Andre Norton, La Grande Dama della Fantascienza & Fantasy: Vita e Opere

Di Zeno SaracinoI’m not a man of one book, scriveva Hitchens con riferimento alla Bibbia: un eguale assunto tuttavia vale efficacemente anche nel caso di giudicare scrittori e intellettuali. La qualità di uno scrittore non dovrebbe dipendere dalla quantità di libri che ha scritto, né dai suoi premi letterari, né dal suo status di personaggio pubblico: l’unico metro di giudizio che andrebbe accettato è la qualità dei suoi lavori. La scrittura non è un vino che se applicato a un vasto corpus bibliografico diventa aceto, viene diluito fino a perdere sapore, mentre se concentrato in un’unica opera, in un unico romanzo diventa un capolavoro; anzi, il caso che più spesso si presenta è dello scrittore che scrive una singola opera, estremamente mediocre, per poi interrompersi. Al contrario, uno scrittore, o come nel nostro caso, una scrittrice, che sia abituata a sfornare un romanzo ogni sei mesi avrà una padronanza della parola e dei meccanismi narrativi certo superiore. Se accettiamo una prospettiva scientifica della scrittura come artigianato, più che arte, ne dobbiamo accettare la logica conseguenza: uno scrittore bravo è uno scrittore che scrive tanto, non poco. Certo, vi sono controindicazioni: schemi ripetuti, personaggi stereotipati, uninspiring plot, tendenza alla serialità. Stanchezze del maratoneta “narrativo”, rughe che nella lunga durata possono diventare crepacci.

Andre Alice Norton studio

Il caso della Andre Alice Norton è in tal senso esemplare: il suo percorso biografico dimostra bene come la qualità di un romanzo migliori col tempo, man mano che si acquisiscono gli strumenti necessari, la corretta terminologia, la dimestichezza di chi scrive tanto e come tale scrive bene.

La Andre Alice Norton – da non confondere col noto Antivirus – era una grafomane, una scrittrice incallita: nel corso della sua non breve esistenza (1912-2005) si annoverano oltre 150 romanzi scritti a suo nome, senza contare decine di antologie, centinaia di novelle e molteplici serie.

Il lettore si ritrova davanti a un’immensa gamma di pubblicazioni: le copertine pulp e il vasto arco cronologico potrebbero far ipotizzare una produzione di serie, costruita con il solito stile, i soliti meccanismi narrativi. L’accusa in tal senso si ritorce contro il lettore: le trame e i personaggi della Norton funzionano proprio perchè conosciuti a fondo, rodati dall’autrice dopo decenni di utilizzo. Il lettore è posto a contatto con una mestierante mai così abile, abituata a catturare l’attenzione.

Ralestone LuckIl primo contatto di Alice Norton con il mondo dell’editoria avvenne già negli anni delle superiori, quando lavorava come membro della redazione del giornale della scuola. Nell’ultimo anno prima della maturità, la Norton si dedicò a scrivere un romanzo, Ralestone Luck. E’ la storia di una spada di famiglia e di tre fratelli, Rupert, Richanda e Valerius Ralestone. E’ un solido romanzo storico, anche se privo d’immaginazione; scritto nel 1929 e pubblicato dieci anni dopo (1939), risente dell’influenza del popolarissimo Via col Vento (1934). La Norton condivide con l’autrice, Margaret Mitchell, un certo gusto per descrivere le disavventure di signorotti un tempo proprietari di piantagioni e ora costretti a guadagnarsi di che vivere dentro decadenti magioni nell’ambientazione rurale del Sud.

Ralestone Luck è un romanzo di avventura con protagonista un giovane di diciotto anni, Valerius e i suoi due fratelli, la giovane Richanda (17) e il fratello maggiore Rupert (27). In seguito a gravi disavventure economiche, che senza dubbio riflettono la crisi del ’29 vissuta dalla famiglia dei Norton, la famiglia di Valerius è costretta a trasferirsi in Louisiana, dove possiede una villa con annessa piantagione dai tempi della guerra civile. Per confermare i diritti ereditari su quelle terre ha tuttavia bisogno di una spada di famiglia, “The Luck”, nomen omen. La rappresentazione degli afro americani nel romanzo è orribilmente datata, ma la Norton tratta con equità ogni personaggio del romanzo, riconoscendo a ciascuno il proprio ruolo e la propria dignità. Se consideriamo che proprio negli anni ’30 si andava ri-costituendo il KKK e che la segregazione razziale era più viva che mai nel “South”, il romanzo di Marie Norton è notevole.

