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Golden Age dei Kaiju Eiga: Creature d’Oriente e figli dell’Atomica

Articolo di Omar SerafiniMasao Sato, 1984Il Giappone per noi europei è un luogo della mente, un’interzona aperta su un mondo popolato da piccoli alieni, che stanno alle leggende metropolitane vivono concentrati in metropoli “smoggose”, ossessionati dalla produzione e dal lavoro. Giappone è sinonimo di samurai, ninja, stereo di gran marca: un macroverso esiliato su un’isola, che fino a una manciata di secoli fa era interdetto a chiunque non fosse nipponico. Ora i muri, quelli fisici, sono caduti e il transito è libero agli stranieri: rimangono le linee di confine della psiche, le nostre e le loro.

Il punto è, infatti, divertente e inquietante allo stesso tempo: nonostante noi, i gaijin, gli stranieri, fruiamo dei prodotti del Sol Levante in maniera massiccia e incondizionata, quasi alla pari di quelli americani (i loro eterni antagonisti: prima bellici, ora economici), cosa sappiamo del Giappone? Sommersi tra manga (i loro fumetti), compact disc, elettrodomestici, cibi dai nomi fascinosi, anime (i loro cartoni animati), alabarde spaziali e via dicendo, possiamo dire con sicurezza di aver captato, oltre al consumo, qualche coordinata fondamentale di vita di quel luogo remoto, il Cipango, come lo chiamavano i mongoli del Kublai Khan, popoloso di occhi a mandorla e flash frenetici di macchine fotografiche ultracompatte? Pochino, se è permesso azzardare: ne subiamo il fascino, ma al di là non pare ci sia un interesse “vero” di varcare quel confine mentale, quella sottile, angosciosa xenofobia che classifica i giapponesi giusto fra le fiabe Disney e i documentari di Piero Angela, in un immaginario magazzino dove tutto è riposto, ma che fondamentalmente resta là, fra gli scaffali di una videoteca. Intendiamoci, il problema, forse ancora più accentuato che in noi occidentali è analogo nei giapponesi, che dell’Europa e dell’Italia in ispecie hanno un’immagine decisamente stereotipata, e quando giungono qui per vacanze a suon di Nikon, ci catalogano nel loro archivio fotografico, tornano a casa e ci esibiscono a parenti e amici. Forse siamo gli abitanti di due zoo adiacenti, che si scrutano dalle gabbie convinti di essere noi quelli dalla parte giusta delle sbarre.

Gojira_1954_Japanese_posterEppure i canali di comunicazione sono perennemente aperti, e proprio quei prodotti di consumo di cui si parlava poco sopra celano le testimonianze della vita e del pensiero di questo popolo. Abbiamo la possibilità di leggere e vedere (non solo di fruire passivamente), quindi, forse avvicinarci a linguaggi antitetici ai nostri che però sono perfettamente in grado di lasciare segni, emozioni fortissime e far riflettere. Che la carne e il sangue non sono immaginari: fra le pagine dei libri, fra i fotogrammi di un film o di un anime si cela la volontà di un singolo o di un gruppo, come la fatica di un operaio è chiusa dentro un lucido videoregistratore.

Il cinema, il segno di celluloide nipponico è qui dietro l’angolo, e sempre di più la cinematografia del Sol Levante si sta avvicinando a noi, rendendosi reperibile, oltre i ghetti dorati dei Festival di questa o di quella città. Dietro le cineprese ci sono occhi che sono filtri, filtri che assorbono la realtà circostante il mondo in cui i proprietari di questi occhi sono cresciuti, e che ci è rimandata attraverso le visioni della loro mente. Se una rubrica serve a qualcosa è per comunicare. Questa è una rubrica: anche se la si vuole chiamare “saggio”, ha pur sempre un’anima di byte e pixel. Cercheremo di non trasformare un mezzo in un elenco di nomi e di avvenimenti, ma di narrare una storia, per quanto imperfetta e incompleta. La storia di un cinema popolato da piccoli alieni dagli occhi a mandorla.

Le fobie comunitarie di un popolo spesso sono materializzate dallo stesso sotto forma di idoli, oggetti, gadget insomma con cui concretizzare l’immagine di “cio-che-va-temuto”, uno spauracchio esibito a grandi e piccoli nei momenti di bisogno.

Uchujin Tokyo ni arawaruL’idolo è l’indispensabile collante della società primitiva: grazie ad esso si manteneva l’ordine, dato che soddisfava la masochistica esigenza dell’uomo di appellarsi a qualcosa di superiore che avesse giurisdizione di vita o di morte su di lui e i suoi simili, spesso un fenomeno atmosferico come il fulmine o il tuono o un elemento inspiegabile o perenne come il Sole o la Luna, antropomorfizzati in seguito.

Nella società moderna l’idolo è stato rimpiazzato dalla tecnologia, che ha soppiantato la divinità: di conseguenza, progresso e ateismo sono stati un binomio in crescendo parallelo e continuo, mentre le religioni del passato (in Europa quella cristiana) oggi si limitano a esercitare pressioni morali sull’opinione pubblica, cercando di riassumere un ruolo portante agendo tramite i canali della politica e dei media. Insomma anche il diavolo ha dovuto adattarsi per sopravvivere al computer.

