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Recensione: “Fondazione «ID»” (1981) di Gilda Musa

Ezio AmadiniFondazione-IDDopo la battaglia, il massacro e la distruzione, sul pianeta Héteros scende la pace. E scendono i carghi spaziali che trasportano ingegneri, tecnici, operai per l’insediamento del primo nucleo umano. Precedenti spedizioni hanno accertato che sul pianeta alieno esiste una rarità assoluta del Cosmo: il plasma non radioattivo che si forma durante le tempeste magnetiche. I globi di plasma nascono nel deserto pietrificato, lungo le creste delle dune: ma chi andrà a raccogliere i globi di fuoco? Su Terra, intanto, migliaia di persone si rivolgono alla Fondazione Id, un Ente specializzato in ricerche quasi sconosciute sulle profondità della psiche. Tra la folla, c’è Nereide, una ragazza disposta a qualsiasi rischio pur di mutare il corso della propria esistenza. Ma per quale motivo Nereide dovrà firmare una dichiarazione che solleva la Fondazione Id da ogni responsabilità? Sul filo di questi due interrogativi si sviluppa il romanzo: due elementi, il privato e il pubblico, si intrecciano con esiti drammatici e imprevedibili, sullo scoccare di una continua tensione narrativa che offre al lettore, a ogni capitolo, emozioni profonde e impressioni inattese. Con questo romanzo, Gilda Musa riconferma la sua vocazione all’«insolito», al «senso del meraviglioso» e a quei valori profondi che sono da un lato culturalmente ineccepibili e, dall’altro, rappresentano un profondo scandaglio nella psiche dell’uomo e nel suo destino. Con il romanzo Fondazione Id, Gilda Musa ribadisce la sua fama di autrice di valore europeo e, come ha affermato tutta la critica, di creatrice di moderne mitologie nello stesso tempo poetiche e avventurose.

Titolo: Fondazione «ID» | Autore: Gilda Musa | Anno: 1981 | Edizione: 1981 Cosmo. Collana di Fantascienza 116 (Editrice Nord) | Pagine: 140 | Copertina di Michelangelo Miani

Una giovane esobiologa, che vive in una decadente megalopoli, si reca all’ufficio di collocamento, il CERIL – Centro Ricerca Lavoro, gestito da un mega computer e perennemente gremito da una folla di speranzosi disoccupati, pronti alla rissa pur di riuscire ad infilarsi in una cabina e sottoporsi ai test di valutazione.

Il mega computer, dopo aver fatto compilare alla ragazza un interminabile questionario, le ordina di farsi impiantare un Super ID nella testa per poter accedere ad una carriera dirigenziale. Il Super ID è un aggeggio elettronico in grado di amplificare le facoltà mentali di chi lo porta, ammesso che attecchisca correttamente.

L’esobiologa, ovviamente, detesta l’idea di farsi mettere quell’aggeggio nella testa, ma alla fine la accetta per avere il tanto agognato lavoro su un altro mondo.

Allo stesso tempo, ma molto più lontano, una flotta di astronavi terrestri combatte un’accanita battaglia spaziale contro le improbabili astronavi serpentiformi della razza dei Quun, per il controllo di un pianeta, Héteros, orbitante intorno alla stella pulsante Mira Ceti.

Ciò che rende prezioso il pianeta sono le sue emissioni spontanee di globi di plasma non radioattivo (nonsense scientifico[1]) dalle viscere di un esteso deserto roccioso.

Grazie ai Super ID installati nelle teste degli umani, che quindi elaborano strategie migliori, la battaglia è vinta e Héteros può finalmente essere colonizzato e sfruttato dai terrestri.

Più o meno così inizia questo romanzo di Gilda Musa pubblicato nel 1981, che potremmo quasi definire un western ambientato a 406 anni luce dal Texas, in un futuro più o meno lontano.

Nella prima parte, abbastanza promettente, la narrazione alterna gli eventi sulla Terra con quelli su Héteros, generando una buona dinamica nel racconto.