The Ralestone Luck tradisce già alcuni elementi propri di un romanzo fantasy per l’infanzia: i tre giovani protagonisti, che vanno incontro a ogni sorta di scontro, dagli uragani, ai fantasmi, a dickensiani truffatori e avvocati; l’idea stessa del cimelio di famiglia, la spada, sottintende le diverse letture del fantastico accumulate dalla Norton dall’infanzia e cementificate dal consumo delle riviste fantasy e di fantascienza dell’epoca. La Norton ha spesso sottolineato il ruolo formativo svolto non solo dall’ambiente aperto ai libri della famiglia e della scuola, ma anche dalle riviste, tra le quali possiamo annoverare “Thrilling Wonder Stories, Planet Stories, Amazing Stories, Astounding Stories e tante altre1”. Sotto la guida esperta di Hugo Gernsback proprio in quegli anni Amazing Stories Magazine (1926) coniava il termine “scientifiction” che in seguito diverrà il noto “sci fi” o in ambito italico, “fantascienza”.

Inizialmente la Norton aveva pensato di conseguire una laurea in storia che le garantisse un impiego nel campo dell’insegnamento, ma all’anno dell’iscrizione, la crisi del 1929 aveva colpito duramente la famiglia: nella città natale, Cleveland, il 50% della popolazione era disoccupata e il padre dovette rinunciare a pagare le tasse universitarie. Una traccia dell’assente formazione accademica della Norton traspare dal basso livello dei romanzi, che non spiccano per ricercatezze nello stile, alquanto basico. Negli anni successivi, Marie Norton trovò un impiego come bibliotecaria alla “Cleveland Public Library”, dove sarà impiegata stabilmente dal 1930 al 1951. All’epoca, la giovane età della Norton (19) e lo scarso prestigio delle attività “librarie”, la confinarono all’ambiente della letteratura per ragazzi, dove introdusse Lo Hobbit di Tolkien, all’epoca considerato un autore “recente”, “strano”, se non “sovversivo2”. I decenni dal ’30 al ’50 segnano in quest’ambito importanti cambiamenti: la letteratura per bambini (Juveniles) comincia a differenziarsi tra infanzia e adolescenza, dando vita al genere dello Young Adult. A contatto con i suoi piccoli lettori, la Norton ha così modo di verificare quali libri abbiano successo presso i bambini e quali invece vengano rapidamente dimenticati. Il lavoro come bibliotecaria, oltre a consentirle la necessaria tranquillità per scrivere, le permette di mantenersi aggiornata sulle ultime novità in campo editoriale, non solo dalle grandi città lungo la costa, ma anche dalla stessa Europa.

The Prince CommandsIn questi anni scrive il suo secondo romanzo, The Prince Commands (1934), su richiesta di un suo lettore: la consegna, nel desiderio del bambino, è di “combattimenti con la spada e cose impossibili3”. Come osserva la Norton, con a disposizione la ricchezza della Cleveland Public Library, la documentazione è il primo passo per scrivere un romanzo, “Ma il primo requisito per scrivere Sword&Sorcery dev’essere un profondo interesse e un amore di per sé stesso per la storia4”.

The Prince Commands narra la storia di un giovane ragazzo americano, Micheal Karl, che si scopre erede del trono di un regno nei Balcani. L’ambientazione è un’Europa fiabesca e il piccolo stato inventato dalla Norton, la Morvania, è una derivazione da Il Prigioniero di Zenda (1894). Un elemento fantastico è dato dal nemico, un licantropo con un esercito di mostri, contro cui il giovane Karl organizza il suo esercito. Un romanzo non certo brillante, The Prince Commands fu pubblicato dalla Applerton, perché era la prima casa editrice sull’elenco alfabetico (!). L’editore non pose particolari difficoltà alla Norton, richiedendo soltanto che scrivesse sotto uno pseudonimo maschile. Già nell’infanzia la Marie Norton si era meravigliata di scoprire che lo scrittore C. L. Moore fosse in realtà una donna, Catherine Lucille Moore. Sull’esempio androgino della Moore, cambia all’anagrafe il nome in Andre Norton: con questo nuovo nome pubblicherà i lavori futuri.

