MEMORIE DI UNA SOPRAVVISSUTA (Memoirs of a Survivor, 1974) di Doris Lessing

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“Memorie di una sopravvissuta” è un romanzo poco conosciuto di Lessing e spesso considerato secondario.

Tutti noi ricordiamo quel tempo. Non fu diverso per me da quel che fu per gli altri. Eppure, continuiamo a raccontarci in ogni particolare gli eventi che abbiamo condiviso, e ripetendo, ascoltando, è come se dicessimo: «Fu così anche per te? Allora è vero, fu proprio così, deve essere stato così, non era un mio sogno». Concordiamo o discutiamo come persone che hanno visto creature straordinarie durante un viaggio: «Hai visto quel grosso pesce azzurro? Ah, quello che hai visto tu era giallo!

Doris Lessing, “Memorie di una sopravvissuta”, incipit

10188-623x1067Un testo difficile

In parte, questa percezione di “romanzo secondario” si verifica perché “Memorie di una sopravvissuta” è primo tentativo dell’autrice di cimentarsi con la fantascienza, e quindi è considerato “fantascientificamente immaturo”, qualsiasi cosa vogliano dire queste due parole.

Un altro elemento che ne influenza la percezione è il fatto che esso è un caso isolato, rispetto alla saga SF ben più famosa di Lessing: la serie “Canopus in argos” (aperta dal romanzo Shikasta che beccò una sonora stroncatura da Ursula Le Guin).

A mio avviso, il fattore forse più rilevante della scarsa diffusione della fama di “Memorie di una sopravvissuta” sta nel fatto che è un testo oggettivamente difficile da leggere, e dopo averlo letto è difficile pure da capire, da interpretare, da integrare nella propria esperienza: non solo di lettura, ma anche di vita. Sì, perché a un tratto entra in gioco anche quella: “Memorie di una sopravvissuta” è un libro che in alcune pagine fa appello alla nostra vitalità, coinvolge sfere profonde della nostra percezione e della nostra visione del mondo. E non lascia indenni.

Con un meccanismo di straniamento sapiente, Lessing ci porta ad abbassare le difese, nel momento in cui ci imbattiamo in quello che ci sembra un “trucco da quattro soldi”, ma che man mano che leggiamo si rivela la vera sfida semiotica del romanzo e forse la vera chiave di senso della storia raccontata.

Che tipo di storia è “Memorie di una sopravvissuta”?

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Una distopia britannica

Abbiamo “ in superficie” una distopia comune (anche e soprattutto nella scrittura anglosassone): la “fine della civiltà”. La città implode, viene abbandonata dalla gente per bene e popolata da ribaldi inselvatichiti. La civitas smette di esistere e a quel punto tra i palazzi ancora in piedi si salvi chi può.

Autori e autrici del calibro di Anthony Burgess con “Il seme inquieto” e più avanti P.D.James con “I figli degli uomini” hanno costruito romanzi superbi a partire da questo scenario, dandogli un sapore tipicamente britannico, che si distingue nettamente dalle atroci postapocalissi cannibali e sparatutto dei cugini statunitensi. Meno semplicioni, meno apertamente violenti, più consapevoli dell’esistenza di complessità sottese alla “civiltà”, che non si dissolvono con essa, ma che mutano e si riconfigurano, i britannici ricavano distopie più acute, più sottili, più pessimiste e in fondo più feroci, perché più intimamente connesse al senso di umanità, che a quello di disumanità. Quindi, in soldoni, le distopie in questione sono fatte in modo da starci dentro, da essere quasi confortevoli, rispetto alla statunitense ultraviolenza bruta che ti stupra e divora per la strada. Ma esse sono fatte anche in un modo che si attaglia così bene alla nostra familiarità della realtà che ci circonda, da rischiare di accompagnarci poi molto, molto a lungo, e di piantarci nel profondo un senso di disastro imminente difficile da scacciare.

Le “memorie” di Lessing non fanno eccezione a questo procedimento, e ci aggiungono una linea narrativa in più, che poi è un vero e proprio livello semantico, come già accennato in apertura.

