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Intervista ad Alessandro Vietti

Nicola ParisiLa seguente intervista è stata realizzata da Nicola Parisi creatore e amministratore del blog Nocturnia

alessandro-viettiCiao Alessandro. Benvenuto! È un piacere averti ospite. Come prima domanda ti chiedo di presentarti ai nostri lettori e di parlarci del primo momento in cui hai deciso di diventare uno scrittore.

Ciao Nick e grazie a tutti voi per l’ospitalità. Devo dire che per me non c’è stata alcuna decisione del genere. Anzi, era una cosa molto distante dal mio orizzonte. Peraltro credo che decidere di diventare scrittore e diventarlo sul serio, siano due cose distanti tra loro anni luce, come peraltro credo valga per molte aspettative della nostra vita. Nella maggioranza dei casi, quella di scrivere narrativa è una cosa che a un certo punto, in genere dopo che hai letto molto e ti sei appassionato a un certo tipo di storie, decidi di provare a fare e scopri che in qualche modo ti riesce ma, soprattutto, ti dà soddisfazione. E allora pensi che valga la pena continuare. Pubblichi le prime cose. Ne pubblichi altre. Poi ogni tanto provi ad alzare l’asticella, provi a passare dal racconto al romanzo, provi a passare dalla fanzine alla pubblicazione professionale, e qualche volta ti capita di non farla cadere, l’asticella. Il salto riesce. Così vai avanti, cercando di fare sempre qualcosa di più, qualcosa di meglio, mettendoti continuamente alla prova, aumentando la difficoltà della scalata. Insomma, non decidi di diventare “scrittore”, né lo diventi. Succede solo che a un certo punto ti ritrovi ad aver pubblicato un po’ di cose. E a un dato momento sono gli altri che cominciano a definirti così. Personalmente, non mi ci definisco e in genere cerco di dissuadere gli altri dal farlo. Pensarmi “scrittore” mi fa, semplicemente, sorridere. Gli “scrittori” sono altri. Al massimo chiamatemi autore.

In particolare cosa ti ha avvicinato alla fantascienza e quali sono stati gli scrittori ed i romanzi che ti hanno formato maggiormente come lettore prima ancora che come scrittore?

Secondo te, quando ti capita di vedere Guerre Stellari al cinema a otto anni, come ne esci? La mia prima fantascienza, quella che mi ha nutrito fin dall’adolescenza, è stata innanzitutto televisiva e cinematografica. Parliamo, appunto degli anni ’70, primi ’80: roba tipo Star Trek, Ufo, Spazio 1999, Star Wars, Incontri ravvicinati del terzo tipo, E.T., in quello che, a ben pensarci, è stato forse uno dei momenti migliori per la fantascienza sia sul grande che sul piccolo schermo e passarci dentro a quell’età qualcosa dentro le tue cellule, come per osmosi, te lo lasciava ogni volta. Poi c’erano anche i fumetti, Marvel in testa. Ricordo con nostalgia la caccia alle varie uscite, soprattutto dell’Uomo Ragno e dei Fantastici Quattro.

Enterprise-star-trekUna passione un po’ a tutto tondo, la mia, insomma, comunque sorretta da una base di grande interesse per tutto ciò che concerneva lo spazio, che non so se sia stata una conseguenza o una causa. In effetti è un po’ un mistero, perché non c’era nessuno in casa da cui avrei potuta recepirla. A volte mi piace pensare che a cambiarmi per sempre sia stato nascere proprio nel marzo del 1969 e trovarmi lì, quattro mesi dopo, insonne nel mio passeggino a ciucciarmi i piedi, a guardare Neil Armstrong fare quel grande passo per l’umanità. La letteratura invece l’ho scoperta un po’ più tardi, nella tarda adolescenza, insieme con la passione per la lettura, purtroppo consolidatasi in occasione di un periodo molto difficile della mia vita. Mia madre fu colpita da una malattia molto grave e in quei mesi questo mondo era troppo brutto da sopportare, così ho avuto bisogno di scappare, andare altrove, il più lontano possibile. Alla fine lei se n’è andata e la mia passione per la fantascienza e per la lettura è rimasta e, anzi, è evoluta e divenuta sempre più importante nell’economia della mia vita. Quanto alla scelta dei testi, la mia inclinazione verso le materie scientifiche, condita dalla passione per l’astronomia, sono state il filtro primordiale. Dunque fu abbastanza naturale che iniziassi col prediligere soprattutto gli scienziati: Asimov e Clarke su tutti, in quella che forse, però, è una “educazione fantascientifica” piuttosto comune a molti, a quell’età e in quel periodo.