Nella seconda parte tutti i personaggi confluiscono su Héteros, che diventa il teatro delle vicende che costituiscono il vero e proprio clou del romanzo.

GMusaMira City, la città costruita dai coloni, ricorda le cittadine del West che sorgevano nelle aree in cui i cercatori setacciavano i fiumi per raccogliere quanto più oro possibile, popolata anche essa da rudi avventurieri armati di vecchi revolver (sì, proprio revolver).

Il pianeta Héteros è descritto con ampie e verdi vallate, foreste “pandoriane” popolate da umanoidi, i Lémuri, deserti rocciosi da cui sgorgano i “sorsi di fuoco” (i globi di plasma) e misteriose e lontane montagne lattiginose, che diventano trasparenti a seconda della capricciosa luce di Mira Ceti (idea, questa, che ho trovato molto carina).

Nella sua essenza, Fondazione ID presenta una trama piuttosto semplice, in cui i cattivi sono i detentori dei poteri forti e gli spietati Quun, mentre i buoni sono quei pochi terrestri che si sottraggono al controllo orwelliano delle autorità, i Lèmuri ridotti in schiavitù dai cercatori di plasma senza scrupoli e le invisibili, evanescenti quanto oniriche creature aliene, nascoste nelle viscere delle Montagne Trasparenti.

Trama a parte, il romanzo vuole svilupparsi sul filo di analisi psicologiche e comportamentali, che tuttavia risultano, a mio avviso, piuttosto frettolose e approssimative (vedere, ad esempio, la descrizione delle sommosse dei coloni).

Sempre a mio modesto avviso la lettura è resa poco fluida da un linguaggio ricco di termini troppo evoluti rispetto alla storia narrata o squisitamente propri della materia psicologica[2]. Appare evidente il desiderio di arricchire il racconto di introspezioni di tipo psicologico che, tuttavia, appaiono piuttosto approssimative e poco approfondite.

Nella seconda parte del romanzo si nota una vistosa accelerazione narrativa, direi quasi frettolosa, in cui, per esempio, le verità sono raggiunte in modalità “deus ex machina”, senza un pur minimo percorso investigativo: in altre parole la protagonista Nereide, all’improvviso, sa tutto e capisce tutto (nonostante il suo Super ID non abbia neanche attecchito).

Lasciano inoltre perplessi alcune incongruenze e ingenuità.

La prima è lo stesso Super ID, in grado di essere impiantato su qualsiasi tipo di creatura: umana (terrestri), umanoide (Lémuri) e addirittura totalmente aliena (Quun), in barba alla compatibilità con le strutture cellulari e col DNA degli ospiti.

La seconda consiste nella brama dei Quun di farsi impiantare, dai terrestri superstiti dopo il loro micidiale attacco, i Super ID nella testa… (chi mai si farebbe operare al cervello dai nemici appena battuti e soggiogati?).

Qui occorre spiegare che i Super ID sono di due tipi: quelli “ridotti”, da usare sui Lémuri per addomesticarli e renderli adatti al pericoloso lavoro di raccolta del plasma e quelli normali, per gli esseri umani. Il problema è stato che, terminati quelli “ridotti”, gli scienziati hanno iniziato a impiantare nel Lémuri i Super ID normali, rendendoli così troppo intelligenti e, quindi, pericolosi.

A questo punto però sorge spontanea una domanda: se i Super ID “ridotti” erano finiti, da dove sono saltati fuori quelli messi nelle teste dei Quun, tenuto conto che nessuna astronave era più riuscita ad arrivare dalla Terra?

Altra ingenuità è il pseudo, istantaneo e alquanto ingiustificato amore che si instaura tra il protagonista Basil e l’adolescente creatura invisibile Hills, il cui caldo tocco di mano genera infinita estasi. Qui appare evidente la ricerca di un “sense of wonder” spirituale ed onirico, che tuttavia risulta forzatamente incastonato nella narrazione.

