Recensione: “La compagnia della gloria” (The Company of Glory, 1975) di Edgar Pangborn

Antonio IppolitoLa compagnia della gloriaLa compagnia della gloria è l’ultimo romanzo scritto da Pangborn ed è stato pubblicato in America giusto un anno prima della sua morte. È un romanzo che per alcuni versi si riallaccia al suo celebre Davy: è ambientato anch’esso a pochi decenni di distanza dalla catastrofe, e ci presenta il personaggio di Demetrio il narratore, amato dal popolo per le sue affascinanti storie dei tempi antichi, piene di oggetti miracolosi come i telefoni e gli aeroplani, i televisori e le automobili; tutte cose che ormai la società non sa più costruire. Ma Demetrio è anche temuto dai potenti, perché un uomo che narra a tutti le antiche verità può diventare pericoloso. Così, egli è costretto a fuggire con i suoi compagni: insieme si avviano verso un viaggio pieno di dolori e di gioie inattesi, che tocca i reami della fantasia, della filosofia e delle possibilità umane.

Titolo: La compagnia della gloria | Autore: Edgar Pangborn | Titolo originale: The Company of Glory, 1975 | Edizione italiana: Marzo 1977 Collana Cosmo Argento. Collana di Fantascienza 61, Editrice Nord | Per tutte le edizioni del romanzo clicca QUI

Dopo aver letto la raccolta “Dentelungo e altri estranei”, mi è capitato questo romanzo, scritto vari anni dopo il più famoso “Davy”, ma ambientato subito dopo la “guerra di venti minuti” che ha distrutto le società umane. Solo 47 anni sono passati da allora: l’umanità si è già riorganizzata in città e comunità, che dopo l’iniziale ondata di solidarietà tra sopravvissuti, sono rapidamente scadute nell’imbroglio e nell’assassinio, evidentemente connaturati alla nostra specie.

La città di NewBurgh, dove si era formata una comunità secondo principi democratici, sta scadendo in una tirannia personale: il presidente democraticamente eletto è stato ucciso da uno dei suoi tirapiedi, in un intrigo di palazzo, e ne sta nascendo un regno di terrore, dove i poeti e i narratori che ricordano bene i fatti di “prima” (prima della catastrofe, prima della dittatura), e sanno declamarli con arte, sono pericolosi: e così il protagonista Demetrios viene incarcerato, in attesa di un’imprevedibile condanna. Al tempo stesso, anche la religione si riorganizza: intorno al ricordo di un martire genuino viene costruito un culto sempre più controllato da un clero alleato del potere politico.

THCMPNFGLR1976Non resta che fuggire: gli amici di Demetrios, tra cui la tenutaria del locale bordello, lo aiuteranno a evadere, e insieme cercheranno una nuova terra.

Sia l’ambientazione dopo-bomba, sia la trama picaresca sono elementi che mi attraggono (mi avevano permesso di arrivare alla fine della “Spada di Shannara”, per dire) e qui sono svolti con originalità e ricchezza di dettagli; ma quel che davvero stupisce di questo romanzo è la ricchezza dello stile e dei temi. Stile lirico, narrazione in terza persona con frequenti interventi in prima persona di un narratore, che solo alla fine si scoprirà essere uno dei protagonisti: a ogni pagina si sente sempre più forte la parentela con altri due grandi della fantascienza innovativa degli anni ‘60/’70: Delany e Disch.

Di Delany la prosa poetica, lirica, sempre pronta a digressioni e analogia bizzarre. Questa società rinata parla un inglese reinventato e dialettale, dai toponimi semplificati: Penn (Pennsylvania), Katskil, Veirmon, Main, “Nubar” per Newburgh; perchè i sopravvissuti sono ignoranti e soprattutto lo è il dittatore, che ignora l’ortografia (“Lieutenant” diventa “Lutenant”, e così via); le nuove gerarchie sono espresse da formule di saluto (man Demetrios, man Paddy / mister Angus) e nuovi pronomi (invece di “you”, “you, yourself it is”); i participi passati sono sostituiti dal passato semplice..

Di Disch, la vena corrosiva verso qualunque istituzione sociale e politica, la sfiducia verso l’umanità stessa. Pangborn deride il patriottismo, anche perché “le nazioni non sono capaci di amore”; smitizza persino l’amore materno, istinto viscerale incapace di vero rispetto verso la persona del figlio.

La cultura del suo Paese gli sembra ridicola:

THCMPNFGLR1975“in quell’auto bloccata, un uomo ben vestito era accasciato sul volante, e c’era un bambino morto sul sedile di dietro (..) Doveva aver pensato che mettersi in movimento sarebbe servito; gli americani pensavano sempre che l’attività, per quanto senza scopo e mal diretta, dovesse essere un bene di per sé”.