PKDTu hai una formazione scientifica, sei laureato in ingegneria elettrotecnica e lavori per l’Ansaldo Energia. Quanto è importante, secondo te, possedere un background scientifico, per poter scrivere una fantascienza credibile? Soprattutto in un paese come l’Italia in cui  sopravvivono ancora tanti luoghi comuni sul genere e sui suoi scrittori…

La storia della fantascienza sta lì a dimostrarci che la preparazione scientifica non è così importante come si può pensare. Pensa, per dire, solo a Bradbury, Ballard e Dick. Sono convinto che dipenda più che altro dalla propria sensibilità, dal personale livello di soglia di sospensione della credulità e, infine, ovviamente, dalle capacità letterarie di ciascuno. In Italia i luoghi comuni sul genere hanno una radice complessa e diversificata. Credo che un po’ derivino dalla diffidenza atavica nei confronti della letteratura di intrattenimento made in Italy (ma che ormai da qualche anno è in remissione), un po’ dalla povertà della cultura scientifica in Italia, per lo meno negli anni in cui la fantascienza è cresciuta e divenuta grande negli USA, un po’ dalla carenza di personalità e situazioni capaci di promuovere il genere in Italia e i suoi scrittori.

Le Armi di IsherEcco, questa domanda è conseguente alla precedente: Fantascienza in Italia e Fantascienza Italiana un binomio non sempre facile, secondo te perché?

A mio avviso sono due aspetti che vanno distinti e per i quali ci vorrebbe molto spazio, e magari un dibattito, per cercare di snocciolare qualcosa di compiuto. Cercando di farla breve, senza nel contempo semplificare troppo: da un lato in realtà la fantascienza in Italia è un genere che a tratti è stato anche piuttosto popolare, per quanto popolare possa essere mai un genere in un paese che ha sempre avuto qualche allergia nei confronti della lettura. Penso al successo di Urania, che per molti, molti anni ebbe due uscite mensili con tirature di tutto rispetto, e delle sontuose pubblicazioni della casa editrice Nord tra gli anni ’70 e ’80, con due collane belle e ricche come Cosmo Oro e Cosmo Argento. Le librerie avevano un discreto assortimento e si trovavano molte traduzioni. Insomma, per essere l’Italia che leggeva (e legge) poco, almeno dal punto di vista editoriale la fantascienza in Italia la sua piccola golden age l’ha avuta. Una situazione che però, a mio avviso è andata deteriorandosi globalmente quando, a partire dagli anni ’90 fino a oggi, è venuta a crollare la visione del futuro e la tecnologia ha invaso il nostro presente fantascientifizzando la nostra realtà. Dall’altro, poi, come accennavo anche prima, la fantascienza italiana è invece sempre stata in affanno soprattutto per colpa della mancanza di situazioni e personalità capaci di promuovere il genere in Italia e con questo intendo sia rispetto alla formazione degli autori, che al gusto dei lettori. Non abbiamo avuto né l’equivalente delle riviste Pulp, per intenderci, ma neanche alcun John W. Campbell o Hugo Gernsback. Anzi, chi nel momento storico più favorevole aveva il potere di farlo, ebbe a dire che un disco volante non poteva atterrare a Lucca, spegnendo così ogni potenziale velleità e facendo così molto male a un intero movimento culturale. È peraltro evidente che un’affermazione del genere non può essere ritenuta casuale o frutto di una contingenza momentanea, ma è figlia di una ben precisa visione culturale, quella in cui si è ritrovata l’Italia del secondo dopoguerra, troppo legata a una tradizione “letteraria” (alta?) che aborriva qualsiasi tentativo di deviare nei generi, se non in rarissimi casi per i quali però quelle parole (fantascienza, fantasy, horror ecc.) erano comunque tabù. Penso a Calvino, a Buzzati, a Landolfi, tanto per citare tre dei maggiori esponenti.