Di conseguenza la mente dell’uomo contemporaneo non si appella più a demoni cornuti che promettono dannazioni eterne (anch’essi passati nella sfera delle leggende e assorbiti dall’immaginario collettivo, alla pari con pegasi e unicorni), ma fruga nel proprio inconscio ricavandone nuove paure, ancora una volta collettive, ma direttamente collegate all’impianto burocratico politico societario del nostro secolo. Così ecco i vari Freddy Krueger (perché gli americani più degli europei? Beh, i puritani ossessi sono ancora loro, e una sovraesposizione ai raggi divini genera reazioni uguali e contrarie), i serial killer, il male e la sua capacità (da sempre) di annullare la vita diventa così proprietà di tutti. Tutti possiamo essere registi dell’orrore della nostra civiltà, non ci sono più, perlomeno a parole, ebrei ed eretici da ardere al rogo e capri espiatori vari (sempre forniti dal nostro rivenditore di fiducia, il clero).

AkiraL’unico mostro di cui l’uomo ha buoni motivi di temere è se stesso, ora e sempre, e l’elemento in grado di riportare una società alla creazione di un idolo, simbolo di male o bene (concetti antitetici e gemellari) metafora dello proprie fobie e colpe è l’orrore. E l’orrore ancora in grado di colpire tutte le categorie sociali è la guerra. Siamo moderni, qui non si gioca più con granate e fucili, se c’è guerra si gioca alla guerra atomica. Detto e considerato che il Giappone è sempre stato un mondo a sé stante, isolato per non dire alienato, l’impatto di ben due atomiche sul suo suolo (Little Boy su Hiroshima e Fat Man su Nagasaki) generò un trauma di ampissime proporzioni, impressionando quelle deflagrazioni radioattive nel subconscio collettivo della nazione.

L’immaginario del Sol Levante è tradizionalmente popolato da mostri, creature e abnormità varie, si pensi solo ai celeberrimi Kappa, demoni acquatici decisamente ripugnanti: la radioattività ha causato un parto isterico della fantasia, dando alla luce una nuova genia di personaggi, dannati figli dell’atomica e del nuovo millennio tecnologico partito ante-tempore negli anni 50. Per i manga e l’animazione si pensi agli incubi di Go Nagai e del suo Violence Jack, alle devastazioni di Akira (manga e anime, quest’ultimo del 1988) di Katsuhiro Otomo, per non parlare del lirico Nausicaä della Valle del Vento (Kaze no tani no Nausicaä) e della sua omonima trasposizione animata del 1984 di Hayao Miyazaki, autore anche del lungometraggio Tenku no shiro Rapiuta del 1986 e dell’anime Conan il ragazzo del futuro (Mirai shonen Conan, del 1978), o di Visione d’Inferno (Panorama Of Hell) di Hideshi Hino; dal canto suo la cinematografia ha prodotto film come Uchujin Tokyo ni arawaru diretto da Koji Shima e prodotto dalla Daiei nel 1956, gli angosciosi Dai sanji sakai taisen prodotto dalla Toei nel 1960 per la regia di Shigeaki Hidaka, Sekai daisenso/The Last War di Shue Matsubayashi prodotto dalla Toho nel 1961, Kyuketsuki Gokemidoro di Hajime Sato prodotto dalla Shochiku nel 1967 e Catastrofe (Nostradamus no daijogen) di Toshio Masuda (Toho, 1974), per non parlare dei recenti e tremendi Tetsuo e del suo seguito/remake Tetsuo 2 – The Body Hammer (1989 e 1991) del visionario Shinya Tsukamoto, fino a Gunhed diretto da Masato Harada, a cui si ispira l’omonimo manga di Kia Asamiya (1989).

Goke-Body-Snatcher-from-Hell-images-d70961b4-d055-4952-a370-4bb7c8b7f56Ma a differenza di Gojira (preferiamo il nome originale giapponese, invece di quello “occidentalizzato”) tutti questi personaggi non hanno mai goduto di una vita autonoma dal loro creatore, il limite che li trattiene dal divenire dei simboli, nuovi idoli, è lo strettissimo legame di dipendenza con l’autore e la necessità di caratterizzare i comprimari per dare luogo di volta in volta a una storia, tali da non far sembrare tutta la serie un pretesto: perfino Ken il guerriero (Hokuto no Ken, anime 1984/88) ha richiesto una trama, seppur lineare! Gojira invece è un personaggio capace di vivere indipendentemente da ogni stratagemma o trama, elevato dal suo stesso potere a una forma di immortalità che gli ha già permesso di sopravvivere al suo primo regista e padre putativo, Ishiro Honda. Non c’è bisogno di motivare l’esistenza di Gojira o creargli intorno una storia che renda più avvincente la narrazione: la forza del film sta nel mostro e nella scia di devastazione che lascia dietro di sé; non si può far altro che contemplare il suo operato. La distruzione è un momento di autocoscienza collettivo, che incanta e svuota. Un dio atomico creato dall’uomo è all’opera, e il Giappone può solo guardare, in silenzio, l’espressione incarnata del proprio orrore.

P.S. Un consiglio: non avvicinate troppo le mani allo schermo. I mostri, anzi per meglio dire, i kaiju mordono!

Omar Serafini