Recensione: “La moglie del Djinn” (The Djinn’s Wife, 2006) di Ian McDonald

Articolo di Emanuela Valentinirobot_53_zDiceva Arthur Clarke che una tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia. Ian McDonald con il racconto lungo La moglie del Djinn – Premio Hugo 2007 – ha dato la migliore dimostrazione di questo aforisma, raccontando una fiaba che è anche un racconto di fantascienza, nell’ambientazione affascinante dell’India del futuro, in cui mito e tradizioni si mescolano con le meraviglie della tecnologia, e il livello di realtà di dèi e demoni si fonde e confonde con la virtualità delle intelligenze artificiali, in una storia senza tempo.

Titolo: La moglie del Djinn | Titolo originale: The Djinn’s Wife (2006) | Autore: Ian McDonald | Racconto lungo | vincitore del premio Hugo per il miglior racconto nel 2007 | Edizione italiana: Pubblicato all’interno della rivista di fantascienza ROBOT n°53 (Febbraio 2008) | Associazione Delos Books | ISBN: 9788895724041 | Pagine: 192 | prezzo della rivista: € 9,90

No, lei pensa, non carne. Un Djinn. Qualcosa a metà tra cielo e inferno.

Un capriccio, un inganno.

E allora ingannami.

Non una favola Bollywoodiana ma quasi. Vincitrice del Premio Hugo 2007 per la categoria Racconto Lungo, La moglie del Djinn è una novelette vivace, esotica, ambientata in una Delhi del ventunesimo secolo, magica e realistica al tempo stesso, un luogo oltre ogni immaginazione nel quale l’autore riesce in maniera impeccabile a fare convivere la tradizione spirituale indiana e un’evoluta tecnologia bellica e delle comunicazioni.

Una città sporca, pericolosa eppure profumata, opulenta; Ian Mc Donald innesta con grazia, in poche pagine, tutte le contraddizioni dell’India; le esalta e spettacolarizza inventando la minaccia di una guerra che ruota attorno al traffico d’acqua conteso da forze tangibili quando coadiuvate, quando contrastate da altre più volatili e infinitamente intelligenti, una danza vorticosa di povertà e ricchezza sulle strade ricoperte di polvere e brillantini. La Delhi descritta da Mc Donald è un luogo dove lo squillo di una telefonata è un accordo di sitar che tintinna direttamente nell’apparato uditivo, un luogo dove per aprire una conversazione on air col proprio amante virtuale basta piegare le dita in un elegante mudra. Le descrizioni degli ambienti, della danza, delle campanelle legate alle caviglie delle fanciulle che ballano tra le colonne di pietra del Forte Rosso, degli strumenti musicali, dei giardini abbandonati sono magistrali, di forte impatto visivo.

“In questo secondo anno senza monsoni, le nazioni indiane di Awadh e Bharat si fronteggiano sulle sponde del sacro fiume Gange con carri armati pesanti, elicotteri robot d’attacco, artiglieria e missili nucleari tattici. (…) L’acqua è vita, l’acqua è morte.”

La trama, articolata ma perfettamente comprensibile, è costruita attorno alla complicata e variopinta convivenza sociale e politica tra umani, aeai e djinn con il focus puntato sulla vita non ordinaria della giovane Esha, vent’anni passati a imparare la disciplina del Kathak, raccontata in prima persona da un personaggio chiave, la cui identità verrà svelata nel finale.

Mi è piaciuto molto leggere la vicenda di una donna sedotta da un essere a metà tra il divino e l’intelligenza artificiale; sebbene la novelette si snodi tra spionaggio informatico e feste e lustrini, poliziotti Krishna e complotti transnazionali, La moglie del Djinn è e rimane una storia d’amore.

La storia dell’amore impossibile tra un essere umano e un aeai nella persona di A. J. Rao, un nobile, pericoloso Djinn artificiale che le parla attraverso l’auricolare collegata al palmare di ultima generazione, le riveste il cortile di rose rosse e, a notte fonda, le chiede di danzare nuda, solo per lui.

Esha si innamora perdutamente del funzionario statale incorporeo e, lo ammetto, me ne sono innamorata un po’ anche io perché funziona; Mc Donald ha saputo creare un personaggio affascinante senza quasi mai mostrarlo, è stato capace di dare forma all’inconsistenza, di dare voce alla non materia, rivestendo il nulla di brividi, aspettative appagate, visioni e rapporti sessuali metafisici consumati al contrario – magnifica l’immagine di lei che entra nel colossale vorticare di pixel che è il Djinn parzialmente materializzato per amarla…

Proprio così: nonostante Rao sia una coscienza distribuita, un’entità, cioè, capace di copiare se stessa all’infinito attraverso il cyberspazio (la realtà fisica del suo universo), riesce a risultare caldo e presente, appassionato, malgrado non abbia alcuna affinità con il tempo e la materia nei quali invece si muove la sua amata Esha che, ingenua e tenera, all’inizio della relazione gli domanda: allora, quale di queste copie mi ama?

Degna di un classico la risposta di lui: tutto me stesso e ogni parte di me, Esha.

La chiede in sposa e lei, accecata dalla promessa di una vita da favola, accetta quello che nessuna donna prima di lei ha osato: l’amore di un Djinn.

“Le creature di parole e di fuoco sono diverse dalle creature di argilla e acqua

ma una cosa è vera: l’amore è eterno.”

Quella di Esha per Rao diviene presto una vera e propria ossessione: per non separarsene mai la giovane tiene addosso il clip giorno e notte in attesa di lui e piano piano s’allontana dal mondo reale, dalla danza, dalle amiche di corso. La sua esistenza si fa sottile e intangibile come quella del suo amante, che direttamente alla base del cranio le sussurra: ho bisogno di qualcosa di fisico. Ho bisogno di vedere un corpo muoversi, una coscienza danzare nello spazio e nel tempo come io non posso fare. Bellissima la frase che segue le parole di Rao: bisogno. Una creatura coi poteri di un dio, ha bisogno.

E io credo che l’essenza della novelette sia tutta qui. Mc Donald ha voluto mettere in scena la potenza e la stupidità dell’amore vissuto come abbandono totale, passione, perdita e ritrovamento di un nuovo sé nell’altro, esibendone insieme le fragilità, i rischi, le conseguenze che, nella storia tra Esha e Rao, raggiungono l’apice della disperazione, per confluire in un disastro diplomatico senza pari.

Suggestivo il finale che riaggancia l’incipit grazie alla struttura a uroboro del racconto.

Buona lettura.

Emanuela Valentini

Ian McDonaldL’AUTORE

Ian McDonald (Manchester, 1960) è uno scrittore inglese di romanzi e racconti di fantascienza. Nato a Manchester nel 1960 da padre scozzese e madre irlandese si è trasferito molto piccolo con la famiglia a Belfast, dove ha vissuto fino ad ora. Ha venduto il suo primo racconto ad una rivista di Belfast a 22 anni e dal 1987 è uno scrittore a tempo pieno. Ha vinto alcuni dei più prestigiosi premi del settore oltre ad innumerevoli candidature. Si segnala il premio Philip K. Dick nel 1991 per King of Morning, Queen of Day e il premio Hugo per il racconto La moglie del djinn (The Djinn’s Wife).