Recensione: PROGRAMMA FINALE (The Final Programme, 1968) di Michael Moorcock

Antonio Ippolitos-l1600 (3)Jerry è un uomo colto, e dovrà sfruttare alcune delle sue conoscenze per portare a termine un progetto particolare: deve guidare una spedizione e infiltrarsi nella vecchia casa di suo padre, dove il suo malvagio fratello Frank tiene nascosti alcuni dati di importanza critica. Solo lui è in grado di muoversi fra i trabocchetti e i sistemi di difesa dell’edificio, tra cui i gas allucinogeni; la missione, però, non sarà un successo completo, perché Jerry non riuscirà a salvare la sua amatissima sorella Catherine e lui stesso non uscirà incolume dal palazzo. Ma presto il suo intervento sarà richiesto di nuovo, e Jerry dovrà affrontare Frank ancora una volta.

Titolo: Programma Finale | Titolo originale: The Final Programme | Autore: Michael Moorcock | Anno di pubblicazione: 1968 | Serie: Jerry Cornelius #1 | Fixup dei seguenti racconti: Phase Three (1966), Further Information (1965), Preliminary Data (1965)

Eccoci finalmente ad uno dei capitoli delle vicende di Jerry Cornelius, alter ego di Moorcock; che si apre in una Cambogia ancora pre-Khmer Rossi, dove il protagonista visita Angkor e si intrattiene a lungo con un bramino indù parlando dei cicli temporali lunghi milioni di anni presenti nella mitologia dei Veda..

Jerry Cornelius è un dandy, forse un ex asceta decaduto o addirittura un gesuita spretato (si fa riferimento a un certo “fratello Luigi”), autore di ponderosi tomi sullo sviluppo del cosmo; evoluzione diretta del Faustaff protagonista dei “Riti dell’infinito”, scritto tre anni prima. Siamo però a un tornante storico: la beata spensieratezza dei libertari anni ’60 comincia a mostrare il suo lato oscuro, nello scatenamento di pulsioni distruttive, come “Arancia meccanica” di Burgess e Kubrick mostrerà magnificamente. E quindi anche Cornelius vive i suoi piaceri con intensità violenta, drogandosi e uccidendo, ben lontano dall’epicureismo di Faustaff.

Nella prima parte, insieme ad alcuni complici e con l’aiuto di mercenari belgi (allora famigerati per le loro guerre coloniali) e sudafricani, Cornelius scatena una guerra fratricida contro il fratello, che vive asserragliato in un castello costruito da loro padre in stile “espressionismo tedesco” sulla costa bretone; il primo obiettivo è appropriarsi di certi microfilm, che sarebbero stati suoi di diritto, non fosse stato diseredato per la relazione incestuosa con la sorella.. il secondo obiettivo è proprio “recuperare” lei, che il fratello custodisce “limitandosi” a sperimentare droghe su di lei.

La missione fallisce, ma uno dei superstiti del commando gli salva la vita: è miss Brunner, programmatrice informatica con l’ambizione di scrivere il “Programma finale” che salvi l’umanità dal crollo nell’entropia. L’edonismo compulsivo di Jerry è infatti anche una risposta alle inquietudini sul futuro dell’umanità, minacciata dalla sovrappopolazione ma più ancora dal caos generalizzato; la posizione di Jerry al riguardo è ambigua: sembra un agente del caos, che mira al superamento delle differenze dei sessi verso una piena bisessualità, come nella scena in discoteca (pag.66):

s-l1600 (4)“ecco la gente che avrebbe dovuto governare nel ’70, era proprio un disastro (?): invertiti, lesbiche e ambivalenti, ormai consapevoli del loro destino, che si sarebbe realizzato quando l’ambivalenza del sesso sarebbe stata riconosciuta completamente, e le parole maschile e femminile avrebbero perso ogni significato.

Jerry camminava fra le più disparate macchinette a gettoni, molte delle quali sarebbero diventate essenziali per l’umanità nel 2000. Luce, colori, musica, flipper, distributori di pillole, fucili, non erano nient’altro che meri sostitutivi del sesso.

Gli studiosi di statistica di tutta Europa consideravano ormai come scontato il fatto che, se la natalità avesse progredito allo stesso ritmo degli anni ’60, avrebbe prodotto, entro il 4000, un pianeta formato, cuore e crosta, di esseri umani. (…)

Soltanto Francia, Svizzera e Svezia, temporali e temporanei bastioni, si attaccavano al passato e stavano in piedi, ma avrebbero ben presto ceduto all’imminente crisi pre-entropica. Non si trattava del cambiamento di un modo di fare, ma di un modo di pensare.

Jerry non si era ancora reso conto se abitasse in un mondo “vero” o “falso”, e questo pensiero continuava a tormentarlo.”

Nella seconda parte, la più confusa, e soprattutto nella terza, si chiarisce quale sia il “Programma finale”, di cui non rivelo i dettagli. Ci arriveremo attraverso azioni di spionaggio, la conquista del Laplab (un laboratorio segreto in Lapponia), l’abbandono di Londra mentre nel palazzo di Cornelius si celebra un party che durerà settimane e mesi!

“Il flusso degli invitati continuava ininterrotto e se, sulle prime, sembravano un poco sospettosi, ben presto si adattavano all’ambiente, sentendosi a loro agio.