Veniamo all’Alessandro Vietti scrittore, se non ricordo male, tu hai cominciato a scrivere professionalmente attorno al 1993, facendoti notare grazie alla tua partecipazione ai vari concorsi letterari e grazie a racconti. In particolare ricordo lo splendido “Daneel” apparso sulla scomparsa “L’Eternauta”. Vorrei che ci parlassi di quel racconto e delle tue sensazioni quando lo vedesti pubblicato.

Daneel nacque come mio personale omaggio ad Asimov, la cui morte avvenuta nell’aprile del 1992 mi aveva colpito molto. Ricordo che lo scrissi e lo mandai (per lettera) alla redazione dell’Eternauta i cui racconti all’epoca erano selezionati da Gianfranco De Turris. Ricordo che De Turris mi rispose non molto tempo dopo a sua volta con una lettera molto incoraggiante, dicendo che il racconto era buono, ma non abbastanza per essere pubblicato.

eternauta 144E mi diede qualche consiglio. Se ci avessi rimesso le mani sopra e lo avessi migliorato, lo avrebbe pubblicato. Quindi, insomma, la sua risposta fu confortante: ci lavorai su e rispedii il racconto, cui avevo aggiunto tutta la parte centrale. Lui ne fu entusiasta e lo pubblicò. In effetti il racconto era molto migliore. Così, oltre all’emozione di vedere il primo racconto pubblicato su una pubblicazione professionale prestigiosa come L’Eternauta, in una volta sola imparai due lezioni molto importanti: (1) lavora sempre duro su quello che hai scritto senza affezionartici e senza aver paura di tornarci sopra e (2) sii umile e dai sempre retta agli editor: probabilmente vedono qualcosa che tu non stai vedendo.

In seguito arrivano anche i romanzi, nel 1996 arriva “Cyberworld” pubblicato dalla Nord (grazie alla vittoria del premio Cosmo) e per lungo tempo sei stato così identificato come uno dei volti italiani del Cyberpunk, eppure tu all’epoca non solo dichiarasti di non aver letto molto Cyberpunk, ma di non considerare la tua creazione come un “prodotto Cyberpunk”. A distanza di tempo quali sono le tue impressioni su quel genere letterario, nel bene o nel male?

Cyberworld derivò innanzitutto dalla mia passione per i computer e dal fascino che la realtà virtuale, di cui si parlava davvero moltissimo in quegli anni, esercitava su di me. Circa la lettura del cyberpunk, ricordo che avevo letto Neuromante, che mi aveva colpito, ma che non era mi piaciuto davvero. L’avevo trovato troppo difficile, astruso, come un gomitolo di una matassa bellissima, ma difficile da dipanare. Dopodiché in quel periodo volli evitare altre letture del genere, soprattutto per non correre il rischio di “copiare” involontariamente.

