Recensione: ANIMALI (2017) di Lorenzo Crescentini

Di Giovanna RepettoAnimaliDue creature si evolvono e si inseguono dall’inizio dei tempi. Enana è un pianeta perfetto e ospitale, ma inspiegabilmente deserto. Su un mondo lontano, una dea si risveglia per accogliere il primo visitatore terrestre. Ancora: strane creature meccaniche vengono avvistate nei pressi della centrale di Chernobyl e un bambino vive terrorizzato al pensiero che qualcosa abbia preso il posto di sua madre. Su una stazione orbitale viene liberato per errore un tirannosauro e, tra i ghiacci, un gruppo di soldati scopre una misteriosa e letale specie preistorica. “Animali” è un libro che parla di esseri viventi. Diciannove racconti di fantascienza, fantageologia, fantapoesia. Ci sono gatti, mammuth, greggi di lama, un po’ di dinosauri, ragni-leone dal pianeta Shiva e soprattutto c’è l’Uomo, il più complesso tra gli animali, quello che più di tutti ama, lotta, uccide, sogna. Sullo sfondo pianeti rigogliosi e selvaggi, guerre contro razze aliene, dislocazioni temporali che seguono modelli matematici.

Autore: Lorenzo Crescentini | Titolo: Animali | Antologia di racconti | Editore: Watson | Collana: Andromeda | Prezzo di copertina: 14€ | Pagine: 322 | ISBN: 978-8898036868

“Non è facile descrivere la sensazione che si prova nel varcare una soglia e camminare su un prato cresciuto rigoglioso mille anni prima che nascessi. È come entrare in un sogno. Anche l’aria, le nuvole, tutto ha un aspetto antico ai miei occhi.” (Un’introduzione alla meccanica delle cronofaglie)

Mi sono domandata quale sia il fattore unificante di questi racconti di Crescentini, pure centrati su temi diversi e a volte perfino diversi nei toni. La risposta, credo, sta nella sua particolare capacità di creare un’atmosfera. Non è così banale né così facile scrivere racconti d’atmosfera. L’atmosfera è quella cosa che ti avvolge, ti tiene dentro, tanto che se manca ti senti un estraneo e ti viene voglia di chiudere il libro. Qui non c’è pericolo.

Alcuni racconti, è vero, parlano più alla mente, stuzzicano il gusto del paradosso, solleticano i recettori dell’ironia. Ma ce ne sono altri il cui fascino ipnotizza al punto di evocare sensazioni tangibili. È il caso dell’eccellente “Gli scavatori”, in cui il tema di una falla temporale aperta sulla preistoria, di per sé intrigante seppure non nuovo, si arricchisce di uno spessore evocativo così intenso che senti in faccia gli spruzzi di neve e vedi il tuo fiato condensarsi nel gelo mentre intravedi l’ombra muschiosa di un mammut che fa vibrare l’aria di barriti ancestrali.

Identico potere evocativo, benché di tutt’altro colore, ha “La cosa che non è sua madre”. Qui si ha la sensazione di sprofondare dentro un’angoscia palpabile, morbida e micidiale come le sabbie mobili. Anche questo è un tema non nuovo, perfino abusato dalla fantascienza, ma che vale la pena di trattare ancora ogni volta che si può arrivare a questo livello di qualità. Il titolo stesso basterebbe, è un fulminante racconto di sette parole. Lo svolgimento della storia, che descrive il disagio sempre più profondo di un bambino che vede nella madre un mostro alieno, corre sul filo di una sapiente ambiguità, così che per tutto il tempo ci si domanda se egli sia davvero l’unico testimone di un segreto o sia afflitto dall’incedere di una subdola forma di paranoia. Tutt’e due le ipotesi, calate come sono nella quotidianità ingenua (perciò struggente) del ragazzino, prendono il lettore alla gola.

C’è varietà anche nel modo di chiudere i racconti, e si sa che questo è un aspetto tanto più delicato quanto più il testo è breve. Alcune conclusioni lasciano margini a un futuro incerto, e questo fa sì che la magia non si dissolva alle ultime parole e resti invece ad aleggiare come un profumo persistente. Altre volte un finale ben preciso arriva a cogliere il lettore di sorpresa, o al contrario il fatto stesso che sia prevedibile fa crescere il livello di tensione, come in “Buon sangue”, dove il lettore comincia a stare in pena ben prima del personaggio. È una tavolozza diabolica, quella di Crescentini, che trova sempre la sfumatura giusta per accompagnare ogni storia lungo il suo naturale percorso governando il timone fino alla fine. Davvero, sto parlando di una vasta gamma di colori. C’è l’umorismo nero e grottesco di “E l’alieno lo seguì”, in cui i brividi serpeggiano sull’onda di un risolino maligno. C’è il gusto del paradosso nella serie “Impresa Nuova Vita” che riunisce quattro racconti concatenati e ambientati in un assurdo laboratorio alieno descritto come una tipica e banalissima azienda terrestre, con tanto di manager e segretaria. C’è l’ansito dell’emozione e dell’avventura. Ci sono i dialoghi, essenziali e densi, che definiscono i caratteri dei personaggi e le loro relazioni. Poi c’è la tenerezza, una tenerezza luminosa e candida, elargita senza remore e senza retorica, in storie come “Un’introduzione alla meccanica delle cronofaglie”. Un racconto, questo, esemplare da molti punti di vista. La formazione scientifica dell’autore, che in più occasioni gli consente di creare emozione con l’apparentemente arido strumento della geologia, dà luogo a un passo audace che fonde il movimento nello spazio con quello attraverso il tempo. Ed è poesia pura quella che si respira nel racconto che apre la raccolta, “Quel nome era Enoc”, in cui lo scorrere delle ere è presente come una musica di sottofondo che scandisce l’ineluttabile processo evolutivo.

