Recensione: “Prigioniero del silenzio” (No Man Friday, 1956) di Rex Gordon

Antonio Ippolito

ucl27Nessuno ha mai osato sostenere che “Robinson Crusoe” (o più precisamente: “La Vita e le Strane, Sorprendenti Avventure di Robinson Crusoe di York, Marinaio, che visse Ventotto Anni completamente solo in un’Isola disabitata presso la Costa dell’America e la Foce del Gran Fiume Orenoco, essendo stato gettato a Riva in un Naufragio nel quale tutti perirono salvo lui stesso”) sia in romanzo di fantascienza. Eppure lo spirito è quello, lo stile è quello, ed è innegabile il suo influsso su opere di “precursori” come Poe, Verne, Wells. A queste opere, nel 1956 se ne aggiunse un’altra che nel titolo dell’edizione inglese (No Man Friday, “Nessun uomo chiamato Venerdì”) rivelava la sua discendenza da Defoe, mentre in quello dell’edizione americana (First on Mars, “Primo su Marte”) riconosceva il suo debito verso Wells e i “Primi uomini nella Luna”. Forse il sospetto che si trattasse di un’imitazione, di un pastiche, nocque al libro, che nei paesi anglosassoni non ebbe alcun particolare successo; per cui nell’edizione italiana ebbe un terzo titolo, col quale oggi lo ripubblichiamo. Ma nel frattempo, anche all’estero, questo “Prigioniero del silenzio” è stato riconosciuto per quello che è: un romanzo perfetto, un’opera assolutamente originale, un “classico” di pieno diritto.

Titolo: Prigioniero del silenzio | Titolo originale: No Man Friday, 1956 | Autore: Rex Gordon | Per tutte le edizioni del romanzo clicca QUI

Scritto prima che venisse lanciato lo Sputnik, in un’epoca in cui era normale non nominare nemmeno una donna in tutto il romanzo, né sentirne la mancanza, è una narrazione naturalmente ingenua ma comunque efficace nelle descrizioni tecnologiche: si immagina ancora una società dove una spedizione su Marte possa venire progettata di nascosto da un gruppo di tecnici annoiati, tra un lancio e l’altro di satelliti meteorologici; altro che il realismo di “The Martian”, dove la corsa a Marte è un’impresa globale dove una superpotenza da sola non ce la fa e deve chiedere aiuto a un’altra (i cinesi)!

L’attacco del romanzo è presso la base australiana di Woomera; realismo, concretezza, esperienza militare dànno l’idea di una storia in classico stile britannico, come quelle di Wyndham.

NMNFRDQWNL1958Il seguito del volo è ben più fantasioso e anche un po’ inverosimile; come è inverosimile del resto la catastrofe, descritta con troppo pessimismo, ma necessaria a farci trovare un eroe solitario, un classico Robinson Crusoe, che dovrà sopravvivere da solo su Marte.

La storia di Robinson è evocata frequentemente nel romanzo; non solo è uno dei modelli più frequenti della letteratura inglese (veniva citato anche in un romanzo di sopravvivenza ben diverso come La nube purpurea di Shiel), ma il titolo originale nel Regno Unito, “No man Friday”, è un riferimento diretto e anche un doppio senso: il protagonista non avrà un Venerdì ad aiutarlo, ma nemmeno sarà lui un Venerdì, un utile tuttofare, verso coloro che incontrerà lassù (negli Stati Uniti il titolo fu un più reboante “First on Mars”).

La storia anticipa per molti aspetti quella di Andy Weyr che ha avuto tanto meritato successo, ma presenta significative differenze: l’aspetto tecnologico della sopravvivenza lascerà via via spazio a problemi di comunicazione e comprensione con gli alieni.

In questo, “Prigioniero del silenzio” si mostra molto diverso da un altro suo epigono, il bellissimo e disperato “Naufragio” di Charles Logan (Urania 681), dove solitudine e incomunicabilità con le poche forme di vita intelligente regnavano fino alla fine.

L’ottimismo, sia pure stoico, del protagonista, la curiosità verso gli alieni, lo sviluppo della storia hanno un chiaro ispiratore: “Odissea marziana” di Weinbaum. Come in quel magistrale racconto, il protagonista sarà pronto a rischiare la vita per comunicare con gli alieni, per quanto possibile; rassegnato al fatto che buona parte della loro civiltà per lui resterà incomprensibile, ma al tempo stesso determinato a creare almeno un’area di comunicazione.

Sì, perché, è il caso di dirlo, nonostante il paragone con Robinson, e quel che fa pensare il bellissimo titolo italiano e l’ancor più bella copertina di Thole, il protagonista non sarà quasi mai solo, ma in compagnia di alieni che lo educheranno come un bambino (ma.. nel silenzio, sì).

E quando alla fine arriveranno i terrestri, non ci sarà trionfalismo: la spedizione americana sarà piuttosto delusa dalla scoperta che un britannico ha tolto loro la palma di primi arrivati; saranno sospettosi di una sua possibile “intelligenza con il nemico”, perché difende le ragioni degli alieni; e il finale resta aperto..

In sintesi questo romanzo mi sembra fantascienza umanistica alla Chad Oliver, più che fantascienza tecnologica.

Antonio Ippolito

L’AUTORE

Rex Gordon, pseudonimo di Stanley Bennett Hough (Preston, 25 febbraio 1917 – Falmouth, 1998), è stato uno scrittore di fantascienza britannico. Autore prolifico negli anni cinquanta-sessanta, con Prigioniero del silenzio (No Man Friday, 1956) imbastì un romanzo fantascientifico controverso e suggestivo, avvicinandosi al modello del celebre Robinson Crusoe di Defoe per poi giocare a stravolgerne alcuni punti essenziali[senza fonte]. Di Gordon sono apparsi anche Utopia 239 (id., 1954), Caverna nel tempo (The Time Factor, 1964), Il pianeta della solitudine (The Yellow Fraction, 1969). Negli anni 2000 ha pubblicato Clairvoyance: A Hollywood Murder Mystery (2002) e The Itch(2002), libri di tipo diverso in cui il giallo si tinge di erotismo.

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