Verso gli anni ’40 la Norton si trasferisce da Cleveland a Washington D. C. , dove lavora per alcuni anni come consulente alla Biblioteca del Congresso. Come racconta in un’intervista alla rivista “Tangent”, era “un’opportunità come consulente bibliotecario per un progetto sulla cittadinanza a Washington D. C. Avrei dovuto selezionare i libri che spiegassero cosa volesse dire essere un cittadino americano. Questo era per le persone che stavano appena imparando l’inglese, quindi i libri dovevano essere riscritti e semplificati con un vocabolario limitato5”. All’epoca, la Norton aveva già maturato un’esperienza decennale con i bambini e i lettori dei diversi quartieri di Cleveland, dalla minoranza italiana, russa, ebraica a quella cinese. Questo elemento meticcio e quest’eguaglianza tra culture e pensiero diversi, già presente nella sua forma più primitiva in The Ralestone Luck, ricomparirà nelle pubblicazioni di fantascienza successive agli anni ’50.

Se i primi due romanzi non avevano goduto particolare successo, Andre Norton trova invece un’inaspettata popolarità col genere del romanzo d’azione e/o di spionaggio: verso il 1940, The Sword is Drawn e Follow the Drum anticipano la narrativa di James Bond, contrapponendo all’usuale antagonista nazista una giovane spia che combatte in incognito in Olanda. Il secondo e il terzo romanzo, Sword in Sheath (1949) anticipano l’esotismo, i gadget e l’azione spettacolare dei romanzi di Ian Fleming. Il successo, tanto in America quanto in Inghilterra, garantisce alla Norton il suo primo riconoscimento, la Plaque of Honor (Olanda, 1946).

Tre elementi concorrono, a partire dagli anni ’50, a determinare la fama della Norton come una scrittrice di fantascienza di massa, nota al grande e al piccolo pubblico delle librerie. In primo luogo, dopo quasi vent’anni di impiego in biblioteca, comincia a soffrire di “vertigo”: una cattiva salute sommata a continue vertigini la costringono spesso a letto e le rendono impossibile lavorare fuori casa. In questo periodo inizia un lavoro come editor della Gnome Press, per una serie di pubblicazioni di fantascienza curate da Martin Greenberg. La scomparsa di un salario stabile le rende fondamentale guadagnarsi di che vivere moltiplicando l’attività di romanziera, già bene avviata negli anni del conflitto. A questi due elementi “ambientali”, la Norton matura dagli anni ’50 un’accresciuta consapevolezza dei progressi tecnologici e scientifici di metà secolo: dalla robotica, al mondo dell’atomo, alla sempre maggiore industrializzazione che si realizza dal completo superamento della crisi del ’29 e dalla vertiginosa crescita del 1940 e del 1950.

Anche se si tratta di una distinzione chiaramente inventata per insultare i secondi a favore dei primi, nell’eterna divisione tra hard scifi e soft scifi, Andre Marie Norton è collocabile nella seconda categoria. Scrive a questo proposito Rick Brooks in The Many Worlds of Andre Norton:

Miss Norton ha una scarsa conoscenza della tecnologia e raramente prova a spiegare le meraviglie scientifiche nelle sue storie. Andre Norton non va nel dettaglio, perché non le interessa. La tecnologia è un male necessario per giungere all’avventura e far funzionare la storia. E l’avventura è necessaria tanto per modellare la storia quanto per intrattenere i suoi lettori6.

Andre Norton è consapevole di non avere le basi scientifiche per scrivere fantascienza alla pari di Asimov o di Heinlein; preferisce pertanto mescolare -fanta e -scienza, dando vita a ibridi dove spesso l’elemento fantasy appare predominante.

