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Recensione: L’UOMO DISPERSO (The missing man, 1971) di Katherine MacLean

Recensione di Mario Luca Morettirobot_12Nella New York del futuro, vari quartieri come Brooklyn e Jersey, sono chiusi in cupole sottomarine, e molti cittadini vivono nei cosiddetti Regni, comunità che vivono con i criteri di un perenne parco giochi tematico, e chi non fa parte di alcuno di essi è considerato un eccentrico, come Carl Hodges, un programmatore informatico con l’incarico di calcolare e prevedere gli incidenti che possono capitare alla città. Per le sue competenze viene rapito da un gruppo terroristico, che si oppone alla politica governativa detta “oggettivista”, basata sul controllo delle nascite e l’iper-specializzazione, e pianifica un attentato contro New York. Hodges viene cercato da due agenti della Squadra Recuperi, Ahmed e George. Quest’ultimo ha la facoltà di percepire le emozioni delle persone che lo circondano, e avverte così le paure delle persone coinvolte nel tremendo attentato che colpisce la cupola di Brooklyn…

Titolo: L’uomo disperso | Titolo originale: The missing man, 1971 | Autore: Katherine MacLean | Edizione italiana: Robot n. 12, marzo 1977 | Romanzo breve | Premio Nebula

Katherine MacLean, nata nel 1925, è una scrittrice praticamente sconosciuta in Italia, eppure Damon Knight ha scritto di lei: “Come autore di sf ha pochi pari (…) Il suo lavoro ha un calore umano e una ricchezza rari”. E Theodore Sturgeon afferma: “MacLean parte di solito da una base scientifica concreta, oppure razionalizza i fenomeni parapsicologici con una logica ammirevole”.

ASF_0484Quest’ultima qualità si vede anche in L’uomo disperso, la novella vincitrice del Premio Nebula 1971, pubblicata per la prima volta su “Analog” nel numero di marzo di quell’anno. Allo scavo psicologico dei due personaggi principali, Carl e George, con il loro quasi speculare senso di alienazione in una società in cui non si riconoscono, si aggiunge una specie di “eso-psicologia”: MacLean infatti descrive con profondità e intensità le emozioni che George percepisce con le sue capacità psi, che ci danno un ritratto potente e variegato della società newyorkese del racconto, insieme a una serie di bozzetti umani vivaci e credibili. L’autrice è stata lodata per le “profezie” tecnicologiche, spesso indovinate. In questa novella scritta quasi mezzo secolo fa riconosciamo manie e usanze attualissime. I Regni prefigurano i parchi a tema e i cosplay di oggi, e l’immagine dei passeggeri delle metropolitana, ciascuno con il suo personale schermo televisivo in mano, ci risulta stranamente familiare. Le scene dell’attentato alle cupole di Brooklyn e Jersey, come pure la miriade dei filmati amatoriali che la ritraggono e che intersecano il racconto, colpiscono per la loro sinistra rassomiglianza con le immagini dell’11 settembre 2001.

La novella è basata sull’alternanza dei punti di vista di Carl e George, creando così non solo un senso di sintonia fra i due personaggi, ma anche una sapiente suspense e un ritmo ben calibrato. Nella descrizione delle cupole l’autrice dimostra tutta la sua competenza tecnica e scientifica, senza però appesantirla nella narrazione, ma integrandola abilmente. Più in generale, va detto che il suo gusto per i particolari, non solo tecnici, ma anche descrittivi e ambientali, non è virtuosismo fine a se stesso, ma un elemento funzionale alla tensione drammatica e all’indagine psicologica, con le quali si alterna e calibra con abile dosaggio. Solo verso il finale l’autrice perde in parte un equilibrio tanto ammirevole, sfaldandosi un po’ in dialoghi superflui e un’ironia non proprio azzeccata.

Benché iniziata nel 1949, la produzione di Katherine MacLean è composta solo da tre romanzi e due antologie, ed è quasi tutta inedita in Italia. C’è da sperare che il crescente interesse per la fantascienza al femminile porti a una sua riscoperta.

Mario Luca Moretti