Film: “Capitan Harlock” (キャプテンハーロック, 2013) diretto da Shinji Aramaki

Articolo di Emanuela Valentinispace-pirate-captain-harlock.20299L’antieroe che viene dall’Oriente

Un film di Shinji Aramaki, ispirato al manga di fantascienza scritto e illustrato da Liji Matsumoto nel 1976. Titolo originale Space Pirate Captain Harlock. Animazione, durata 115 min. Giappone 2013.

Titolo originale: Space Pirate Captain Harlock | Genere: animazione / fantascienza | Durata: 115 min | Nazione: Giappone | Anno: 2013 | Distribuito da Lucky Red | Titolo originale: キャプテンハーロック -SPACE PIRATE CAPTAIN HARLOCK | diretto da Shinji Aramaki e scritto da Harutoshi Fukui | basato sull’omonimo manga di Leiji Matsumoto | Casa di produzione: Toei Animation

«L’universo è la mia casa… la voce sommessa di questo mare infinito mi invoca e mi invita a vivere senza catene… la mia bandiera è simbolo di libertà».

In un avvincente reboot realizzato in computer grafica, il Capitano è tornato.

Bellissimo, maturo, tormentato, egli si muove e agita il mantello in una pellicola crepuscolare, dai toni nostalgici, eppure innovativi dove, in maniera sconvolgente, gli elementi visionari della filosofia nipponica prendono il sopravvento sulla trama stessa.

La sconvolgono con paradossi al limite della delicatezza, con sotto trame sempre legate all’amore e, sullo sfondo, brucia la costante anarchica che ho trovato qui opportunamente evidenziata e mai retorica, eredità dell’anime di qualche decennio fa, di indimenticata potenza ideologica (vedi, tra tutte, la figura simbolica delle Mazoniane, avversarie aliene di splendide fattezze, sorprese da Yattaran a guardare un tramonto artificiale durante una missione di ricognizione nell’asteroide base dell’Arcadia e uccise, non senza risvolti di coscienza da parte dell’equipaggio. L’idea di contrapporre ai “buoni” un nemico lontanissimo dal cliché di cattivo quindi brutto, orrendo, terribile, e anzi, delicato, bellissimo, con sentimenti e angosce, molto vicino quindi all’essere umano, in un momento politico come quello degli anni del femminismo, fa di Matsumoto, anche grazie agli elementi ecologisti presenti nelle sue storie, un artista sempre attento alla riflessione. Portatore di un messaggio che in Harlock trova, a mio parere, la sua sublimazione essenziale).

In questo modo lo storyboard, inedito, sfuma più volte in poesia, in immaginato, in un per sempre sofferto e mai così vicino al reale. Carichi di psicologismi mai scontati, i personaggi, tutti, sono sempre coerenti con il messaggio di base, legati alla vita e alle azioni che compiono da elementi del tutto plausibili, fallibili, contestabili.

Sono dunque terroristi, questi pirati dei cieli, nell’utopistico tentativo di rendere alla terra e all’umanità un nuovo inizio?

E, di contro, la Coalizione Gaia, ha ragione di volerli abbattere, prima che questi sconvolgano le regole del cosmo, con un piano che a tratti pare sconfinare nel nichilismo ma che, invece, nell’atto ultimo, dove la generosità estremizzata può essere scambiata per follia omicida, cela il più alto insegnamento possibile?

Una pausa necessaria nel trambusto nazionalista degli eroi proposti (o imposti?) dalla Marvel, tutti muscoli, look da marines e forza bruta, arriva dal buio.

E’ magro, porta i capelli lunghi e parla poco. Schivo. Maledetto da tormenti interiori e profondamente buono. Ha cucito sul petto un teschio. Il suo nome è Harlock.

spacepirateNel suo essere fuorilegge, illegale, egli incarna l’antieroe: colui, cioè, che si oppone al bene di facciata per ragioni ideologiche e, a causa di questo, viene bandito dalla società.

Rappresenta, in sostanza, l’individuo che sceglie di contrapporsi al sistema, che si stacca dalla regola imposta, che si ribella ai privilegi di ricchi e potenti e diventa, nel cuore di milioni di ragazzini negli anni fine settanta e ottanta, il simbolo del cambiamento che non è solo l’antitesi di Capitan America.

Attuale, oggi, in Italia. Eppure i film con gli eroi spaccatutto di Marvel sbancano i botteghini mentre qui già si urla al flop. Ma come. Allora siamo noi a non voler capire, a non voler vedere: e dunque meritiamo la società che abbiamo, la politica che abbiamo, la vita che viviamo.

Sì. Harlock non è il solito eroe. E porta un messaggio facile da riscontrare nelle opere di artisti orientali (Porco Rosso di Mijazaki vi dovrebbe dire qualcosa in proposito) e, ormai perduto, invece, nella produzione occidentale, troppo rumorosa, troppo luminosa.

E’ nella luce accecante della quale sono avvolti i suoi eroi, nel rumore dei colpi, nei ponti, nelle città distrutte, che si tenta di nascondere ciò che Matsumoto, Mijazaki, Yoshimoto, Murakami esaltano, incantandoci: l’introspezione. Il movimento interno. Il paesaggio interiore così evidente ne: Il castello errante di Hawl, La città incantata di Mijazaki, Norvegian Wood di Murakami Aruki, Amrita della Yoshimoto, per citarne alcuni, risulta assente nelle opere artistiche europee e degli States, sostituito da un nulla di apparenza, mode passeggere, superficialità.

Il senso è chiaro, per chi vuole coglierlo. La bandiera si erge tra le stelle, strappata ma intatta. E, nel finale, che cela una promessa, viene rimarcato in modo indelebile il messaggio di cui l’intero film è permeato: non è il singolo individuo che conta, ma il ruolo che decide di assumere nel corso della vita. Il segno che lascia. L’idea che difende.

“Un istante ripetuto nel tempo, diventa eterno.”

Nelle ultimissime scene, rese al massimo da una primavera post apocalittica, emerge l’assoluta necessità che il messaggio venga tramandato, passato di padre in figlio, non lasciato morire; tutto in nome di un futuro migliore, che probabilmente non vedremo, ma di cui saremo stati gli artefici.

Emanuela Valentini

Articolo pubblicato la prima volta il 6 gennaio 2014 su Diario di Pensieri Persi di Alessandra Zengo