Nel campo tecnologico, la profonda impressione suscitata dalla bomba atomica e l’interesse della Norton per società tribali e il mondo rurale la spingono verso posizioni anti-tecnologiche.

Si veda ad esempio questo frammento di un’intervista del 1974:

Sì, sono contro le macchine. Più faccio ricerca, più sono convinta che la civiltà occidentale si sia convertita alle macchine in modo così repentino con la Rivoluzione Industriale a inizio ‘800 che hanno gettato via parti di vita di cui ora sentiamo fortemente la mancanza e che ci portano tutt’ora alla nostra presente frustrazione. Quando un uomo ha orgoglio del lavoro fatto con le sue mani, quando può vedere il prodotto completo e finito di fronte a lui, quando ha quella soddisfazione che nessuna macchina gli potrà mai dare. Quindi faccio delle macchine i miei “cattivi” – perchè credo che lo siano. E ho timore per quello che succederà quando sempre più computer prenderanno il potere, governandoci. Questo ovviamente potrebbe sembrare eresia del massimo grado a chi è addestrato a usare queste macchine – ma con la crescita dell’atteggiamento impersonale che favoriscono verso la vita, ci sarà sempre più rabbia e frustrazione. E dove tutto ciò finirà, nemmeno uno scrittore di fantascienza può prevederlo…7

andre-norton 2000

L’obiettivo della Norton di allargare il proprio pubblico alla sfera del fantasy e della fantascienza doveva inoltre superare, accanto all’elemento “scientifico”, l’ostacolo della narrativa breve, all’epoca dominate nelle antologie e sui giornali. La Norton in tal senso è un’autrice più a suo agio con i romanzi che con le storie brevi, nonostante la sua produzione letteraria includa dal 1950 tra i quaranta e i sessanta racconti a suo nome. Quando pubblicò la sua prima opera di fantascienza, il racconto People of the Crater, scelse un altro dei tanti pseudonimi, Andrew North. La pubblicazione avvenne sul Fantasy Book, nella prima edizione curata da William L. Crawdford, nella memoria del quale Norton intitolerà il William L. Crawdford Fantasy Award, anni a seguire.

La posizione anti-tecnologica e un certo background di studi storici motivano nella Norton un pessimismo di fondo, che serpeggia nelle pur avventurose storie di fantascienza dal 1950 in poi.

I suoi personaggi sono reietti – membri di società tribali, sull’esempio dei nativi americani – più spesso mutanti, orfani e sopravvissuti, che si aggirano dentro panorami da incubo post conflitto nucleare. Nonostante siano estranei al mondo che li circonda, mantengono caratteri quotidiani, di persona qualunque sperduta in un mondo brutale.

Star Man’s Son 2250 A. D. (1952) è il suo romanzo meglio rappresentativo di questa prima fase influenzata dal clima di profondo pessimismo della guerra fredda. Il protagonista, il giovane Fors, è parte uomo e parte mutante, ma nella mente rimane un ragazzo umano, con i problemi qualunque di un adolescente di quell’età. In effetti, con Fors e d’ora in poi con le seguenti storie fantasy e di fantascienza, la Norton inaugura un filone di personaggi alieni nell’apparenza esteriore, ma profondamente umani nei sentimenti e nell’azione. Certo non è difficile ricollegarsi al romanzo d’esordio, The Ralestone Luck, che già presentava una forte imparzialità nel modo con cui i suoi diversi personaggi, non importa la provenienza o la classe sociale, venivano affrontati. A partire dalla narrativa fantascientifica degli anni ’50, la Norton traspone quest’elemento nelle ambientazioni fantastiche, sfruttandone il valore allegorico, ma senza appesantire storia&personaggi. Senza attribuire alla Norton un carattere di emancipazione che non aveva, Star Man’s Son è pur sempre un romanzo di collaborazione multi etnica all’interno di un periodo nel quale la segregazione razziale era ancora ben viva e stava anzi attraversando un momento di grande tensione, che culminerà tra il ’60 e il ’70. Fors è infatti rifiutato dalla società umana e si avventura in un grande viaggio per scoprire una mitica città immune alle radiazioni nucleari. Il migliore compagno di Fors è un gatto da caccia, Lura, con il quale comunica telepaticamente. La biografia di John Bankston cita proposito del personaggio di Fors l’introduzione a Sargasso of Space, scritta da Sandra Miesel:

