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Recensione: “L’uomo di Marte” (The Martian, 2011) di Andy Weir

Alessandro ViettiL'uomo di MarteMark Watney è stato uno dei primi astronauti a mettere piede su Marte. Ma il suo momento di gloria è durato troppo poco. Un’improvvisa tempesta lo ha quasi ucciso e i suoi compagni di spedizione, credendolo morto, sono fuggiti e hanno fatto ritorno sulla Terra. Ora Mark si ritrova completamente solo su un pianeta inospitale e non ha nessuna possibilità di mandare un segnale alla base. E in ogni caso i viveri non basterebbero fino all’arrivo dei soccorsi. Nonostante tutto, con grande ostinazione Mark decide di tentare il possibile per sopravvivere. Ricorrendo alle sue conoscenze ingegneristiche e a una gran dose di ottimismo e caparbietà, affronterà un problema dopo l’altro e non si perderà d’animo. Fino a quando gli ostacoli si faranno insormontabili…

Titolo: L’uomo di Marte | Titolo originale: The Martian (2011) | Autore: Andy Weir | Edizione italiana: Newton Compton (23 ottobre 2014) | Pagine: 380 | Traduzione di Tullio Dobner | Prezzo: 9,90€ | Clicca QUI per tutte le edizioni del romanzo

Con un titolo della versione originale come The Martian, potevo forse esimermi dal parlare di questo romanzo?! Ma non è solo questo. Opera prima di Andy Weir, giovane informatico americano con una grandissima passione per l’astronautica, The Martian è stato infatti il clamoroso caso editoriale (americano) dello scorso anno. E la sua ascesa acquista i connotati di un’impresa se si considera che Weir, da autentico esordiente sconosciuto, nel 2011 prima ha messo il romanzo a puntate sul suo sito, dopodiché su richiesta dei fan, ha autopubblicato il romanzo su Amazon al prezzo minimo possibile (0,99$) e su questa piattaforma come ebook ha venduto la bellezza di 35.000 copie in tre mesi. Dopodiché, a inizio 2013, Weir ha trovato un editore per la versione in audiolibro del romanzo e dopo pochi mesi per quella cartacea, venduta – sembra – per una somma a sei cifre (a quel punto non dev’essere stato troppo difficile). Ma Weir è andato oltre e, in men che non si dica, ha venduto anche i diritti cinematografici del romanzo addirittura a Ridley Scott, il quale ha messo il progetto sul cosiddetto fast track (e pensare che ci sono autori assai più titolati che ci mettono decenni ad approdare sul grande schermo, vedi ad esempio Joe R. Lansdale) e nel 2015 il film ha visto la luce delle sale cinematografiche con un cast davvero marziano (Matt Damon, Jessica Chastain, Jeff Daniels, Sean Bean e Chiwetel Ejiofor). Insomma, con questo romanzo Andy Weir ha pescato il jolly.

THMRTNTBSG2012E prova ne è anche il fatto che in Italia, dove la fantascienza fa una fatica boia ad approdare, il romanzo è stato acquisito quasi subito, ancorché da una casa editrice non specializzata ma di grande visibilità come Newton Compton, la quale l’ha affidato a un traduttore di provata esperienza ed eccelse referenze come Tullio Dobner (il traduttore storico di Stephen King, tanto per dirne una – anche se in questo caso sono d’accordo con chi gli contesta un’eccessiva morbidezza dei toni, soprattutto all’inizio, in cui la versione originale del romanzo risulta molto più “volgare”), e lo sta spingendo ovunque a un prezzo stracciato. Ma, insomma, com’è questo libro? Vale davvero tutta la fama che si porta dietro? La risposta, secondo me, è ni. Ma andiamo con ordine.

In copertina Newton Compton ne riassume la vicenda come “Gravity (che) incontra Robinson Crusoe”. Ecco, diciamo che non è del tutto falso, anche se piuttosto che Gravity si sarebbe dovuto citare MacGyver (se non sapete cos’è MacGyver, significa che siete troppo giovani e dovete cliccare sul link). Per contro di Gravity c’è soltanto un ambientazione spaziale ricostruita con ottima perizia, ancorché in questo caso ci troviamo su Marte e non in orbita intorno alla Terra, e una storia di sopravvivenza in condizioni estreme. Su Robinson Crusoe c’è invece poco da dire: è un naufrago e i naufraghi devono cercare di sopravvivere (per restare in tema cinematografico potevano citare Cast Away). Così, per una situazione imprevista, l’astronauta Mark Watney si ritrova abbandonato su Marte dai suoi compagni e deve cercare di sopravvivere, da solo, esclusivamente con quello che ha a disposizione. Quindi non aspettatevi alieni o altre stranezze. L’uomo di Marte è un ingegnere e un botanico e il romanzo non si allontana di una virgola dalla più fredda scienza e tecnica che il protagonista cerca di applicare con un po’ fantasia, ma con rigore, per cercare di portare a casa la pelle.