Cyberworld Volevo qualcosa che fosse veramente mio. Così, memore di Neuromante, sono partito dal presupposto di cercare di fare qualcosa di più fruibile dal pubblico, a dispetto di voler parlare comunque di realtà virtuale. Difatti è vero quello che dici: non volevo scrivere un romanzo cyberpunk. Alla fine però, paradossalmente credo di non essere riuscito in nessuna delle due cose. Innanzitutto perché non sono convinto che Cyberworld sia un libro davvero facilmente fruibile (per lo meno nell’edizione del ’96, in quella del 2015 ho adottato alcuni accorgimenti per agevolare la lettura) e in secondo luogo ormai sono dovuto venire a patti con la consapevolezza che Cyberworld è, di fatto, un romanzo assolutamente cyberpunk. Sono giunto alla conclusione che, se vuoi parlare di quell’argomento e vuoi restare credibile, non puoi a sottrarti ai paradigmi letterari e linguistici che delimitano quell’etichetta. Pensa a Stross…

Uno dei pregi migliori di “Cyberworld” sta proprio nel suo scenario e nel world-building che gli sta dietro. Quali sono state le fonti d’ispirazione maggiori per la sua creazione?

Saggistica, davvero un sacco di saggistica. Poiché in quel periodo stavo terminando l’università, mi proposi di scrivere il libro quando mi fossi laureato, nella certezza di avere almeno qualche mese di “disoccupazione” dopo la laurea a disposizione per scrivere. Così in effetti fu, anche se quel tempo alla fine fu un po’ meno del previsto. Scrissi il romanzo in poco più di tre mesi, ma per prepararmi nei mesi precedenti avevo letto moltissima saggistica, sia tecnica che filosofica sulla realtà virtuale. Dopodiché ricordo che mi lasciai suggestionare, come cito in fondo ai ringraziamenti del libro, dalla musica dei Pink Floyd che è stata la tracklist dell’intera stesura. Una specie di trip, ma senza francobolli, insomma! Devo dire, comunque che hai centrato il punto. Personalmente considero Cyberworld un romanzo di formazione letteraria in cui lo scenario e la sua credibilità hanno avuto la parte preponderante delle mie attenzioni. Forse era inevitabile, visto che si tratta di una storia che si svolge interamente nel ciberspazio, per cui alla fine proprio il ciberspazio risulta il vero protagonista del libro.

Il Codice dell'Invasore - Cosmo ArgentoNel 1999 arriva, sempre per la Nord, “Il codice dell’invasore”, che a tutt’oggi rimane uno dei tuoi lavori più rappresentativi. Rileggendo “Il codice dell’invasore” con il suo bel mix tra cyberpunk e sana vecchia fantascienza spaziale, tra avventura e SF catastrofica mi sembra che una delle costanti della tua narrativa sia il voler giocare tra i generi, il non volerti fossilizzare su un filone unico. È una sensazione sbagliata la mia?

Mi piace molto il termine “sana vecchia fantascienza spaziale”, perché è il sottogenere con cui sono cresciuto, quella di cui ti parlavo, degli Asimov e dei Clarke, e che più avanti è stato quello – per dire – dei Benford e dei Brin (e come vedi sono sempre scienziati). Comunque, è vero, hai ragione anche in questo caso. Non ho mai pensato a conformarmi in un genere o in un filone. Scrivo quello che mi piace in quel determinato momento della mia vita, quello in cui mi imbatto, che mi diverte e che mi fa stare a mio agio con le mani sulla tastiera. E visto che noi stessi cambiamo gusti a mano a mano che evolviamo (ehm, invecchiamo), non si può mai dire di preciso che cosa scriverò dopo, anche se resto sempre comunque fedele all’idea di “fantastico”, ancorché nella sua accezione più ampia possibile. Per dire, pur restando sempre in ambito non realistico, oggi mi capita di scrivere cose abbastanza diverse.

Un’altra costante della tua narrativa, un argomento che ricorre molto sempre ne “Il codice dell’invasore” è rappresentato dal tema della costante lotta per mantenere intatta la propria umanità nonostante tutti i cambiamenti culturali e tecnologici che possono interessare la società. Non a caso il misterioso morbo che fai comparire nel romanzo e il tentativo di combatterlo attraverso la clonazione sono solo strumenti che tu utilizzi per descrivere questa lotta. Per la seconda volta ti chiedo se la mia è una sensazione sbagliata e poi- conseguentemente- ti chiedo da cosa nasce il tuo interesse per questi temi.