Il tipico eroe Norton(iano) è un reietto che cerca il suo posto nel mondo. E’ di solito povero, giovane, impotente di fronte ai soprusi e spesso una vittima, un orfano, un mutilato o uno straniero. Il suo percorso di formazione è costruito come un inseguimento-cattura-fuga-confronto finale. L’eroe cresce in saggezza, conoscenza e virtù sotto lo stress degli eventi8.

Non si tratta di nulla che esuli dalla narrativa classica, ma non di meno l’enfasi sul mutante/estraneo precorre i tempi e serve a dare sapore a trame leggermente ripetitive.

Il gatto selvatico come fedele compagno – un ossimoro – rifletteva l’amore della Norton per i felini, comune a tanti suoi colleghi (tra tutti, negli anni ’30, H. P. Lovecraft). Un gatto compare spesso come una firma in calce a tanti romanzi della Norton, che scrive a questo riguardo, nell’introduzione all’antologia di storie brevi Catfantastic:

Il gatto rimane sempre quel tanto al di là dei limiti che cerchiamo di imporgli nella nostra cieca follia. Un gatto non vive con qualcuno, piuttosto, qualcuno vive con un gatto9.

andre norton gatti

La popolarità della Norton derivò nel secondo dopoguerra dal suo passaggio dalla letteratura per l’infanzia, che aveva visto mutare considerevolmente negli anni come bibliotecaria, alla letteratura per adulti, anche se come sempre la distinzione è labile e confusa. Oggigiorno definiremmo i romanzi fantasy della Norton come narrativa Young Adult, nell’accezione migliore del termine: storie di formazione dallo stile agile e leggero, ma non esenti dall’attaccare tematiche “indigeste”.

Star Man’s Son è in tal senso un oggetto “ambiguo”, perchè se dapprima pubblicato con un titolo e una copertina rivolta ai ragazzi, fu in seguito ripubblicato come tascabile con il titolo drammatizzato di Daybreak – 2250 A.D. Il romanzo vendette più come storia per gli adulti che per i bambini: fu il primo autentico bestseller della Norton, superando le precedenti vendite dei romanzi di spionaggio. Tra il 1958 e il 1960 si stimano quasi un milione di copie vendute; un successo che rassicurò la Norton sul suo futuro di scrittrice.

Metodo che vince non si cambia: da Star Man’s Son (1952) a Judgment on Janus (1963) i romanzi della Norton includeranno (quasi) sempre un’ambientazione post apocalittica, all’interno della quale giovanissimi protagonisti devono battersi contro le circostanze avverse, spesso coll’unico aiuto di un compagno animale (chiara derivazione dal fascino della Norton per la cultura indiana).

Il Mondo delle Streghe – una delle serie più famose della Norton negli anni ’60 – nasce inizialmente come variazione dalla tematica storica delle crociate. Come tante opere fantasy trova il suo fascino nella stratificazione lenta di temi e personaggi che può crearsi solo storia dopo storia, anno dopo anno. Nell’introduzione a Tales of the Witch World, Andre Norton descrive il processo:

Il Mondo delle Streghe non fu mai progettato da zero – crebbe più o meno per suo conto. Consideravo inizialmente la prima parte del libro come il frammento di un romanzo storico sui cavalieri che si erano stabiliti oltremare durante le Crociate e avevano fondato dei loro regni che governavano in solitudine. Il passaggio al Mondo delle Streghe avvenne quasi per caso10.

s-l500 (1)Il Mondo delle Streghe è una realtà alternativa di sapore fantasy, anche se presenta alcuni “agganci” tecnologici; la natura rovesciata, di gender reversal, dove governano le donne invece degli uomini, appare collocabile nel solco di una sempre maggiore apertura della narrativa di genere alle scrittrici. In quel periodo Anne McCaffrey e Ursula K. Le Guin pubblicano senza pseudonimo maschile e vincono ciascuna il premio Hugo. McCaffrey è in effetti la prima, nel 1968.

