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Recensione: I POSSESSORI (The Possessors, 1964) di John Christopher

Antonio IppolitoimageSfuggiti a una catastrofe cosmica i Possessori vagavano negli spazi siderali. Le spore erano state lanciate in tempo con la speranza che potessero ricreare su qualche pianeta remoto quelle creature quasi onnipotenti del cui seme erano portatrici. Le spore viaggiano.. e periscono.. nel gelo incommensurabile dei giganteschi pianeti esterni.. ma alcune sopravvivono. Riposano tra i ghiacciai in attesa della vita.. E sulla Terra, in Svizzera, uno strano contagio minaccia l’uomo. Pazzia, redivivi, strane cose succedono. Questa strana “presenza” deve essere distrutta!

Autore: John Christopher | Titolo: I possessori | Titolo originale: The Possessors, 1964 | Pagine: 255 | Per tutte le edizioni del romanzo clicca QUI

Samuel Youd, qui sotto l’alias di John Christopher sempre usato per la narrativa fantascientifica, ci propone un romanzo che a differenza dei suoi più famosi (almeno da noi) non è una catastrofe planetaria: ambientato in un incantevole chalet nelle Alpi svizzere, in vista del lago di Ginevra, riesce a mettere insieme con originalità elementi già noti come un’ambientazione da “Dieci piccoli indiani”, l’orrore tra i ghiacci del film “La cosa”, soprattutto il tema del bambino maledetto o posseduto che può ricordare “L’orrenda invasione” di Wyndham.. e alla fine ci sarà anche il rischio globale.

THPSSSSRSG1966Sul piano stilistico, è un romanzo del ’65 (pubblicato nel ’77 dalla Libra come “I possessori”), quindi procede con cura a costruire personaggi credibili con storie difficili alle spalle, alternando abilmente a ogni capitolo il punto di vista di un protagonista diverso: in questo può risultare inizialmente un po’ lento per le nostre abitudini, ma sarà tanto più forte l’impatto di una situazione allucinante sui protagonisti, che credevano di ristorarsi in quel piccolo paradiso; la suspense diventerà progressivamente agghiacciante senza necessità di eventi truculenti, anzi giocando soprattutto su misteriose sparizioni e le allucinanti distese di neve invase dalla nebbia.

Una scrittura genuinamente britannica: sia nei dialoghi, sempre così impliciti e allusivi rispetto a quelli sfacciati dei cugini d’Oltreoceano, pieni di quel riserbo che è l’altra faccia di un’aggressività sempre pronta a scattare; sia nei costumi, dove l’autore, per rendere impossibile una tresca tra i suoi protagonisti, spende più pagine e scavo psicologico di quello che si userebbe oggi per descrivere un’intera relazione (vedi il debole Douglas Poole e Jane, la vedova senza più desideri nella vita): sono ancora i tempi del “Niente sesso, siamo inglesi”. Anzi: ogni volta che l’aitante medico Selby Grainger, in vacanza nello chalet con la moglie, inizia a manifestare fisicamente il suo desiderio per la provocante signorina Diana, sorella di Jane, che non aspetta altro, qualcosa di orrendo accade…

Interessante anche notare che, come spesso si verifica nei romanzi di genere, la critica alla società è schietta (non per niente siamo negli anni ’60): il “bon ton” o “aplomb” britannico è solo la copertura di un’ingiusta struttura sociale; la rivalità ai confini dell’odio tra il medico e George, il gestore dello chalet, figlio di un macellaio, che gli rinfaccia continuamente l’ipocrisia della “upper class”, e la crudeltà gratuita di inviare i bambini alle “public schools” fin dagli otto anni (“avessero provato a proporlo a mia madre, ne avrebbero sentite! ..spediti via come pacchi, infilati nella trafila.. siamo l’unico paese al mondo che trova normale una follia del genere. E siccome voi siete sopravvissuto, pensate che a vostro figlio faccia bene, vero?”).

THPSSSSRSJ1978E come in tanti romanzi britannici di quegli anni e anche in “Morte dell’erba”, il ricordo della guerra: la consapevolezza non solo del suo orrore ma anche della “opportunità” di “un senso nella vita” che offre a certi uomini: “era un maschio ‘professionalmente maschio’.. doveva aver fatto una buona guerra: un nessuno prima, un nessuno dopo, doveva aver goduto i momenti in cui violenza e urgenza dominavano la vita” (con crudele autoironia, è la stessa “non carriera” militare fatta dall’autore: congedato dall’esercito nello stesso grado con cui era entrato anni prima). Segue uno degli aneddoti bellici più truci che io ricordi, quello del miglior amico di George rimasto incastrato, durante un bombardamento su Colonia a cui partecipavano entrambi, nel meccanismo di scarico delle bombe, già innescate… meccanismo quindi da liberare a ogni costo.

Antonio Ippolito