A me piace affrontare sempre questioni estreme, in un certo senso, temi che ci toccano profondamente, che sono quelli che interessano prima me e poi, spero, i lettori. In Cyberworld per esempio i temi portanti sono due: (1) l’uomo nella realtà virtuale, ovvero una realtà di cui egli è artefice e di cui quindi si può finalmente davvero considerare dio, ma nella quale paradossalmente si ritrova a essere scavalcato da un autentico essere onnipotente e (2) lo scontro ideologico e profondissimo tra realtà reale e realtà virtuale, oggi potremmo dire tra il vivere-al-pub e il vivere-su-Facebook. Ne Il codice dell’invasore invece i temi portanti sono: (1) da dove nasce la nostra umanità, ovvero da dove nascono i pensieri che ci rendono diversi da una macchina, che ci rendono umani? (2) Siamo davvero liberi di pensare quello che vogliamo, o il nostro libero arbitrio è solo illusione? Insomma, mica roba da niente.

Il Codice dell'InvasoreIn questi giorni “Il codice dell’invasore” sta venendo ristampato. Parlaci di questa ristampa.

In realtà non “stampiamo” niente, nel senso che l’edizione è solo digitale, per tutte le piattaforme di lettori disponibili. È stato Silvio Sosio di Delos Books a chiedermi di poter ripubblicare i romanzi che ormai da tempo non erano più disponibili e io sono stato entusiasta di accettare la sua proposta. Ma siccome volevo comunque dare ai lettori qualcosa di più rispetto alle edizioni originali, ho voluto che ci fosse un’introduzione a entrambi i volumi. Così, se per Cyberworld, uscito qualche mese fa, ho trovato la gentile disponibilità di Giovanni De Matteo, la personalità più adatta a farlo nel suo ruolo di co-fondatore del Movimento Connettivista, di cui Cyberworld in qualche modo precorre le orme, per Il codice dell’invasore ho avuto l’onore di ospitare nientemeno che una bellissima prefazione di Sandro Pergameno. Hai bisogno che ti dica chi è Sandro Pergameno? Insomma, cosa potevo volere di più?

Rispetto al 1999 quali sono gli elementi del tuo romanzo che trovi ancora attuali e perché e, invece c’è qualche pagina, elemento o personaggio che adesso come adesso avresti la tentazione di cambiare o riscrivere?

A questo proposito ti invito a leggere la lunga postfazione che ho scritto per la nuova edizione di Cyberworld, ma che, almeno nella parte iniziale, è perfettamente valida anche per Il codice dell’invasore: cosa succede a rileggere un tuo romanzo dopo quindici anni? È un’esperienza molto interessante, ma anche un po’ spaventosa, scary, direbbero gli inglesi. Tuttavia devo dire che non solo ne sono uscito indenne, ma ne sono rimasto piacevolmente sorpreso, per entrambi i romanzi. Insomma, non ho avuto l’impulso di rinnegare alcunché di quello che ho scritto. Questo non significa che non mi sia accorto che avrebbe potuto essere fatto meglio o che oggi non lo riscriverei in maniera (completamente?) diversa. Ma complessivamente secondo me i due libri funzionano ancora bene. In particolare Il codice dell’invasore, per la sua struttura complessa di trame e sottotrame, resta una sorprendente impresa di incastri che alla fine vanno ancora tutti al loro posto. Così, insomma, non doversi rinnegare alla fine della rilettura è stato parecchio consolatorio.

Il Grande MarzianoNell’ambiente sei conosciuto anche per la tua attività di saggista e di blogger, in particolare penso al sito Il Grande Marziano (http://ilgrandemarziano.blogspot.it/) da te creato e sul quale  scrivi da tanti anni. Racconta qualcosa di quel blog a chi ancora non lo conosce.