Il romanzo si apre con la fuga di Simon Tregarth, un sopravvissuto dalla Seconda Guerra Mondiale, che fugge dalla Terra degli anni ’50 attraverso un portale del Dr. Jorge Petronius. Il portale lo confina alla dimensione alternativa del Mondo delle Streghe. E’ un luogo medievale, dove tecnologia e magia si mescolano senza soluzione di continuità: cavalieri e aeroplani, navi corazzate e servi della gleba. La Norton mantiene nel mistero la reale natura del luogo, anche dopo i 30 romanzi generati dal primo, fortunato capitolo. Senza dubbio Il Mondo delle Streghe è un commento sulla guerra e riflette ancora una volta il tempo storico degli anni ’60 e ’70, ovvero il tritacarne in Vietnam. La saga presenta una società matriarcale, dove uomini e donne sono eguali tranne che nelle strutture di governo, affidate a streghe vergini senza mariti o figli. Il regno di Eastcarp è dunque una classica fantasia degli anni ’60, ma l’esperienza della Norton e il suo buonsenso evitano i pericoli di una rappresentazione idealizzata: il Mondo delle Streghe è crudele quanto il nostro e la presunta purezza delle streghe al governo non impedisce loro comportamenti e decisioni efferate. Come osserva John Bankston nella sua biografia, Andre Norton trovava semplicemente ridicola l’idea diffusa tra i circoli femministi degli anni ’60 di una società matriarcale incorrotta e ideale solo perché governata dall’altro sesso. Il Mondo delle Streghe è un brutale check con la realtà umana e come osservava un critico del New York Times nel 1982, “Norton fu una pioniera nel trattare seriamente il concetto di matriarcato nel fantasy, ma finì così per rappresentare una delusione per le femministe, nel suo insistere che i matriarcati potessero essere tanto statici e repressivi quanto le culture maschili11”.

Le diverse mini serie e i tanti spin off del Mondo delle Streghe confermano la presenza degli “Adepti”, che sono capaci di creare a volontà dei portali che trasferiscono ad altri mondi e altre dimensioni. Quando un Adepto oltrepassa un portale, accresce il suo potere; a lungo andare questo consuma le loro menti. I “portali” sono un concetto che come tanti “tropes” degli anni ’60 troverà un largo utilizzo nel mainstream dei giochi di ruolo e da tavolo nel 1980, approdando infine ai videogiochi a partire dal 1990. Un’invenzione che tradisce infatti le origini pulp dell’autrice.

Il Mondo delle Streghe fruttò quasi un sospirato Hugo alla Norton nel 1964; già in precedenza aveva ricevuto una nomination per Star Hunter e la storia breve Wizard World.

A partire dal 1958 e in pianta stabile dagli anni ’60, la Norton era diventata un’autrice affermata – prima per il diluvio di opere di fantascienza apocalittica, in seguito per il successo di massa conseguente al perfetto tempismo della pubblicazione del Mondo delle Streghe in un momento favorevole tanto al fantasy, quanto al tema dell’emancipazione femminile e di una trattazione “disillusa” della guerra, così lontana dallo sciovinismo anglo-americano dei romanzi di spionaggio.

I problemi di salute legati a vertigini e malori la costrinsero, grazie ai guadagni dei bestseller a un trasferimento dall’Ohio alla Florida (Winter Park). In questo periodo la Norton, pur sapendo di aver già pubblicato una lifetime di romanzi, voleva estendere il range di pubblicazioni. Più idee che tempo, è il caso di scriverlo: la soluzione, che ancora precorreva i tempi dei “brand” nello stile di King&Crichton, fu di “serializzare” il nome della Norton, che iniziò a essere associata a un così ampio numero di romanzi e novelle da mettere seriamente in dubbio che fosse lei l’autrice.