Senza scomodare Bulgakov, Bierce, Lafferty, Sheckley o Simak, ché tanto Crescentini ha uno stile tutto suo, si ha la sensazione di uno spessore che affonda le radici in una tradizione riconoscibile e rassicurante,

come un tesoro che si scopre non essere perduto. Non saprei come altro dirlo: che ne sia consapevole o no, lui porta addosso il segno dell’erede. Se qua e là affiorano toni ancora acerbi, quando l’urgenza creativa esplode con felice noncuranza, il raffronto con l’eccellenza della maggior parte dei racconti non lascia dubbi sul potenziale di ulteriore maturazione. Crescentini predilige la forma della narrazione breve e fa bene, vista la naturalezza con cui la pratica. Personalmente sono ancora convinta che il racconto sia la più pura e libera espressione della fantascienza. Ma ho l’impressione e forse il desiderio, non fosse altro che per curiosità, che l’autore sia sul punto di tentare l’esperienza del romanzo. Me lo suggeriscono alcuni rimandi da un racconto all’altro, come fra “Gli scavatori” e “I corridori”, o come fra Milla (altra splendida storia scritta con Emanuela Valentini) e “I razionalizzatori”. È come se da un momento all’altro alcuni elementi fossero sul punto di agglutinarsi intorno a un’ossatura comune. Staremo a vedere.

Giovanna Repetto

 

Recensione di Mario Luca Moretti

Animali è una raccolta di racconti di Lorenzo Crescentini, un autore noto soprattutto come curatore di antologie (v. Dinosauri), ma il cui racconto Milla (scritto con Emanuela Valentini e incluso nell’antologia) è stato tradotto in inglese e pubblicato nel numero di gennaio 2017 della rivista “Clarkesworld”. Personalmente ho trovato Animali un’antologia troppo lunga e articolata per essere recensita in un unico articolo, così ho preferito scegliere solo alcuni racconti, non necessariamente perchè migliori di altri (a parte Enana, davvero splendido), ma perchè a mio avviso particolarmente indicativi – anche se non esaurienti – delle tematiche e dello stile dell’autore.

QUEL NOME ERA EVOC

Quel nome era Evoc racconta di una “strana coppia” decisamente estrema. Evoc e Mabe (rispettivamente, sembra, femmina e maschio), sono due entità che attraversano le epoche della Terra, trasmutandosi continuaumente in diversi esseri viventi, seguendo l’evoluzione delle specie del nostro pianeta, ogni volta scatenandosi in duelli sanguinosi, fino a che, dopo millenni e millenni, si reincontrano in forma umana…

L’autore descrive in poche pagine un binomio “amore-morte” paradossalmente eterno, dal momento che le due entità sopravvivono alle uccisioni dei rispettivi ospiti corporei nel corso delle epoche. E lo fà con una notevole carica allo stesso tempo pottorica e introspettiva, alternando bizzarri monologhi interiori e fascinose immagini che sintetizzano, in pratica, la storia della vita sulla Terra. Il risultato non brilla forse per equilibrio, ma ugualmente trascina il lettore in vortice visionario e ammaliante, spiazzante ma ricco di un fascino che riesce a essere originale e inventivo.

ENANA

Enana è il mio racconto preferito della raccolta. Ambientato sul pianeta Enana, colonizzato da un gruppo di scienziati di sesso ed età diversi (fra cui una bambina, Kali), la novella parte dalla scoperta di una roccia perfettamente liscia, la cui punta emerge, enorme e misteriosa, dal suolo. L’autore intreccia con sapienza i diversi punti id vista dei personaggi, senza scegliere un protagonista, ma allo stesso tempo scavando le loro psicologie con pochi, essenziali ma azzeccatissimi tratti. In una trentina di pagine Crescentini intreccia non solo una trama complessa e affascinante, miscelando onirismi, descrizioni immaginifiche, ricordi (compare un diario scritto da un pionere di Enana 20 anni prima), scoperte, ma l’alterna con monologhi interiori, spiegazioni scientifiche, disquisizioni filosofiche e religiose. E lo fà con misura ed equilibrio, senza appesantire o rallentare la trama e l’azione, che ammanisce allettore la sua brava dose di mistero e colpi di scena.