Qui parliamo di un’esperienza di scrittura completamente diversa, con la quale ho voluto mettermi alla prova qualche anno fa, in concomitanza con una cosa che stavo scrivendo e che aveva un’attinenza perlomeno trasversale con lo spirito del blog. Il grande marziano richiama il suo nome dal grande fratello di orwelliana memoria, proponendosi di fungere da osservatorio esterno privilegiato, per cercare di proporre prospettive o stimolare punti di vista alternativi rispetto a quelli comunemente diffusi dai media, con un occhio anche alla provocazione e alla satira sociale. Cercare di riflettere con lucidità e indipendenza su tutto quello ci accade intorno. Si parla quindi soprattutto di cronaca, società, politica, sport, ma anche, inevitabilmente, di letteratura, cinema e, a tratti, anche di fantascienza. È dunque un esperimento prima di tutto su me stesso, per allenarmi all’analisi al di fuori dagli schemi consolidati e in secondo luogo per costringermi anche in questo contesto a mantenere una scrittura efficace. In effetti, soprattutto nella sua incarnazione su Facebook (https://www.facebook.com/Il-grande-marziano-355207599163/timeline/), il blog ha un discreto seguito e quindi cerco non senza fatica di portarlo avanti con la costanza di cui attività di questo genere hanno bisogno per continuare a vivere. Internet e i social sono divoratori e digeritori di contenuti. L’aggiornamento frequente è una condizione necessaria.

Steve R Dodd “Spinning Sun” (1980s)Questa è una domanda per l’Alessandro Vietti saggista, recentemente ho apprezzato il tuo I NUOVI ORIZZONTI DELLA FANTASCIENZA, quindi la domanda ti tocca: qual è lo stato di salute della fantascienza? Naturalmente se vuoi puoi darci tu una tua definizione di cosa rappresenti per TE la SF.

In quel saggio giungevo alla conclusione che la fantascienza stesse cambiando pelle, come ha cambiato pelle il rapporto della società con la scienza e la tecnologia che costituiscono l’humus stesso della fantascienza. Quindi se da un lato scienza e tecnologia ci hanno abituati a vivere nella fantascienza, non sorprende che la fantascienza veda lentamente sbiadire l’etichetta della sua nicchia e tenda sempre più a rientrare nella narrativa tout-court, quella propria della realtà, come sempre più spesso si vede accadere anche all’interno delle case editrici più importanti, notoriamente refrattarie alla fantascienza propriamente detta. Per il noir, il giallo e l’horror è già avvenuto. Perché dunque non può succedere anche con la fantascienza? Così su due piedi mi vengono in mente titoli come La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo di Audrey Niffenegger, Sirene di Laura Pugno, Gli scaduti di Lidia Ravera, Lo spazio sfinito di Tommaso Pincio, Storia di Karel di Antonio Pennacchi, per non parlare delle opere di Jonathan Lethem o di quelle di George Saunders, tutti usciti per case editrici di primaria importanza che nulla avevano a che fare con la fantascienza. Quindi nessuna morte della fantascienza, anzi, la fantascienza è quanto mai in salute, ma forse sta avviandosi verso una vita completamente nuova. Il problema dell’appassionato, semmai, sarà quello di scovare le opere fantascientifiche perdute nel maelström dei titoli mainstream, in mancanza dello scaffale dedicato. Ma da questo punto di vista penso che la rete saprà essere la nuova bussola dell’appassionato. In fondo lo scaffale della fantascienza per certi versi ha già perduto terreno da tempo.

Nel mondo a venireTra i tuoi colleghi scrittori italiani e stranieri quali sono quelli che segui con maggiore attenzione ed interesse?