THMRTNVQDB2014Dunque non siamo proprio nei territori della più sfrenata immaginazione e originalità, ma la scintilla che rende il romanzo degno di attenzione è l’approccio severamente tecnico al tema. Il taglio che Weir dà al romanzo è infatti scientifico al massimo grado – e in questo la preparazione dell’autore riesce a dare un’eccezionale credibilità alla narrazione – mentre la modalità del racconto è quella di un diario personale lasciato a eventuali posteri che dovessero trovarlo, qualora lui non se la cavasse e nel quale il protagonista racconta in prima persona la propria situazione e descrive, per filo e per segno, come cerca di cavarsela, superando un problema dopo l’altro. Eppure, se la rigorosa narrazione tecnica è il vero aspetto peculiare del libro, la sua esclusività ne è anche il suo più grande limite. Il protagonista infatti si ritrova ad affrontare tutta una serie di problemi e il diario si sofferma a raccontare (quasi esclusivamente) ciascuno di essi e come l’astronauta lo risolve. Giochino piuttosto curioso e interessante all’inizio, senza dubbio, ma sulla medio-lunga distanza diventa stucchevole e fa decisamente perdere interesse al punto che si ha più l’impressione di essere di fronte a un manuale tecnico di sopravvivenza (per giunta per una situazione in cui il lettore mai si troverà), piuttosto che a un’opera letteraria. Anche perché le incursioni non tecniche nel diario, quelle personali, quelle umane, quelle intime, quelle che potrebbero conferire spessore al personaggio, suggerire al lettore empatia ed emozione, e rendere così maggiormente credibile (e interessante) un diario di questo genere, sono davvero poche e banali e non riescono a togliere bidimensionalità alla figura del protagonista. E il tentativo di essere spiritoso non basta, anzi spesso sortisce l’effetto opposto (per lo meno nella versione italiana, ma questi sono aspetti in cui la traduzione può aver giocato a sfavore).
Altra scelta che non mi è piaciuta, anche se ne capisco la funzione nel contesto, è quello di rinunciare alla coerenza strutturale del diario, e passare di tanto in tanto a una narrazione in terza persona incentrata su altri punti di vista come i personaggi della NASA sulla Terra e i suoi compagni che lo hanno abbandonato sul Pianeta Rosso e che sono in viaggio verso casa, tutti che – naturalmente – contribuiscono a cercare di trovare un modo per salvare la vita al protagonista. Avendo Weir deciso di scrivere il romanzo sotto forma di diario, avrei apprezzato maggiormente che ne avesse mantenuto la struttura fino in fondo. Questo avrebbe dato maggior personalità e originalità al testo. Ma forse, da esordiente, Weir ha avuto timore di non riuscire a tenere una narrazione tesa e proficua fino in fondo dal solo punto di vista diaristico, decisamente più difficile da gestire. Infine, nonostante un finale che non vi svelo, ma che concede un po’ troppo al clichè della spettacolarità cinematografica, ma che confesso ho letto con rinnovato piacere dopo una parte centrale che mi ha annoiato per i motivi già esposti, avrei decisamente dato alle fiamme l’ultimissima pagina, ingenua e moraleggiante, disgustosamente politically correct.

5042_ba6d843eb4251a4526ce65d1807a9309Nel complesso, dunque, mi sento di affermare che L’uomo di Marte è un romanzo discreto, che a seconda di come si prendono i tecnicismi davvero eccessivi (ovvero da quanto è il grado geek del lettore) può risultare più o meno gradevole. Ma in ogni caso siamo abbastanza distanti da qualcosa di veramente eccezionale. Qualcuno, oltre che a Gravity, ha voluto paragonarlo ad Apollo 13 per rigore scientifico e per una vicenda di sopravvivenza nello spazio, una sopravvivenza inevitabilmente legata alla capacità dell’uomo di saper padroneggiare scienza e tecnologia, e per questo ritiene che L’uomo di Marte abbia le potenzialità per essere un ottimo film. Ebbene, certo, non si può dire che non ci siano similitudini, ma al di là di quello che sarà capace di fare Ridley Scott (scostandosi eventualmente – e sperabilmente – dal romanzo), Apollo 13 aveva dalla sua qualcosa che L’uomo di Marte non ha. Qualcosa di cui ogni spettatore di Apollo 13 era consapevole prima di iniziarne la visione. Come una lente amplificatrice di interesse ed emozioni posta di fronte agli occhi e al cuore. Qualcosa su cui L’uomo di Marte non potrà contare. La forza della vita vera, la potenza della biografia.

Alessandro Vietti

andy-weir-560pxL’AUTORE

Andy Weir (Davis, 16 giugno 1972) è uno scrittore statunitense, conosciuto principalmente per il suo romanzo d’esordio L’uomo di Marte (The Martian), bestseller mondiale. Weir è nato e cresciuto in California. Poiché suo padre è un fisico, Weir è cresciuto leggendo i classici della letteratura fantascientifica, come i lavori diArthur C. Clarke e Isaac Asimov[1]. All’età di 15 anni cominciò a lavorare come programmatore di computer per la Sandia National Laboratories[2]. Studiò Informatica alla UC di San Diego, sebbene non si diplomò mai. Ha lavorato come programmatore per molte aziende di software, inclusa laAOL e la Blizzard, dove lavorò al videogioco fantasy Warcraft 2.

Recensione apparsa in precedenza sul blog IL GRANDE MARZIANO di Alessandro Vietti

Il grande marziano