essere cosciente del vantaggio di essere l’eroina della storia, avendo tutte le simpatie dell’autrice dalla sua. Lei può tutto, se lo può permettere. Può pestare un uomo che pesa 50 kg più di lei e abbatterlo con un calcio. O col suo tirapugni. Che dire? È un cartoon, giusto; una favola, no?

In verità, di tanto in tanto, ci sarebbe voluto un tocco di autore alla Martin, lo “stermina protagonisti”: sono certo che Halley non avrebbe mai fatto la spavalda così come invece s’è potuta permettere con la sua caritatevole Valentini. Ah no, mia cara! Cocca dell’autrice, raccomandata, spaccona senza alcun titolo, talento o qualità. Viene voglia di augurarle la morte, giuro. E questo è un’ulteriore indice della forza, della potenza del personaggio realizzato dall’autrice. Ve ne innamorerete o la odierete, senza vie di mezzo.

A volerla psicanalizzare, la nostra piccola Halley, mi è apparsa come una maschera urlante, lagnosa, capricciosa; nessuna nobile rabbia esistenziale la sua, nessun grido dell’inesprimibile. Tanto che l’odio nei confronti del Cacciatore, come l’amore morboso e antropofago del Lupo, sembrano facce diverse di una stessa, unica richiesta di aiuto.

A tale considerazioni intime su una così frizzante protagonista ci porta anche e soprattutto il POV usato dall’autrice, una focalizzazione interna dai tratti istintivi ma a mio avviso sapientemente dosata, che sottintende una complicità, un’identità di vedute o quantomeno una comprensione dei “dis-valori” del personaggio che, personalmente, altrimenti sarebbe stato difficile raggiungere.

Tuttavia in certe occasioni dà veramente fastidio veder descritte impressioni e azioni con la sboccata e rabbiosa parlata di Halley.

D’altronde la ragazza ha un’anima profonda; e in questo caso ci viene il più delle volte mostrata, non raccontata. La si coglie quando Halley riflette sui tetti di notte, cupa come Batman, sempre tesa al remoto, oltre, pronta a spiccare il volo verso il bosco trascendente, al di là – o l’aldilà – della città e della vita.

“Persisteva, per fortuna, la sensazione che il bosco, la selva folle che popolava le sue visioni quando si faceva di Red fosse lì, da qualche parte, dietro a qualche curva, infilato a forza in uno dei mille vicoli fetidi della periferia, sì.”

Un affascinante, quanto masochistico richiamo della foresta di questa novella Cappuccetto Rosso che avrei voluto approfondito, indagato maggiormente.

“La pioggia scendeva a enormi gocce inanellate e bagnava il mondo di quel particolare argento sporco tipico dei temporali. […] Aveva sempre amato la pioggia, forse per quel senso di libertà che le trasmetteva a furia di scendere, precipitare, lanciarsi dalle altezze fino a schiantarsi a terra in maniera del tutto incoerente, suicida.”

Halley non è però solo violenza e malinconia; è anche una maniaca dello street food, che il suo POV depreca in effetti solo a parole, quasi l’olio rancido dei fritti che trangugia a ogni piè sospinto sia una virtù più che un difetto.

Nessuna redenzione pare ci possa essere per lei, un’anti-eroina fiera di quello che è, che non rinnega nulla di sé se non in rarissime occasioni. Disturbante, forse, ma mai banale.

In verità quella di Halley è la storia sofferta di una crisi interiore, che è crescita, lotta, ribellione sull’onda di una malattia dell’anima, ma non verso la morte, non un tramonto, bensì al contrario: una guarigione. Dalla vita e da se stessi. Una rinascita che siamo certi è a un passo, oltre l’epilogo, nel bosco al di là della città.

Tutto questo è Red Psychedelia di Emanuela Valentini: chiamare cyberpunk tutto questo è decisamente riduttivo.

Fabio Carta

Emanuela ValentiniL’AUTORE

Emanuela Valentini vive e lavora a Roma, ma è Londra la città dove il suo cuore si sente a casa. Le cose che preferisce fare sono leggere, scrivere, preparare dolci per regalarli, fare fotografie. Adora i classici della letteratura ottocentesca per lo stile inimitabile e i temi trattati, ma legge di tutto. Crede nel potere educativo e curativo dei libri, delle parole. Scrivere, per lei, è essenziale come il respiro. Autrice di strane storie, ha un romanzo weird nel cassetto, insieme a un enorme racconto di natura indefinibile di cui preferisce non parlare prima di averci messo pesantemente mano. Nel 2013 è uscito con il marchio GeMS il romanzo Ophelia e le Officine del Tempo, giunto in finale al Torneo Letterario IoScrittore 2012. Un altro romanzo, La bambina senza cuore, è stato pubblicato pubblicato da Speechless.