La formazione scientifica del geologo Crescentini si vede nella precisione dei dati scientifici e nella descrizione – “geologica” appunto – di Enana, e il personaggio del geologo Jorge è forse una proiezione dell’autore.

Enana si conclude con un finale appassionante e potente, arricchito da uno stile conciso e da immagini ammalianti, con un epilogo che finisce con il lasciare più domande che risposte, ma che è in linea con una delle tematiche del racconto: quanto più scopriamo, quante più domande si aprono.

I RAZIONALIZZATORI

I razionalizzatori affronta una tematica tipica di Crescentini: la religione, le sue motivazioni “razionali” e il rapporto degli individui con le loro divinità, fra fede e disillusione.

Una delle caratteristiche di Lorenzo Crescentini è la capacità di inventare qualcosa di nuovo in argomenti triti e ritriti nella letteratura di sf. Il racconto sceglie il punto di vista di un bambino umano che , in un lontano futuro, assiste a una delle periodiche visite dei “Razionalizzatori”, extraterrestri che hanno scelto la Terra come cimitero dei cadaveri di creature gigantesche che popoli di altri pianeti hanno proclamato divinità per la loro mole e potenza. Uccidere dei, e quindi sfatare credenze religiose in giro per il cosmo, sembra un’attività di gran diletto per loro, e sulla Terra questo gioco non è riuscito per la peculiarità umana di venerare divinità senza evidenza fisica. Crescentini gioca con abilità con lo stupore infantile dell’io narrante, con i racconti dei retroscena e degli antefatti, aggiunge brevi ma efficaci tratti sull’evoluzione della vita sugli altri pianeti (un suo marchio di fabbrica), con il sense of wonder di fronte a un’esperienza di certo non comune, anche se non del tutto nuova nella sf: assistere alla morte di un dio. Una delle originalità del racconto è proprio questa: gli esseri umani – e il piccolo protagonista in particolare – sono solo testimoni, ma attenti, curiosi, ricettivi. E il risultato è un racconto conciso ma denso, capace di introspezione accurata e di fascino magico, intriso in un’atmosfera suggestiva e di contenuti provocatori.

UN’INTRODUZIONE ALLA MECCANICA DELLE CRONOFAGLIE

Il viaggio nel tempo e nello spazio è reso possibile dalla scoperta delle “cronofaglie”, fratture nel tessuto spazio-temporale simili agli slittamenti fra le faglie geologiche. Un linguista si sposta nel Perù dell’anno 1000 per studiare la lingua e la cultura di una popolazione pre-incaica. Così conosce la giovane Chirina e se ne innamora, e per lei violerà le leggi del viaggio temporale, assecondandola in un intento all’apparenza assurdo.

Un’introduzione… è soprattutto una storia d’amore, raccontata con toni delicati e sensibilissimi. Il lettore vive con commozione il nascere e lo svilupparsi del sentimento fra i due protagonisti, che vanno di pari passo con il progresso della loro reciproca comprensione, non solo linguistica. Ancora una volta le spiegazioni scientifiche di integrano armoniosamente con lo sviluppo della trama – che specie nella seconda parte avanza con colpi di scena e snodi – e con l’analisi psicologica dei personaggi, il tutto intessuto in un’atmosfera allusiva e ricca di suggestioni, anche visive e descrittive. La serietà scientifica dell’autore si vede nei primi approcci del linguista verso Chirine, simili alle tattiche usate nella realtà dai linguisti quando si avvicinano alle persone che parlano una lingua sconosciuta e ancora tutta da comprendere.

CI SARANNO PIANTE DAPPERTUTTO

Lo sguardo infantile, ancor più poetico e intenso, ritorna in questo racconto, uno dei più brevi della raccolta, ma anche per questo incisivo e fulminante. In un futuro devastato dall’inquinamento, durante una festa di Natale riservata per lo più al nonno Nai Tam, straordinariamente longevo, due bambini, Mio e l’intraprendente Bes, vanno in cantina alla ricerca di una cosa fenomenale e ritenuta estinta: una pianticella.

Il racconto procede per allusioni mirabili, che costruiscono un mondo che si rivela per gradi spaventoso ma non disperato, e allo stesso tempo ci comunica lo sguardo carico di stupore e curiosità tipico dell’infanzia con accenti carichi di emozione e magia. E ancora ritorna un tema caro all’autore: la difficoltà di comunicazione e comprensione fra bambini e adulti.

Mario Luca Moretti

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