La storia

Una protagonista senza nome, donna anziana e abbastanza misantropa, vive in una città senza nome (presumibilmente Londra) sulla via dello spopolamento e del crollo. Ci sono emigrazioni di massa, assalti di briganti adolescenti (come anche in Burgess e James), ma anche mercati nei condomini e riunioni di circoli teatrali. C’è, molto importante, la casa: la casa al piano terra, rifugio e regno della donna, che chiede solo di continuare a viverci in solitudine, guardando il mondo dalla sua finestra.

Fino al momento in cui la protagonista si trova in casa Emily: misteriosa preadolescente lasciata lì da non si sa chi, con una lettera che chiede che ci si prenda cura di lei, e nessuna garanzia che se ne andrà, o che sia una ragazza psicologicamente a posto. La protagonista-senza-nome accoglie Emily, e con lei Hugo, un altrettanto misterioso gatto/cane con una personalità e dei sentimenti percettibili. E insieme a loro ella assiste al peggiorare del mondo, ma con un’attitudine nuova: con la preoccupazione verso un futuro che Emily ha ancora tutto da vivere, con il fardello dei suoi problemi e l’amore per un capobanda adolescente che non promette niente di buono.

E questa è la storia normale.

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La storia eccezionale, in molti sensi, riguarda il mondo oltre il muro.

Oltre il muro del salotto della protagonista, proprio di fronte al divano sul quale ella passa ore a guardare fisso davanti a sé, c’è un altro mondo, un mondo altro, fatto di immagini oniriche, reminiscenze, forse, non necessariamente di un solo personaggio. La protagonista vi si immerge, quando si annoia e quando ha bisogno di risorse, e ne trae delle esperienze emotive che coinvolgono il subconscio anche di chi legge: ci toccano, ci interrogano, ci sollecitano speculari ricordi e interrogativi, e in nel rarefatto mistero che compongono ci passano delle chiavi di lettura della vicenda “normale”.

Questa strategia narrativa è niente meno che la rilettura di Lessing dell’inner space ballardiano, tema ben conosciuto dall’autrice. Se ne parlava negli anni in cui “Memorie di una sopravvissuta” è stato scritto… e anche in quelli in cui qualcosa di simile è stato forse vissuto da Lessing.

Ma andiamo con ordine.

Inner space: dentro, oltre

Ballard ha fatto finta, un po’ come Bradbury ma con maggior rigore, che si possa ricordare il futuro come normalmente si ricorda il passato. Il risultato è che il tempo e il mondo in cui viviamo diventano improvvisamente strani, popolati da inquietanti figure che hanno un valore misterioso, quasi sacrale. Feticci e reliquie dell’immaginazione come le rampe di lancio a Cape Canaveral, gli attentati politici visti alla televisione, o semplicemente il vecchio mondo sconvolto da catastrofi che non sono soltanto naturali, ma psichiche. Ballard è stato un maestro nel descrivere tutto questo, schegge di un altro tempo e un altro spazio impastate drammaticamente con il nostro.

Giuseppe Lippi, Un ricordo di James Ballard, dal Blog di Urania

Lo stesso Ballard ebbe a dire in un’intervista:

È lo spazio interiore, non quello esterno, che dobbiamo esplorare. […]. Per esempio, invece di trattare il tempo come una specie di pirotecnica giostra, mi piacerebbe che fosse usato per quel che è, come una delle prospettive della personalità, […] tempo archeopsichico. Vorrei trovare più idee psicoletterarie, […] quei semimondi remoti e cupi che scorgiamo nei dipinti degli schizofrenici, una completa poesia speculativa […].”

Da James Ballard, “Un ritratto dovuto” – Beatblog

Il mondo oltre la parete immaginato (ricordato? Ripensato?) da Doris Lessing è proprio questo: uno spazio interno esternalizzato, dove si mescolano i prodotti della nostra esperienza, dell’interpretazione che ne abbiamo dato e dei sentimenti nati da essa ed evolutisi nel tempo; e creano nuove connessioni, e si mostrano come un organismo passibile di esplorazione, e ci restituiscono una sorta di iper significato.

