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Recensione: “Il doge” (1967) di Aldo Palazzeschi

Recensione di Mario Luca MorettiIl doge - PalazzeschiIn una Venezia contemporanea, ma che oggi si chiamerebbe “ucronica”, che non ha mai smesso di essere una repubblica, e dove il regno dei Dogi dura ininterrotto, una domenica mattina gli altoparlanti annunciano che il Doge si affaccerà dal Palazzo reale per un annuncio importante. Turisti e abitanti della città affollano la piazza. Quale sarà il motivo? Annuncerà la guerra? Proclamerà la rivoluzione? O legalizzerà la poligamia? Avvierà un’era di benessere o di sciagura? Ma il Doge non si presenta. E neanche il giorno dopo, gettando la folla nella costernazione…

Titolo: Il Doge | Autore: Aldo Palazzeschi | Anno di pubblicazione: 1967 | Ucronia

Il Doge non è fra i romanzi più famosi dello scrittore fiorentino. Eppure al suo apparire suscitò grande clamore fra la critica, che si sbizzarrì nel cercare interpretazioni sulla figura del Doge, dicendosi stupefatta per la sua sperimentalità narrativa e stilistica.

Infatti nel romanzo non ci sono personaggi definiti; solo tre nomi propri compaiono; Sofia Loren, diva dai stupendi gioielli, Dante Alighieri, noto esploratore che dopo aver visitato l’aldilà si accinge a partire per il Polo Nord, e il bambino Carlo, simpatico monello delle calli veneziane. Ma nessuno assurge a una vera identità, come non ce l’ha il Doge, vagheggiato e favoleggiato in mille modi, ma di fatto impersonale (tranne forse alla fine).

Non ha quasi dialoghi, se per dialoghi si intende la descrizione puntuale di frasi pronunciate da un personaggio. Solo tre volte simili battute compaiono chiuse fra virgolette e attribuite a una persona specifica.

Quasi tutto il libro descrive le reazioni la folla all’enigmatico comportamento del Doge, la ridda di ipotesi, le chiacchiere più o meno inconcludenti sul suo misterioso annuncio, sulle sue oscure motivazioni. È una folla divisa in categorie – turisti, abitanti, gondolieri, scienziati, giornalisti, comari – ma in cui nessuno assume un’identità precisa, ma che Palazzeschi sa rendere vitalissima e reale, trascinandoci in un vortice che è insieme linguistico e pittorico.

L’autore in qualche modo fa sua la lezione di James Joyce e Italo Svevo, ricorrendo a una specie di ipnotico “flusso di coscienza” di massa, invece che individuale. Quasi senza soluzione di continuità, Palazzeschi non fa che accumulare l’immane vociare di questa moltitudine con una ricchezza lessicale e allo stesso tempo con una fantasia descrittiva che hanno pochi eguali nella letteratura italiana.

Alcuni personaggi in realtà emergono qua e là: una vecchia e ricca signora straniera innamorata perdutamente del Doge, un monaco rinomato astronomo, e altri ancora; ma non compaiono mai in scena, é la folla che dà loro vita, nominandoli e descrivendo le loro azioni, quasi certamente caricandoli di connotati fantasiosi passandoli di bocca in bocca, o forse inventandoli di sana pianta.

Il DogeMolti hanno scritto che Il Doge è senza una trama. Non è esatto, secondo me. L’azione è definita nell’arco di sei giorni e nel frattempo avvengono alcuni episodi che hanno delle conseguenze concatenate fra loro. E anzi il libro si può definire diviso in due parti. Il terzo giorno infatti il Doge appare, ma nel frattempo la folla ha perso interesse in lui è in quel momento piazza San Marco era deserta, e il Doge si è presentato davanti a un solo testimone e a fianco di due bellissime donne…

Quest’apparizione fa in qualche modo da spartiacque. L’atteggiamento della massa si fa ancor più curioso ed emotivo, le loro ipotesi ancor più deliranti il romanzo stesso acquista un’atmosfera sempre più sognante e onirica, come nell’episodio dei gondolieri che fanno una serenata al Doge per convincerlo ad apparire un’altra volta per ripetere quel suo importantissimo, o forse solo per rivelare il mistero vivente della sua persona.

L’episodio di gondolieri è alla fine del quarto dei suoi sette capitoli, e questo capitolo si apre con una lunga dichiarazione d’amore a Venezia che è allo stesso tempo un esercizio letterario e linguistico di grande ricercatezza. Palazzeschi fa un ritratto notturno della città poetico e ammaliante, un vero e proprio scandaglio delle sue vie e dei suoi canali (i “rii”…) che non può che riempire di commozione chiunque vi abbia vissuto anche solo per un breve periodo.

Il Doge ha una conclusione che sfocia con prepotenza nel surreale e nello strabiliante. Palazzeschi si rivela ancora una volta un funambolo narrativo, capace di spiazzare tanto il lettore quanto gli attoniti abitanti della sua magica Venezia, forse identificandoli, e in qualche modo comportandosi come lo stesso Doge, creatore e risolutore di aspettative inspiegabili anche a se stesso, forse.

Mario Luca Moretti

Aldo PalazzeschiL’AUTORE

Aldo Palazzeschi, pseudonimo di Aldo Pietro Vincenzo Giurlani (Firenze, 2 febbraio 1885 – Roma, 17 agosto 1974), è stato uno scrittore e poeta italiano, uno dei padri delle avanguardie storiche. Inizialmente firmò le sue opere col suo vero nome, e dal 1905 adottò come pseudonimo il cognome della nonna materna, appunto Palazzeschi. Dalla seconda attività conseguì una ricca produzione letteraria che gli diede fama di rango nazionale.