Viene anche spontaneo chiedersi come mai le creature invisibili dispongano di strumenti in grado di interagire proprio con i Super ID di fabbricazione terrestre, influenzando il comportamento di chi lo porta o, addirittura, uccidendolo. O, ancora, non si capisce perché mai, tramite detto strumento, le creature invisibili abbiano, ad un certo punto, aizzato i Lémuri contro i terrestri che, occupati solo a raccogliere plasma, non rappresentavano una minaccia per loro.

Ultima ingenuità è il finale stesso, una happy end totale in cui le tre razze buone (terrestri superstiti, Lémuri diventati intelligentissimi e creature invisibili) iniziano ad amarsi, dopo aver sconfitto i cattivissimi Quun.

Un finale eco-sostenibile, con tanto di ritorno alla terra e all’agricoltura, che contempla l’espianto volontario dei Super ID dalle teste di tutti, Lémuri e terrestri, in modo da ritornare naturali e che include una provvidenziale emissione di strani campi magnetici da Mira Ceti che, rendendo invisibile il felice pianeta Héteros-Eden, lo protegge dalle ingorde multinazionali terrestri e dalle fameliche orde dei Quun, con buona pace del plasma non radioattivo che continua a sgorgare indisturbato dal deserto roccioso.

Un romanzo nato su alcune buone idee, ma, a mio avviso, sviluppato con eccessiva frettolosità, che ha comportato inevitabili scorciatoie narrative e vistose ingenuità sul piano logico e scientifico.

Ezio Amadini

[1] Il plasma non è materia, bensì uno stato della materia, che si ottiene quando uno o più elementi già allo stato gassoso vengono ionizzati da una forte temperatura. Per esempio, in natura si ha l’aria allo stato di plasma allo scoccare di un fulmine. Nelle stelle la materia è portata allo stato di plasma dal calore della fusione nucleare, che è anche la causa della loro radioattività. La materia può persistere allo stato di plasma solo in presenza di una fonte di energia in grado di produrre e mantenere l’elevata temperatura necessaria al passaggio di stato, per cui non ha senso parlare di “immagazzinamento del plasma” come fonte energetica. Per giustificare il valore strategico di Héteros sarebbe stato meglio inventare un qualche tipo di rarissimo e speciale minerale come l’“unobtanium” di Pandora, a mio modesto avviso.

[2] Per esempio, nel testo si fa ripetutamente riferimento alla “ecochinesia”, parola peraltro inesistente nella lingua italiana (vedi Dizionario Treccani), in quanto la parola corretta è ecocinesia o ecocinesi

Gilda MusaL’AUTRICE

Gilda Musa (Forlimpopoli, 1926 – Milano, 26 febbraio 1999) è stata una giornalista, poetessa e scrittrice italiana di fantascienza. È stata la moglie dello scrittore e critico Inisero Cremaschi. (Biografia tratta da Wikipedia).

Di seguito vi proponiamo la presentazione del romanzo ad opera della stessa Gilda Musa pubblicata nell’edizione 1981 Cosmo Argento. Collana di Fantascienza 116 (Editrice Nord):

È la prima volta che mi capita di scrivere la presentazione a un mio libro. I miei precedenti volumi, cinque di narrativa e sette di poesia, sono stati presentati, di volta in volta, da prefatori diversi.

Anche per «Fondazione Id» pensavo che l’Editore si rivolgesse a qualche critico. Invece, un giorno mi ha telefonato e mi ha detto: Non le sembrerebbe una cosa simpatica scrivere lei stessa qualche pagina di apertura, qualcosa di immediato e spontaneo, quasi un dialogo fra lei e i suoi lettori?

Credo di sìgli ho risposto. Posso provare.

Perciò, eccomi qui a parlare di «Fondazione Id», un romanzo impostato su un doppio binario narrativo, cioè contemporaneamente in un luogo vicino, una convulsa ma iper-programmata megalopoli terrestre, e in un luogo remoto dello spazio galattico, nell’ambito del gruppo stellare Sfinge d’Avorio, per l’esattezza attorno al prezioso e conteso pianeta Héteros.