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Nel mondo di Lessing a essere “aumentata” non è la realtà, ma l’esperienza personale. Quando essa è integrata da avvenimenti nuovi e prove sempre più dure da affrontare, ci riporta al passato, alle prove dolorosissime che abbiamo già affrontato, alle ferite aperte che ancora chiedono di essere lenite. In primis, sono rievocate le ferite aperte della prima infanzia, chiamate in causa in pagine grondanti angoscia e smarrimento, che non possono lasciare indifferenti. “Tutti noi ricordiamo quei tempi”, solo che non lo sappiamo, non abbiamo memoria consapevole di momenti nei quali la nostra esistenza dipendeva dal riconoscimento, dalla gentilezza, dallo sguardo d’amore di coloro ai quali eravamo affidati. Quel tempo, se va male, va peggio di qualsiasi distopia, che forse non è che la banale, prevedibile conseguenza di tali premesse.

Guardare il muro, astrarsi dal “mondo normale” e ricordare le mancanze subite (da chi? anche questo è interessante, perché le percezioni dei personaggi si mescolano. La chiave però è nel femminile, da entrambe le parti del muro) permette ai personaggi di identificare sentimenti necessari e magari di provare a rimetterli in circolo. Se non nel mondo sconvolto che crolla, almeno in quell’altro, in quel mondo organico, cangiante, vivo e doloroso, dipinto con parole di struggente lirismo da una Lessing mai così dolce e al contempo spietata.

Doris Lessing

Lessing: le scritture e le opere

In questa, come in altre sue opere, Lessing riversa la consapevolezza datale dalle esperienze di vita che ha attraversato. Nella critica letteraria bisogna sempre fare attenzione a non indulgere in sterili e facili biografismi; tuttavia, la produzione creativa è influenzata dalla vita in molti modi, e in questo caso ignorarlo sarebbe un peccato.

Lessing nella vita è stata esule e ha visto il mondo della sua infanzia divorato da una guerra civile. Ha avuto figli ed è anche stata, come da sua definizione, “house mother” per molti altri esuli, rifugiati, artisti in difficoltà. E come la protagonista di “Memorie di una sopravvissuta”, ha aperto le porte della sua casa e della sua vita a un’adolescente in crisi, dandole un tetto e del tempo per rimettersi in piedi, per far fiorire i propri pezzi.

Quella ragazzina è diventata grande ed è anche diventata scrittrice. È Jenny Diski, e poco prima di morire di cancro, nel 2016, ha pubblicato un libro in cui parla anche dei momenti bui, del passato di abusi, e poi dei nuovi giorni in casa di Doris Lessing. È un libro duro, complesso, non certo “another fucking cancer diary” ma un viaggio a ritroso senza risparmio di spirito critico e caustico. Quel libro si intitola “In Gratitude” e in esso Diski si interroga su come chiamare la donna straordinaria che l’ha accolta, raccolta e formata. Lessing per lei è stata molte cose, e tutto rimane, anche l’insondabile distanza:

E il lettore che vede i due lati della porta trasparente, due persone, entrambe esitanti, fanno un respiro profondo, nessuna delle due ha voglia di vedere l’altra, ma una forza superiore impone loro di restare in contatto, di essere una famiglia, un’incombenza di Doris, una della sua tribù.

Jenny Diski, “In Gratitude”

lessing.diski2Un’autrice abile può immaginare tante cose, rendere vive anche quelle che non sa e che non ha vissuto direttamente. Eppure, leggendo la distopia britannica, tipica e accurata di Lessing, non possiamo non pensare alla sopravvissuta, alle sue memorie, alla casa, ai mondi tra le pareti… al rapporto che davvero ha legato l’autrice Doris e l’adolescente Jenny, replicato in quello della protagonista senza nome e della sua Emily; e poi reinterpretato, ricostruito, fatto vivere in mondi diversi, ma tutti intimamente connessi.

In una nota a margine del manoscritto di “Memorie di una sopravvissuta”, Doris Lessing scrisse a Jenny Diski:

«Ovviamente, Emily sei tu.»

Doris Lessing and Jenny Diski, London, 1963

È per questo, per queste semplici parole, che io considero “Memorie di una sopravvissuta” il romanzo più bello di Doris Lessing tra quelli che ho letto, e il meno capito. Spero con questo post di aver fatto un po’ più di luce su una storia, su tante storie, che vi invito a riscoprire.

Giulia Abbate

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