“uno di quegli uomini d’azione, drogati di potere, che dicono apertamente ai loro contemporanei ‘sentite, siete tutti degli sfigati, e lo sono anch’io, quindi mi beccherò la mia parte’. Tipi così vengono apprezzati per la loro onestà e socievolezza, anche se raramente hanno una traccia dell’una o dell’altra”.

La sua voce però è caratterizzata da una saggezza malinconica, da un disperato umanesimo: come un Candido rassegnato all’ottusa brutalità della società, però ancora convinto che valga la pena coltivare il proprio giardino.

L’unica cosa che valga è l’amore: quello genuino e solidale dei vinti, degli sconfitti, degli emarginati, che è accompagnato dalla pietà e può esprimersi anche con un’eutanasia, come avveniva in “Gomorra e dintorni”. Il protagonista Demetrios è un maturo saggio, in generale bisessuale, ma attratto dai giovani: una specie di Socrate, che insegna a non temere la morte con considerazioni epicuree, quando la sente vicina: “Non ho niente di complicato da dirvi sulla morte. La morte è necessaria, come la nascita; morire è poco piacevole, ma anche poco importante. A parte queste banalità, questi ovvii commenti.. be’, non c’è niente che valga la pena dire: è la Vita che parla. Suonaci un po’ di Mozart, Professore: era un bravo ragazzo allegro, che sapeva come piangere”.

Il sesso libero, la gioia della procreazione, discendono dall’importanza dell’amore e servono a tenerlo vivo: nel corso del pellegrinaggio dei protagonisti vedremo giovani ricevere iniziazioni sessuali e donne partorire prima il figlio di uno, poi di un altro, in uno spirito di ideale comunità.

Non stupisce che in un’epoca in cui anche l’ambiente fs è influenzato da un conservatorismo estremo, sia un autore un po’ accantonato. Chissà se era omosessuale come gli autori a cui mi fa pensare; ma in fondo non è importante. È interessante sapere invece che fu amico tutta la vita di Peter Beagle, l’autore dell’ “Ultimo unicorno”, che fu anche suo esecutore testamentario.

Antonio Ippolito

Edgar_Pangborn

L’AUTORE

Edgar Pangborn nacque a  New York il 25 Febbraio 1909,  figlio di Harry Levi Pangborn, procuratore legale ed editore di dizionari, e Georgia Wood Pangborn, nota scrittrice nel genere soprannaturale. Insieme alla sua sorella maggiore Mary, Edgar non frequentò scuole ma fu educato in casa fino al 1919, poi frequentò la Brooklyn Friends School. Iniziò studi musicali all’università di Harvard nel 1924, quando aveva ancora solo 15 anni, e li abbandonò nel 1926 senza diplomarsi. Dopo di che, studiò al Conservatorio del New England, ma non si diplomò nemmeno in questo istituto. Al momento di lasciarlo, abbandonò pubblicamente la musica, spostando il suo focus creativo sulla scrittura. il suo primo romanzo, un poliziesco intitolato “A-100: A Mystery Story”, fu pubblicato sotto lo pseudonimo di “Bruce Harrison” nel 1930. Non fu un debutto benaugurante o di particolare successo, e non mostrava nessuna delle caratteristiche emotive e stilistiche che sarebbero diventate il marchio di fabbrica delle sue opere successive. Nel corso dei successivi vent’anni scrisse numerosi racconti per le riviste pulp poliziesche e d’azione, sempre sotto pseudonimi. Passò anche tre anni (1939–1942) come agricoltore in un’area rurale del Maine, e tre anni (1942–1945) prestando servizio militare nella Seconda guerra Mondiale, come membro del Corpo Medico dell’Esercito, nel Pacifico. Non fu fino ai primi anni ’50 che Edgar “apparve all’improvviso” nei campi della fantascienza e del poliziesco, pubblicando una serie di racconti di alta qualità e alto profilo sotto il suo vero nome in riviste importanti quali  Galaxy Science Fiction, The Magazine of Fantasy & Science Fiction, e Ellery Queen’s Mystery Magazine. La sua opera contribuì ad affermare una nuova scuola “umanista” nella fantascienza, e ispirò una generazione successiva di scrittori, tra i quali Peter S. Beagle e Ursula K. Le Guin, che ha riconosciuto a Pangborn e Theodore Sturgeon il merito di convincerla della possibilità di scrivere storie significative e ricche di umanità nel campo della fantascienza e del fantasy. Negli anni ’60 Pangborn iniziò anche a dipingere a olio semiprofessionalmente, ed espose ritratti, nudi e paesaggi a mostre locali e regionali. Continuò a scrivere in tutti i generi fino alla sua morte a Bearsville, New York, l’1 Febbraio 1976. Ventisette anni dopo, nel 2003, fu nominato vincitore del Cordwainer Smith Rediscovery Award per quell’anno.

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