La Norton corrispondeva a quel dato fantasy, a quella data tipologia di fantascienza; rispetto ai metodi odierni, si trattava ovviamente di ‘un’operazione di mercato estremamente attenta alla qualità del prodotto, ma non si può negare che la scrittrice pulp scelse di pubblicare “in serie”. D’altronde, erano gli anni ’60/’70: il “marchio”, l’arte prodotta in serie – si pensi a Andy Warhol – non era una colpa, ma una mossa avanguardista. A partire dalla seconda metà del 1960, la Norton scelse pertanto di licenziare una serie di titoli e di ambientazioni, tra le quali il Mondo delle Streghe, a una vasta gamma di scrittori che riteneva meritevoli. Tutt’ora una larga parte della produzione di quel decennio presenta in copertina il nome della Norton – come oggigiorno di King – per attirare il lettore, mentre in minuscolo compare il reale autore. Si trattava in realtà di un’occasione preziosa per un aspirante scrittore: l’unica sua vera preoccupazione doveva essere superare il vaglio della Norton, che scriveva la trama e sorvegliava che la qualità si mantenesse alta. La fama dell’autrice garantiva infine le vendite necessarie, “lanciando” l’autore. In questo campo abbiamo collaborazioni, specie per le antologie “Catfantastic”, con scrittrici emergenti come Marion Zimmer Bradley, Mercedes Lackey, Phyllis Miller e Susan Schwartz.

beastmasterpuffinCon un occhio mirato al mercato, specie per i problemi di salute che la costringevano a restar sul chi vive, la Norton sceglieva nel 1982 di concedere i diritti di uno dei suoi romanzi al regista Don Coscarelli: sarà l’adattamento dall’opera The Beast Master, che diverrà noto tra i fan dello Sword&Sorcery come The Beastmaster. E’ la storia di crescita e formazione di un giovane Navajo, Hosteen Storm, nella consueta ambientazione post apocalittica: a fine anni ’50, il ritratto simpatetico della Norton era un unicum in un panorama di film western e di correlati romanzi dove i “pellerossa” erano carne da macello per i revolver dell’eroe di turno.

Nel 1982, l’opposta (e altrettanto errata) idealizzazione del giovane indiano come eroe della libertà stava invece diventando mainstream e non deve pertanto sorprendere che il romanzo della Norton venisse adattato. I romanzi della serie di The Beast Master sono gradevoli, ma il film in se non riesce a elevarsi a prodotto dignitoso. Come tuttavia sa ogni scrittore, anche un pessimo adattamento cinematografico è una pubblicità insostituibile.

Un aspetto che questa breve biografia di Norton non ha il tempo di trattare, ma che meriterebbe un capitolo a parte, è la ricchissima corrispondenza. Come H. P. Lovecraft negli anni ’30, Andre Norton

gestiva un ampio volume di lettere, cartoline e antologie collettive: sono davvero tanti, fan e aspiranti scrittori, che citano la Norton come un grande incoraggiamento alla loro carriera nell’editoria, per trent’anni di inesausta attività carta-dipendente, dal 1960 al 1990.

Saranno questi stessi fan e allievi riconoscenti a nominarla finalmente per alcuni premi: nel 1977 la Norton è la prima donna a vincere il Gandalf Grand Master of Fantasy Award (World Science Fiction Convention). Nel 1984, un alquanto acciaccata Norton riceve il Nebula Grand Master Award (Science Fiction Writers of America), nel 1997 è la prima donna a venire introdotta nella Science Fiction and Fantasy Writers’ Hall of Fame e nel 1998 accetta il World Fantasy Convention Life Achievement Award.

Come giudicare allora la Andre Norton?

Se certamente la sua scrittura non era elevata e le trame restarono sempre borderline col pulp, il ruolo della scrittrice come apripista sia per aspiranti scrittori che per lettori di fantascienza non potrà mai essere sottolineato abbastanza. Generazioni su generazioni americane si sono avvicinate alla fantascienza e alla lettura in generale grazie all’apprendistato con le avventure della Norton, che non mancava mai di intrattenere il lettore. Questo di per sé rappresenterebbe un motivo eccellente per rivalutarla.

