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Recensione: “Arma infero: Il mastro di forgia” (2015) di Fabio Carta

Recensione di Mario Luca MorettiArmaInfero“E ora, fratelli, lasciate che vi narri di quei tempi, in cui le nuvole correvano rapide sopra gli aspri calanchi e di quando Lakon combatté per noi”. Su Muareb, un remoto pianeta anticamente colonizzato dall’uomo, langue una civiltà che piange sulle ceneri e le macerie di un devastante conflitto. Tra questi v’è Karan, vecchio e malato, che narra in prima persona della sua gioventù, della sua amicizia con colui che fu condottiero, martire e spietato boia in quella guerra apocalittica. Costui è Lakon. Emerso misteriosamente da un passato mitico e distorto, piomba dal cielo, alieno ed estraneo, sulle terre della Falange, il brutale popolo che lo accoglie e che lo forgia prima come schiavo, poi servo e tecnico di guerra, ossia “mastro di forgia”, e infine guerriero, cavaliere di zodion, gli arcani veicoli viventi delle milizie coloniali. Ed è subito guerra, giacché l’ascesa di Lakon è il prodromo proprio di quel grande conflitto i cui eventi lui è destinato a cavalcare, verso l’inevitabile distruzione che su tutto incombe.

Titolo: Arma Infero: Il mastro di forgia | Autore: Fabio Carta | Editore: Inspired Digital Publishing | Anno di pubblicazione: 2015 | prezzo: 1,99 € | Pagine: 693

Il mastro di forgia è la prima parte del ciclo Arma infero, scritto dal romano Fabio Carta, che ha da poco pubblicato il seguito, I cieli di Muareb.

Il mastro di forgia è ambientato in un lontano futuro su Muareb, un pianeta desertico colonizzato dal genere umano. All’inizio vediamo un vecchio viandante che arriva in una piazza dove si celebra un rito religioso in cui si celebra un certo Lakon, il Martire Tiranno. Non condividendo tutto quanto viene detto dal sacerdote, il vecchio, di nome Karan, interviene e racconta come abbia conosciuto e frequentato il vero Lakon. E da qui comincia così il romanzo vero e proprio, che diventa il racconto di Karan in prima persona.

Fabio Carta conduce il lettore in lungo e in largo attraverso Muareb, usando come veicolo l’amicizia tra Karan, il tecnico di zodion, e Lakon, prigioniero di guerra, essere semiartificiale, che si scoprirà essere fuggito da una neve nemica aliena. Seguiamo le loro vicende, la nascita della loro amicizia, che diventerà un legame fraterno fino al misticismo, il loro apprendistato nelle rispettive arti scientifiche e guerresche, le loro carriere e vite.

E tramite le loro vicende conosciamo il mondo di Muareb, pianeta non solo colonizzato ma anche vivificato dagli uomini in epoche così remote da essersi trasfigurate nella leggenda. La nazione a cui Karan e Lakon appartengono è la Falange, una società segnata dalla durezza della sua natura, impregnata di valori severi talvolta fino alla spietatezza: il militarismo, il classismo, il culto di un passato nobiliare mitizzato. Karan e Lakon sono membri di questa nazione, la guardano e la vivono senza essere né acritici né fanatici, ma ne sono permeati e non la rinnegano.

Il loro duo in realtà è un trio. A loro si aggiunge Wotan, giovanissimo e taciturno compagno di prigionia e di affetti di Lakon. Personaggio in apparenza secondario, in quanto a presenza scenica, ma che ha con Lakon un legame misterioso e profondo, che attraversa tutto il romanzo come un filo rosso ora nascosto ora palese.

Il romanzo segue un percorso lineare, nel senso che la sua sequenza degli eventi è rigidamente cronologica e ha un solo punto di vista, quello di Karan, ma esso ruota su due cardini: Muareb e Lakon.

Attraverso Karan vediamo le mille facce della natura (mortale ma affascinante) e della società di Muareb. Ma allo stesso tempo Karan è un personaggio che vive di luce riflessa, come in qualche modo ammette lui stesso fin dall’inizio. E il suo orgoglio sta proprio nella sua vicinanza a Lakon, il mastro di forgia. Ma mastro di forgia è solo uno dei titoli che Lakon accumula nella sua vita e carriera, e si riallaccia a un altro aspetto fondamentale del pianeta (e del libro): la sua tecnologia.