THFNLPRGRM1973C’erano lesbiche turche e iraniane, con enormi occhi da ninfa che assomigliavano a quelli di un triste gatto castrato, sarti francesi, musicisti tedeschi, martiri ebrei, un mangiatore di fuoco del Suffolk, un quartetto di barbieri provenienti dall’ultima base americana in Gran Bretagna: il Columbia Club, in Lancaster Gate, due donne grassocce e manierate, Hans Smith, da Hampstead, l’ultimo intellettuale di sinistra, la Mente dei Microfilm, Shades; quattordici rivenditori di pezzi antichi di Portobello Road, con il capo chinato sotto il peso della consapevolezza delle proprie frodi, un brunitore di metalli francese, disoccupato e trascinato lì da uno degli antiquari, un complesso pop chiamato “Deep Fix”, un altro chiamato “Le Coques Sucrés” (sic), un negro altissimo, un veterinario gobbo che si chiamava Marcus, la ragazza svedese, accompagnata da un ragazzo molto interessante…”

..e così via per una pagina, l’unica di ampio respiro: in generale la scrittura è pop, piena di riferimenti coltissimi ma anche frivoli: all’abito di Corrèges di Jerry, ai whisky Teacher’s e Hall’s che beve generosamente guidando la sua Duesenberg, alla musica dei Beatles ma anche degli Who e Manfred Mann che JC ascolta, con brani di canzoni incorporate (Stephen King scriverà così anni dopo.. oggi sembra incredibile ma allora anche i Beatles erano considerati vagamente peccaminosi). Moorcock non ha ancora l’eleganza e densità di scrittura che raggiungerà vent’anni dopo con, per esempio, “La fortezza della perla” o “La figlia della ladra di sogni”: siamo all’apice della New Wave e, come nei “Riti”, la sua scrittura è famelica, avida di accumulare dettagli dell’incredibile vita di JC, vogliosa di scioccare e sorprendere. Nel mondo anglosassone l’intera serie ha avuto grande successo (in Italia è stato tradotto solo questo primo volume), e ne è stato tratto un film e un fumetto.

Moorcock fa una vera e propria dichiarazione di valori: la morale tradizionale è finita, anzi qualunque morale; attraverso bisessualità, incesti e orge (timidamente accennate peraltro.. a meno che l’edizione originale fosse più esplicita) arrivare a costruire il nuovo Uomo, al di là del bene e del male. Insomma, con questo libro seminale l’autore sta definendo uno dei pilastri della sua futura poetica, il Caos: della Legge ancora non c’è traccia, ma arriverà.

Per quanto la trama sia abbastanza contorta, vale la pena riportare da Goodreads (dove i giudizi sono molto divergenti) un’interessante osservazione di Lucas, un altro lettore:

51KdXDpOXeL“Tutto è divenuto molto più facile dopo che mi sono accorto che erano i tre ultimi libri di Elric condensati e trasposti. Fase 1 Parte 2 contiene una trasposizione scena per scena della parte 2 di “The Dreaming City”; si potrebbe ipotizzare anche una trasposizione delle prime parti. Un altro punto dove il “Déjà vu” è evidente è nella Fase 2 parti 8 e 9, che prendono parecchio da “While the Gods Laugh”. Si potrebbe facilmente ipotizzare che l’intera fase 3 sia una versione molto condensata della “Maledizione della spada nera”, con l’eroe che se ne va, si sposa e cerca di rimanere fuori dall’apocalisse.”

Come si è detto, non è una scrittura che renda facile seguire il filo dei ragionamenti dei

personaggi, né particolarmente piacevole a lungo andare; in questo è forse responsabile anche la traduzione, su cui va fatto un discorso a parte. C’è un incredibile campionario di svarioni: Cornelius è ghiotto di “canditi” (candies, dolci in genere?) come i “Mars bars”; un uomo è “rude” con la moglie (sarà nel senso di maleducato?); un complice è considerato “capace di doppia croce” (“double cross”, doppio gioco?); ma il meglio è il malefico fratello che fugge avendo “qualcosa infilato su per la manica” (“something up his sleeve”, cioè con qualche sotterfugio in mente..), forse nascondere “un filo di archivi” (files?)..

Che dire degli “Indiani dell’Ovest” che affollano Londra? non saranno Apaches o Navajo, ma caraibici (delle Indie Occidentali). Posso accettare che di un personaggio che porta gli occhiali da sole anche di notte non venga tradotto il soprannome “Shades” (“occhiali da sole, appunto”), ma l’imperiosa miss Brunner che “al risveglio aveva un viso divertente”: sarà “funny”, strano? E la seconda e terza parte si svolgono in buona parte dentro “cave”, che essendo naturali saranno piuttosto caverne (“caves”). È bello comunque pensare che questi passaggi sotterranei prefigurino il meraviglioso mondo sotterraneo che troveremo trent’anni dopo nella “Figlia della ladra di sogni”.

La pignoleria è un po’ meschina, ma quando le topiche raggiungono questa frequenza (soprattutto in alcuni capitoli, forse perché la traduzione è stata fatta a quattro mani) ci si chiede quanto siano corrette anche le frasi senza errori evidenti. Consiglio quindi di leggere la nuova edizione Fanucci anziché la vecchia Galassia.

Antonio Ippolito

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