Le due traiettorie parallele proseguono, a scene alternate, fino a che convergono e si incontrano, mentre, da altre direzioni, provengono linee narrative che si concentrano su Héteros, dove si svolgono e si scatenano gli eventi.

Quattro razze diverse — quattro civiltà – si incontrano e si scontrano, si combattono o si alleano secondo esatte strategie politiche e psicologiche: ma i quattro gruppi, mentre valgono come agglomerati d’insieme e di affinità, si differenziano al loro interno negli individui e, anzi, acquistano pluralità di significati proprio attraverso i personaggi, i singoli caratteri.

Fra i Terrestri, che sono di varie nazionalità, la protagonista femminile è Nereide, una esobiologa neo-laureata che vuole porre la propria vita e il proprio lavoro al servizio di creature aliene; è una donna forte, idealista, che odia la violenza, il condizionamento e la sopraffazione, che fa di tutto per difendere la naturalità propria e degli altri, ma che sarà costretta a imbracciare le armi. Il protagonista maschile è Basil, un simpatico e fantasioso giovanotto che vive di ingegnosi espedienti ai danni del prossimo e che i drammatici eventi porteranno a coraggiose azioni altruistiche. Nell’affollata colonia terrestre, emergono altri caratteri: il coscienzioso e malinconico professor Morosini; il consapevole tenente Rakeni; i giovanissimi sergenti Lou e Phirpo, opposti emblemi della fortuna e della sfortuna; la bella e materna Ariadna; la patetica Giòsselyn.

Fra gli esseri alieni, i protagonisti sono il nativo abitante della foresta Rek-Alex, dal primitivismo in evoluzione; e, appartenente ad altra razza e civiltà, la enigmatica e affascinante Hills, un’inafferrabile creatura di sogno: tutti e due, in maniera diversa, sono figure-fulcro fondamentali per i rapporti con i Terrestri e per lo sviluppo delle vicende.

Invece, la quarta razza, quella incombente dei Quun, viene rappresentata nel suo collettivo agire e reagire, restando in un alone di alienità misteriosa.

Nessun personaggio – nessuna razza – è completamente «buono» o completamente «cattivo»: male e bene sono amalgamati, e la spinta all’agire è data dalla necessità, secondo varie motivazioni, significati, sfumature.

Immagino, a questo punto, che il lettore si domandi: Perché il romanzo si intitola «Fondazione Id»?

Rispondere con esattezza sarebbe come svelare il nucleo narrativo del romanzo: toglierei il piacere della scoperta. Posso dire che Id – come è noto – è il termine usato nella psicoanalisi per indicare la sfera psichica primaria, sorgente inesauribile degli istinti, delle forze inconsce: l’ho impiegato proprio in questo senso e l’ho utilizzato secondo variazioni d’implicazioni tecnologiche e psicologiche fino a conseguenze estreme, sia individuali sia collettive.

Il lettore potrebbe porsi un’altra domanda: Si tratta di una storia di pura avventura oppure l’autrice ha voluto simboleggiare altri significati?

Preferirei che fosse il lettore a estrarre i significati di «Fondazione Id», anche perché ognuno scopre in un libro ciò che gli è più congeniale. Però, posso dire che da questo romanzo emergono alcuni argomenti tipici della società odierna: ad esempio, la critica all’esasperata tecnologia, il problema energetico, la tematica della violenza, il sopruso fisico e psichico.

Aggiungo che ho trattato questi e altri temi attuali incorporandoli sempre nell’azione e nel comportamento dei personaggi, perché, prima di tutto, ho voluto scrivere per i miei lettori una storia interessante e coinvolgente. Credo che ne sia uscito un romanzo dalle vicende serrate, dotato di suspense, di sorprese e di colpi di scena, e imbevuto di quel «senso del meraviglioso» che è l’affascinante ingrediente essenziale in un’opera di fantascienza.

Ma il giudizio resta ai lettori, che invito a scrivermi impressioni o analisi e ai quali rivolgo il mio saluto amichevole e il mio ringraziamento.

Gilda Musa