Il mastro di forgia è un progettista di zodion, cioè il mezzo di locomozione usato nei calanchi, gli aridi e duri solchi che segnano il terreno di Muareb: una specie di motocicletta con una sola, gigantesca monoruota che si divide in due categorie, una di uso civile e una militare. E lo studio, il perfezionamento, l’arricchimento degli zodion militari è quasi una ragione di vita per i due personaggi. E del resto lo zodion assume per la Falange un significato che trascende nel misticismo. E man mano scopriremo che per Lakon lo zodion è uno strumento di studio e sperimentazione i cui scopi vanno ben aldilà di quelli tradizionali…

La narrazione è lineare, come dicevano, ma le psicologie dei suoi personaggi no. Li vediamo crescere, maturare, sperimentare, cadere e rialzarsi, fare slanci in avanti e passi indietro, conoscere l’amore e l’odio, la rabbia e la soddisfazione… E proprio per questo ci risultano umani e credibili, a dispetto dell'”esotismo” del lor ambiente e della loro epoca.

Insomma, Arma infero è una saga che già al primo episodio mostra una straordinaria complessità narrativa e tematica, e per questo mi sono limitato a tratteggiare lo sfondo e i personaggi, senza addentrarmi nei personaggi minori o nella trama, troppo complessa e diramata nonostante la sua costruzione classica.

Arma infero: il mastro di forgia trasuda di ispirazioni classiche, sia storiche che mitologiche, ma anche di riferimenti scientifici moderni, che trapelano già nei nomi dei personaggi e dei luoghi. Per soffermarsi solo sui più evidenti: la Falange (appunto il nome della formazione da combattimento dell’antica Grecia) è imbevuta della filosofia marziale dell’antica Sparta, che faceva parte della regione della Laconia (da cui Lakon); così la città di Higgs, capitale della Falange, ha come fonte di energia il boson… e si potrebbe continuare a lungo.

Un grande merito di Carta è aver elaborato uno sfondo così ramificato e credibile, e aver disegnato personaggi così sfaccettati. Ma merito non minore è proprio l’amalgama fra personaggi e ambiente: la loro interazione, la loro reciproca influenza sono descritti con sapienza ed equilibrio.

Le scene d’azione non mancano; battaglie, duelli, imboscate, fughe sono ben raccontate e coreografate, ma anche ben dosate, non prevalgono mai sugli aspetti più profondi e intensi del romanzo, il cui fulcro restano sempre le psicologie e i comportamenti dei personaggi.

Stilisticamente Carta sceglie un frasario spesso altisonante e all’apparenza retorico, ma in realtà è una scelta funzionale al personaggio del narratore Karan, spia della sua cultura e formazione. Quasi sempre l’autore riesce a padroneggiare una tale scelta, che solo in alcuni punti della prima metà del libro sfocia nella prolissità o nel compiacimento.

Il mastro di forgia termina lasciando molte domande in sospeso. Carta è abile anche nel far disseminare accenni a sviluppi futuri che il primo episodio non spiega, fugaci digressioni all’ordine cronologico seguito dalla narrazione (ad esempio, cosa significhi il titolo di Martire Tiranno?). Non c’è dubbio che la voglia di scoprire questi sviluppi mi sia rimasta.

Mario Luca Moretti

Fabio CartaL’AUTORE

Fabio Carta, classe 1975; appassionato di fantascienza ma anche dei classici della letteratura, come i romanzi del ciclo bretone e cavallereschi in generale; laureato in Scienze Politiche in indirizzo Storico – Politico, ha scritto “I Cieli di Muareb” dopo il fortunato esordio con il suo primo romanzo, “Il Mastro di Forgia”, primo volume della saga di Arma Infero. Impiegato, marito e padre di due figli; nei ritagli di tempo concessi dal lavoro e dalla famiglia – abituata a tollerare pazientemente i suoi momenti di evasione nel remoto spazio siderale – Fabio prosegue indefesso nella stesura della sua saga, gettando complotti, guerre ed eroi dalla tastiera sullo schermo del pc, fantasticando sul giorno in cui potrà eleggere la sua passione a professione.