Accanto all’elemento formativo, la Norton svolse un ruolo fondamentale nel riunire e guidare la scena fantasy e fantascientifica degli anni ’60. La sua corrispondenza, le sue diverse antologie, il suo uso “libero” dei setting e delle serie che creava, disponibili a chi li richiedesse, hanno anticipato e infuso una tremenda forza al panorama fanta(scientifico) statunitense e in minore misura europeo.

Forse una delle ragioni della sua dimenticanza nella scena contemporanea, specie italiana, sta nell’osservazione calzante di un recensore del New York Times:

Si ritrovò vittima di un Catch-22 – i critici di fantascienza non la prendevano seriamente perché scriveva ai ragazzi e i critici della narrativa per bambini e ragazzi non la prendevano seriamente, perché scriveva fantascienza12.

Se fosse vissuta nel 21′ secolo, la Andre Norton sarebbe stata il centro di un’industria di fumetti, adattamenti di serie tv e film, spin off, seguiti e giochi da tavolo: tuttavia guardando agli orrori iper-consumistici che sono diventati certe serie e certi universi, da Harry Potter a George R.R. Martin, è forse un bene che la Norton sia vissuta nella sua casetta a Cleveland, a scrivere e dare sinceri consigli, invece che polemizzare su twitter.

Zeno Saracino

1Coker, TO Classic: Days of Wonder in John Bankston, Andre Norton, New York, Chelsea House Publishers, 2010, p. 23. Come altrove nell’articolo, ho fatto io la traduzione al volo dal testo originale.

2“Each month the librarians would receive a book to review,” she later told Tangent, a science fiction review magazine. “If there was some objection to the book, and we still wanted it, we would have an opportunity to defend it. I remember getting The Hobbit and nobody had heard of [J.R.R.] Tolkien, so I had to argue for it like mad. Another book that they absolutely refused to put in because of the title was John W. Campbell’s The Moon is Hell. During my twenty-two years at the library I worked in all but two of the forty-seven branches.”

Coker, TO Classic: Days of Wonder in John Bankston, Andre Norton, New York, Chelsea House Publishers, 2010, pp. 13-14.

3John Bankston, Andre Norton, New York, Chelsea House Publishers, 2010, p. 41.

4Norton, “Fantasy,” Many Worlds, p. 61, in John Bankston, Andre Norton, New York, Chelsea House Publishers, 2010, p. 42.

5Coker, TO Classic: Days of Wonder in John Bankston, Andre Norton, New York, Chelsea House Publishers, 2010, p. 50.

6Richard Brooks, “Andre Norton: Loss of Faith,” The Many Worlds of Andre Norton. Radnor, Pa.: Chilton, Book Company, 1974, pp. 188–189, in John Bankston, Andre Norton, New York, Chelsea House Publishers, 2010, pp. 63-64.

7Richard Brooks, “Andre Norton: Loss of Faith,” The Many Worlds of Andre Norton. Radnor, Pa.: Chilton, Book Company, 1974, pp. 192, in John Bankston, Andre Norton, New York, Chelsea House Publishers, 2010, pp. 74-75.

8“Andre Norton,” Authors and Artists. Vol. 14, in John Bankston, Andre Norton, New York, Chelsea House Publishers, 2010, pp. 78-79.

9Andre Norton and Martin H. Greenberg, “Speaking of Cats—A Very Weighty Subject,” Catfantastic. New York: Daw Books, 1989, p. Vii, in John Bankston, Andre Norton, New York, Chelsea House Publishers, 2010, p. 79.

10Andre Norton, “Introduction,” Tales of the Witch World. New York: Tor, 2001, p. 1, in John Bankston, Andre Norton, New York, Chelsea House Publishers, 2010, pp. 83-84.

11Schwartz, “Women and Science Fiction.”, in John Bankston, Andre Norton, New York, Chelsea House Publishers, 2010, pp. 87-88.

12Christopher Lehmann-Haupt, “Andre Norton Dies at 93; A Master of Science Fiction,”New York Times, March 18, 2005, p. B-8, in John Bankston, Andre Norton, New York, Chelsea House Publishers, 2010, p. 101.

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