Ormai da qualche anno la fantascienza come lettura non occupa i primi posti della mia read list. C’è troppo mondo, là fuori, e troppo poco tempo in questa vita, per trascurarlo. Quindi leggo davvero di tutto, compresi certi classici che avevo colpevolmente lasciato indietro. Ultimamente tra gli stranieri emergenti mi ha impressionato moltissimo Ben Lerner di Nel mondo a venire, un libro pazzesco. Altri che apprezzo parecchio sono David Mitchell, Jonathan Lethem e George Saunders. E qui siamo comunque abbastanza nei territori della fantascienza o comunque del fantastico che piace a me, anche nel caso di Saunders, che vi straconsiglio di andare a cercare. Nella fantascienza più propriamente detta, penso che Ted Chiang e China Mièville siano tra coloro che hanno quel quid in più. Quanto all’Italia, ci sono molti scrittori di fantascienza che si stanno imponendo sulla scena nazionale e una citazione parziale rischia di fare torto a qualcuno. Faccio dunque un solo nome, che è quello che più mi ha impressionato di recente: Andrea Viscusi. Il suo Dimenticami Trovami Sognami edito da Zona 42 è un romanzo davvero molto bello, interessante e, rispetto alla sua originalità e diversità nei confronti di quanto siamo abituati a leggere di solito, coraggioso. Chi non l’ha fatto, rimedi: lo legga.

Progetti futuri. di cosa ti stai occupando adesso e cosa dobbiamo aspettarci da Alessandro Vietti nel prossimo futuro?

Ho un romanzo di fantascienza cui credo molto e sul quale ho speso davvero parecchie energie e che è là fuori da qualche tempo, in cerca di fortuna. La speranza è che possa trovare presto una casa che lo valorizzi e lo proponga finalmente al pubblico. Sono convinto che valga davvero la pena, anche perché la ritengo la cosa migliore che ho scritto finora. Poi attualmente sto scrivendo un’altra cosa che è nel contempo piuttosto ambiziosa (diciamo che in questo caso l’asticella l’ho alzata parecchio) e, per certi aspetti, anche piuttosto… scandalosa. Forse tanto l’una quanto l’altra. Qui siamo solo un poco più distanti dalla fantascienza vera e propria, anche se l’aspetto fantastico non manca. Entro i primi mesi del 2016 dovrebbe essere finito. Dopodiché anche lui cercherà ospitalità in giro.

Bene, è tutto, nel ringraziarti per la tua disponibilità e per la tua gentilezza ti chiedo se esiste una domanda alla quale avresti risposto volentieri e che io invece non ti ho rivolto?

Questa è una chiosa un po’ marzulliana e mi diverte molto. In effetti sarei tentato di dirti che c’è già un sacco di carne al fuoco (il che è vero), che abbiamo già tediato moltissimo i lettori che non arriveranno mai a leggere fin qui (il che è probabile, ma nel caso più per le mie risposte che per le tue domande) e che la tua intervista è già completissima e sviscera davvero a fondo tutti gli aspetti del mio essere autore (il che è innegabile), svelando cose di me di cui nemmeno io ero consapevole prima di rispondere. Praticamente come una seduta psicanalitica, ma bella! Per questo lascia che rinnovi il mio sincero ringraziamento a te, a True Fantasy e a tutti i lettori che hanno (o non hanno) avuto la pazienza di seguirci fino qui. Però a pensarci bene una domanda ci sarebbe ed è la seguente: Sembra che la tua scrittura non possa comunque prescindere dall’elemento fantastico, quale che sia. Perché per te è così importante? E se tu me l’avessi fatta, questa domanda, la mia risposta sarebbe stata questa: Perché col fantastico riesci a parlare del presente facendo finta di parlare di qualcos’altro. Perché il fantastico ti permette di simbolizzare, senza incorrere nella stucchevolezza dell’essere esplicito e, quindi, noiosamente didascalico. Perché il fantastico ti consente di trattare di tematiche importanti con una forza e un’incisività sconosciute alla narrativa convenzionale. E perché il fantastico è, incredibilmente, assolutamente, tremendamente più divertente. Ti pare poco?

Nicola Parisi

Intervista di Nicola Parisi creatore e amministratore del blog Nocturnia

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